Da un concerto dei Coma Cose si torna a casa felici e innamorati

Siamo stati a uno show del duo, che dopo la crisi - e "L'addio" - torna nei club: il racconto.
Da un concerto dei Coma Cose si torna a casa felici e innamorati
Credits: Alessandro Morandi / Concessione in uso a Rockol

L’armonia. Quella di due “C” - le iniziali del nome del duo, è ovvio - che sembrano abbracciarsi, mentre si silluminano alle spalle del palco. Quella di un suono rotondo e morbidissimo. E naturalmente la loro, di armonia. Cantata, persa e infine ritrovata. “C’era una foto dove ci guardiamo / gli occhi felici dopo i giorni brutti / e ogni tanto lo dimentichiamo / ma il nostro fuoco lo hanno visto tutti”, cantano Fausto Lama e California ne “L’addio”, la canzone che all’ultimo Sanremo ha visto la coppia, sui palchi e anche nella vita, raccontare l’intesa recuperata dopo la crisi. “Jugoslavia”, “Fiamme negli occhi” e “L’addio” scandiscono i tre momenti chiave dello show che i Coma Cose stanno portando in giro nei club italiani con il tour legato all’album “Un meraviglioso modo di incontrarsi”, che ieri sera ha fatto tappa a Roma: la prima di due date - il bis stasera - che vedono Fausto Zanardelli e Francesca Mesiano riallacciare il filo che li lega a un pubblico, quello capitolino, che è stato tra i primi al di fuori di Milano e del suo hinterland a supportare il progetto Coma Cose.

Sono loro stessi sul palco dell’Orion, davanti a 1.200 tra ragazzi e ragazze, a ricordare quel primo concerto al Largo Venue, nel dicembre del 2017. All’epoca il duo aveva alle sue spalle un Ep appena uscito, “Inverno ticinese”, quello di “Anima lattina”, “French fries” e “Pakistan”, e una manciata di singoli che avevano cominciato a macinare qualche migliaio di streams su Spotify e dintorni, da “Cannibalismo” alla stessa “Jugoslavia”, passando per “Deserto”. Fausto e California si erano conosciuti qualche mese prima dietro al bancone di un negozio in corso di Porta Ticinese a Milano nel quale lavoravano entrambi come commessi, vendendo zaini, borse e accessori. Fino all’uscita di “Cannibalismo” avevano fatto musica nel tempo libero, lui come cantautore (con varie esperienze che si erano rivelate buchi nell’acqua), lei come disc jockey. Si licenziarono per inseguire la loro passione, rischiando. I margini per svoltare c’erano, con la scena indie che era nel massimo del suo splendore. “Vengo dal niente voglio tutto”, cantavano in “Jugloslavia”, una sorta di dichiarazione di intenti che ancora oggi apre i loro concerti. La svolta sarebbe arrivata un anno e mezzo dopo con “Mancarsi”: il primo Disco d’oro non si scorda mai. Quello di platino nemmeno: “Fiamme negli occhi”, nel Festival di Sanremo “covid edition”, senza pubblico in platea, è stata il booster della carriera del duo, che ora sul palco riesce a inglobare nella sua bolla - quella nella quale Fausto e California, intimiditi dalle telecamere alla loro prima grossa esperienza in tv, si rintanarono sul palco, isolandosi quasi da tutto il contesto - l’intero club, per quanto grosso è diventato rispetto ad allora il progetto Coma Cose.

Dalla loro hanno, oltre alle canzoni, e a un’identità stilistica e sonora decisamente riconoscibile, un pubblico fideizzato, cresciuto disco dopo disco, canzone dopo canzone, che oggi canta insieme a loro i vari pezzi in scaletta, pensata per ripercorrere le tappe della scalata al successo di Fausto e California: “Deserto”, “Granata”, “Beach Boys distorti”, “Calma workout”, “Chiamami”, “Transistor”. E poi ancora “Anima lattina”, “La canzone dei lupi”, “Franch fries”, “Napster”, “Novantasei”, “Odio i motori”, “Giorni opachi”, “La resistenza”, fino all’intimismo spiazzante di “Zombie al Carrefour” e quello più crudo di “Nudo integrale”. La discografia del duo (accompagnato sul palco da Fabio Dalè e Carlo Frigerio, i Mamakass, le menti dietro al progetto, ma anche dalla violoncellista Giulia Monti, dal batterista Riccardo Fanara e dal chitarrista Gregorio Manenti), dal primo album ufficiale “Hype aura” all’ultimo, splendido “Un meraviglioso modo di salvarsi”, passando per “Nostralgia”, ne rispecchia la crescita organica.



I testi permettono di entrare dentro l’immaginario ora cubista e naïf di “Anima lattina” e “Pakistan” (lontani i tempi in cui, agli esordi, si divertivano a destrutturare nei loro brani classici di Battisti, Vasco e De Gregori), ora surreale di “Fiamme negli occhi”, ora romantico di “Chiamami”, gli arrangiamenti di godere delle varie sfumature sonore del duo, capace di spaziare dall’elettronica al punk, dal rock all’indie, dal pop alle ballatone, mantenendo però una sua coerenza e una sua originalità. Il saluto finale con “L’addio”, prima del bis con “Post concerto” e “Sei di vetro”, è l’inevitabile chiusura di un cerchio, con loro due che con gli occhi a cuoricino si cantano faccia a faccia: “E comunque andrà / l’addio non è una possibilità”. E tutti tornano a casa felici, e (più) innamorati.

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