Charlie Cunningham è più di un Ed Sheeran per intenditori
Charlie Cunningham è il perfetto esempio di una storia di successo che è cresciuta un po’ in sordina. Ha superato il mezzo miliardo di streams, si avvicina alla sua cinquecentesima esibizione dal vivo e nel Regno Unito si è esibito pure nell’iconica Queen Elizabeth Hall di Londra. La sua fanbase è cresciuta in modo completamente organico anche fuori dal Regno Unito, facendo del 39enne cantautore britannico una sorta di artista di culto che molti considerano una versione “per intenditori” di Ed Sheeran. Il suo nuovo album, “Frame”, il terzo della sua carriera, appena uscito, è forse il suo più ambizioso fino ad oggi: Charlie Cunningham segue sì le sue radici cantautorali, ma arricchisce le sue canzoni con riferimenti all’art rock, al jazz dell’epoca d’oro e alla composizione neoclassica, pur mantenendo la caratteristica principale del suo stile: essenzialità e immediatezza.
Una storia singolare, quella di Cunningham: un passato da post-rocker, poi un diploma di Conservatorio (nonostante la sua dislessia gli rendesse quasi impossibile leggere la musica), dunque la passione per la chitarra classica e la musica spagnola, che lo hanno portato a vendere la sua Telecaster e a trasferirsi in Spagna, a Siviglia, per frequentare una scuola di flamenco. Nel 2017 ha pubblicato il suo album di debutto “Lines”, lavorando con il produttore Duncan Tootill per incanalare le sue influenze più dirette, John Martyn, Paul Simon, Nick Drake, insieme ai suoi amori ambient, da Brian Eno a Aphex Twin. Il seguito del 2019, “Permanent way”, ha visto Cunningham collaborare con il produttore Sam Hudson Scott ed espandere la portata del suo album di debutto con orchestrazioni cinematografiche: nonostante le dimensioni più grandiose dell’album, non c’era alcun compromesso tra l’intimo e l’esplosivo. Il tratto distintivo di Charlie, quello di aprirci le porte del suo personalissimo mondo, è rimasto il suo cardine.
Anche in “Frame” il cantautore britannico si conferma in grado di scrivere canzoni dalla grande personalità che possono essere sia molto intime che decisamente più gioiose, interpretate tutte - dai singoli “So it seems” e “Bird’s eye view” a “End of the night”, passando per “Starlings”, “Watchful eye”, “Downpour”, “Pathways” e “Water tower” - con una voce calda ed evocativa. “Ho ascoltato molti dei dischi jazz della fine degli Anni ’50 e sfruttando il tempo a disposizione durante la pandemia ho appreso di più su quel mondo, sia culturalmente che artisticamente. È stato un periodo di scoperta meraviglioso, che ha rafforzato il mio desiderio di creare qualcosa di caldo e dal suono ‘classico’, anche se filtrato attraverso una lente moderna”, dice lui, schivo, timido, refrattario, l’anti-popstar, delle suggestioni alla base del disco.
L’indie folk degli esordi e le tante influenze alla base della sua musica, mischiate con le sensazioni jazz, producono qualcosa di ancora diverso rispetto a “Lines” e “Permanent way”: “Siamo la somma degli aspetti in competizione delle nostre personalità: queste canzoni sono conversazioni tra le mie, di personalità. Imparare ad abbracciare le parti in conflitto di noi stessi è una questione di autoconservazione”, spiega il cantautore, che presenterà dal vivo con un tour nei club europei tra aprile e maggio, in partenza l’11 aprile dal Lafayette di Londra (non sono previsti passaggi in Italia, purtroppo). “Frame” rappresenta un’altra sofisticata evoluzione del suo songwriting, che ci catapulta in un mondo senza tempo e incredibilmente coinvolgente.