Quanto deve durare una canzone, oggi?

Tratto dal libro “Musicbiz – L’industria Musicale ai Tempi dello Streaming”
Quanto deve durare una canzone, oggi?

Pubblichiamo un estratto dal quinto capitolo di “Musicbiz – L’industria Musicale ai Tempi dello Streaming (di Giampiero Di Carlo, edito da Hoepli, per gentile concessione dell’autore e dell’editore).

Il capitolo, intitolato “Hit song: una formula per la canzone di successo”, rivisita l’evoluzione della struttura della canzone imposta dal modello di fruizione delle piattaforme di streaming ed esamina il peso di fattori come feat, co-billings e “skip culture” nella crescente brevità dei pezzi di successo in streaming.

Eccone un passaggio.

“Tutte le vostre canzoni devono stare sotto i 3 minuti e 15 secondi perché se la gente non le ascolta fino in fondo finiscono in questo calderone che è il “gregge delle non-complete”, che abbassa il vostro rating su Spotify”.

(Mark Ronson, intervista al “Guardian” del 22 febbraio 2019).

Diciotto anni prima dell’esternazione di Ronson sul quotidiano britannico – parlava un produttore pluridecorato con alle spalle successi per artisti come Amy Winehouse, Stevie Wonder, Lady Gaga, Adele, Coldplay e Pharrell Williams – usciva “Smells Like Teen Spirit”. Nel 1991 questo pezzo dei Nirvana cambiò l’andamento delle maree nell’oceano del rock. Oggi resta un inno.

Il momento in cui per la prima volta l’ascoltatore entra in contatto con la voce di Kurt Cobain cade al secondo numero 26.

Prima, una intro di una quindicina di secondi con la chitarra a dominare, seguita da un’altra decina di secondi strumentali e tranquilli.

Poi, ecco una prima strofa parecchio lunga.

Finalmente perviene il primo “gancio” in forma di “bridge”: “Hello, hello, hello, hello…”. Fino a quando non giunge il momento del ritornello-killer, con un riff alla chitarra che è un’icona. Prima che entri la seconda strofa, una seconda parte strumentale.

Poi torna il ritornello ed entra un assolo di chitarra.

In dirittura d’arrivo, una terza strofa che include il ritornello: Kurt è arrivato al traguardo e, salutandoci con un accordo conclusivo, la sua voce e il brano si accomiatano.

Sono trascorsi 4 minuti e 38 secondi.

Se è vero che all’uscita di questo brano mancavano ancora otto anni all’esplosione di Napster, era però già corsa moltissima acqua sotto i ponti e la confezione e la struttura delle canzoni popolari rispondevano da tempo a stilemi precisi.

(…)

Cosa è accaduto alla struttura della canzone…? Sembra di poter osservare che la canzone pop ha effettuato un viaggio di cinquant’anni, partendo all’insegna della brevità per tornarci man mano che il peso dell’album si faceva più rarefatto all’epoca dello streaming.

Il primo successo dei Beatles a finire in vetta alla classifica dei singoli britannici fu “From Me To You”: uscita nell’aprile 1963, la canzone aveva una durata di un minuto e 56 secondi – ben al di sotto di quanto la tecnologia del tempo già consentisse, considerando che una facciata di un 45 giri poteva accogliere brani di durata superiore a quei tre minuti e mezzo che avevano caratterizzato il limite dei precedenti 78 giri.

Nel 1998 “All Around The World degli Oasis” durava 9 minuti e 38 secondi, facendo impallidire centinaia di escursioni prog degli anni Settanta o classici di altri decenni come “Hey Jude” o “Bohemian Rhapsody”.

Lil Nas X, infine, esplose su TikTok con “Old Town Road”, pubblicata nel dicembre 2018 – durata: un minuto e 53 secondi.

Nel tempo la struttura della canzone è rimasta quella classica, arrivando anche a evolvere in una successione di frammenti collegati tra loro; accade, per esempio, in pezzi come “Layla” di Eric Clapton con i Derek and the Dominoes o “You Never Give Me Your Money” di Paul McCartney con i Beatles. Il suo obiettivo era, è e resterà il medesimo: adescare e coinvolgere l’ascoltatore.

Poi succede qualcosa che muta le regole del gioco: succede che una canzone su Spotify, se non è ascoltata più di 30 secondi, non conta come play. Se non conta come play non genera ricavi per l’autore, l’esecutore, l’etichetta e l’editore.

Quindi l’autore contemporaneo punta tutto sulle istruzioni di Gordy: cerca di non annoiarci e va subito al ritornello. E, se possibile, vira dal chorus all’hook (il “gancio”). Se il primo dura poche righe di un testo di una canzone, il secondo ne fa parte ed è una frase cortissima, magari condensata in un paio di parole, o magari è la ripetizione del titolo stesso. Non deve essere necessariamente correlato al bridge e al verse, può trovarsi ovunque, è più duttile.

Piazzato nella intro e/o nella outro, sublima il suo ruolo nella song economy che si sviluppa in epoca di streaming.

L’utilizzo del gancio è perfetto per fare da colonna sonora a qualsiasi GIF, meme o video breve su Snapchat, TikTok e Instagram.

La popolarità di un video breve è spesso l’innesco della viralità di un brano il cui gancio è stato utilizzato come sua colonna sonora. Si pensi, di nuovo, a Lil Nas X ma anche ai Fleetwood Mac, resuscitati per la Gen Z grazie a

un meraviglioso imprevisto su TikTok. È acclarato che adolescenti e preadolescenti sperimentano nuova musica in un flusso di micro-episodi sonori della durata di 15 secondi di media: il gancio deve funzionare all’interno di quei 15 secondi.

Dunque, così come la playlist ha progressivamente eroso centralità al formato album, la canzone – l’unità di misura e la componente chiave per entrambi – ha progressivamente visto mutare il suo DNA.

Il processo di popolarizzazione della playlist, le cui cause e motivazioni principali sono analizzate altrove in questo libro (soprattutto in relazione alle strategie di marketing tanto delle label quanto dei DSP), dipende anche dai fattori tecnici che affermano un formato nella musica durante un’epoca. I CD resero possibile inserire all’interno di un prodotto una media di 16 brani, e accadde perché la tecnologia digitale applicata al supporto fisico ne espandeva la capacità tradizionale. Che, fino alla metà degli anni Ottanta, era quella dell’LP (dischi da circa otto brani).

Prima della diffusione dell’album come prodotto chiave, a partire dagli anni Sessanta, era stata un’era di singoli dominata dal supporto in vinile a 45 giri, che aveva portato con sé anche il dominio della canzone da tre minuti.

L’album e il singolo coesistettero per decine di anni giocando ciascuno un ruolo preciso: il primo era il “disco” da vendere, la raccolta di canzoni che garantiva i maggiori profitti; il secondo era il prodotto civetta, il grimaldello

per entrare nelle rotazioni radiofoniche e trainare così le vendite del primo focalizzando l’attenzione sul brano presumibilmente più attraente.

L’avvento dello streaming non ha mutato la dinamica di cambiamento legata al formato, ma l’ha resa più rivoluzionaria per due ragioni consecutive:

1. Il prodotto è diventato intangibile.

2. Scoperta e consumo del brano, nello streaming, coincidono.

(...)

La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale

© 2026 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.