Bruce Springsteen al Circo Massimo: la recensione
Sulla scorta della scaletta e degli appunti condivisi in tempo reale, qualche riflessione ulteriore sull’esibizione di Bruce Springsteen con la E Street Band al Circo Massimo il 21 maggio 2023.
Partiamo dalla cronaca prima che dalla musica. Si fa in fretta: il Boss, dopo non avere parlato a Ferrara, ha confermato la linea del silenzio anche a Roma: chi si aspettava che affrontasse le polemiche montate per avere tirato dritto il 18 maggio esibendosi in un’Emilia Romagna devastata e in lutto - magari solo con un cenno, o addirittura compiendo un gesto oppure rivolgendosi ai fans con un discorso - è restato deluso.
Ed io, forse suggestionato da questa situazione, ho trovato che la prima mezz’ora dello show sia scorsa via in modo super professionale ma con un po’ di tensione in sottofondo, con Bruce straordinariamente concentrato sulla bontà della performance ma non ancora del tutto sull’interazione con tre generazioni di sue e suoi fans, molti dei quali certamente non alla loro prima “messa”.
Il colpo d’occhio, con il Circo Massimo che si prepara ad abbellire un suggestivo tramonto romano, è straordinario per definizione. Lo spettacolo, straordinario di fama, è pronto a riservare qualche sorpresa.
La prima sarà presto chiara man mano che le canzoni si avvicendano: non è vero, come si mormorava, che a Little Steven in questo tour sia concesso più spazio; la scena sa sempre rubarla, piratesco e beffardo con quegli orecchini a forma di scimitarra, ma in realtà è Nils Lofgren che suona di più (e, come è noto, molto meglio).
La seconda riguarda quel pasticciaccio brutto delle sneakers con enorme suola bianca che hanno soppiantato gli anfibi del Boss, emettendo un segnale solo apparentemente collaterale e folkloristico. E’ un segnale importante, invece. Significa qualcosa. Ma cosa?
La terza, la più significativa, concerne la band, tutta di nero agghindata e già in gran spolvero fin dalle prime note. Guardandolo in azione sul palco romano, si ha l’impressione che il più grande gruppo rock americano degli ultimi 30 anni assomigli ormai a un’orchestra – è un complimento. Non solo perché composto da una pletora di musicisti, ma perché suona sempre meglio e sciorina una serie di varianti sul tema che da sole spiegano come mai, dopo avere pubblicato un album solista, un artista decida di partire in tour con la band che aveva chiuso fuori dallo studio. Gli arrangiamenti sono di primissimo livello e questa sera le deviazioni dallo spartito, e dal rock in generale, non mancheranno affatto. La E Street Band ora suona anche il jazz e riesce perfino a confezionare momenti confessionali davanti a una folla oceanica. Un momento musicalmente superiore, prima di “Kitty’s back”, splendida, è quell’assolo di chitarra bello e inquietante che pare non terminare mai e che riporta ad atmosfere quasi da blaxploitation. Poi, appena passato quel doom & gloom della intro, si fa largo un crooner di 74 anni, bravo come il suo alter ego urlatore.
Bruce, che finora ha parlato solo mediante il trattamento da karaoke riservato al testo di “Letter to you”, si è tuttavia sciolto. Finalmente. Il momento della svolta è arrivato con “The promised land”, mentre il party è del tutto cominciato con “Out in the street”.
Il mio momento-Nanni Moretti arriva invece con la cover che nell’ultimo album di Springsteen mi aveva impressionato meno e infastidito di più. Come il regista in “Caro Diario” a proposito di Spinaceto, io mi ritrovo a considerare: “Mah, “Nightshift”: pensavo peggio”. Eh sì, tra il pezzo registrato e quello dal vivo la differenza la fanno i musicisti sul palco, quella rock band le cui radici, tutti i fans lo sanno, affondano proprio nel soul. Infatti padroneggia il pezzo, lo impreziosisce di molto rispetto alla cover solista del Boss e gli insegna come si fa. Giustizia è fatta.
Non ho tenuto il conto dei concerti di Springsteen ai quali ho assistito negli ultimi 38 anni. Parecchi. E, così come la E Street Band ha cercato stasera di offrire qualcosa di diverso, anche io ero alla ricerca del difficile equilibrio tra un appuntamento ricorrente che vorresti che restasse uguale a sè stesso e una chicca che ti sorprenda con la guardia abbassata, senza pescare dalla cinquina dei super-classici senza i quali la liturgia del grande sacerdote del Jersey uscirebbe azzoppata. E la trovo, la chicca. Vecchia come il cucco. Un pezzo che Bruce scrisse meno che venticinquenne, una canzone diventata grande solo con la fama consolidata del suo autore mentre, ai suoi tempi, le era restato il colpo in canna. "The E Street Shuffle” è la mia preferita del concerto: suona improvvisata come una jam ma, in realtà, è perfettamente oliata, ammicca un’altra volta al jazz e poi decolla con una fantastica chitarra funky (quella del direttore d’orchestra, si intende). Trasuda talmente tanta classe che, per un attimo, dimentico le sneakers.