Salmo è ancora il più hardcore dei rapper italiani

E se vi dicessimo che il tour nei palasport del rapper è forse la cosa più rock attualmente in giro?
Salmo è ancora il più hardcore dei rapper italiani
Credits: Luigi Orru / Concessione in uso a Rockol

Via i telefonini, via i telefonini: dovete pogare, no farvi i selfie”, dice sulla coda strumentale di “Hellvisback 2”, tra assoli di chitarra e riff di basso, mentre con le braccia fa segno ai fan alla destra e alla sinistra del parterre di dividersi, per poi prendersi a spallate al suo segnale. “Qualcuno si è fatto male, si è rotto una gamba, una costola, un dente?”, domanda alla fine della scena, riproposizione di una pratica nata negli anni d’oro del punk britannico, prima di diffondersi in altri sottogeneri del rock. Dal parterre non si alzano urla di dolore, ma solo di goduria: “Avete spaccato. Hanno torto quelli che dicono che i miei fan non sanno pogare”, dice lui, orgoglioso. Che Salmo fosse il rapper più hardcore della scena italiana non è mai stato un mistero, per chi conosce la sua storia e la sua produzione: “La mia zona era la Z B, Heavy Metal Kids / la versione beta dell’MC”, rappa lui in “1984”. Ma è sempre bene ricordarsene. E da parte sua ribadirlo. Soprattutto oggi che “a nessuno frega più un cazzo della musica” e che molti suoi colleghi sono “diventati il sottofondo di un podcast, un balletto per TikTok”, come dice (giustamente) in “Criminale”. E se vi dicessimo che il tour nei palasport del rapper sardo è forse la cosa più rock attualmente in giro?

No, non è un’iperbole provocatoria, ma la recensione più sintetica ed efficace dello show che Salmo sta portando nei principali palasport italiani, figlio in qualche modo del concerto che quest’estate a San Siro lo ha visto diventare il primo rapper italiano ad esibirsi nella Scala del Calcio con un concerto tutto suo. E non è certo solo per il pogo tra il pubblico. E nemmeno per i curatissimi visual e gli effetti speciali, che pure strizzano l’occhio, più che all’hardcore, all’heavy metal degli Iron Maiden, a partire dall’apertura con “Russell Crowe”, tra fiamme e un mostruoso robot 3D che spunta dallo schermo alle spalle del palco (l’intero concept visual è prodotto dal team sardo Reef Studios, già al fianco di Salmo per i video di “Estate dimmerda” e “Perdonami”). È la materia prima, la musica, ad essere rock’n’roll, spigolosa, ruvida, una miscela esplosiva tra rap, elettronica e hardcore: “Russell Crowe”, “Stai zitto”, “Antipatico”, “Papparapà”, “Che ne so”, “Daytona”, l’inizio è al fulmicotone, tra schitarrate, bassi potentissimi e il sound martellante della batteria, con Salmo che di tanto in tanto si mette pure a fare air guitar sul palco, mentre le fiammate a bordo del palco sfiorano le teste dei fan attaccati alla transenna o un gigantesco squalo spalanca dallo schermo le sue fauci.

La sua diversità dal resto della scena Salmo la rivendica pure portando con sé sul palco – e per lui non è certo una novità – una band che per l’affiatamento e l’intesa che c’è tra i componenti non sembra una comitiva di turnisti, ma una formazione vera e propria. De Le Carie – questo il nome del gruppo – fanno parte Frenetik (si divide tra chitarre, tastiere e sintetizzatori, collabora con il rapper da anni insieme al socio Orang3), il batterista Jacopo Volpe (già nei Vanilla Sky e nei Bloody Beetroots), il chitarrista Marco Azara e il polistrumentista Riccardo Puddu (due membri di Lebonski360, la factory creativa fondata da Salmo) e Dade (basso – vero nome Davide Pavanello, membro storico dei torinesi Linea 77): “Potrei suonare anche senza guardarli, perché sarei sicuro di ognuno di loro – dice Salmo – penso di aver trovato dei musicisti unici, ognuno a proprio modo, ognuno con il proprio stile. Insieme diventiamo una cosa unica, una band”. Da “1984” a “Kumite”, passando per “Ricchi e morti”, “Perdonami”, “L’alba”, “PXM”, “Flop”, “A Dio”, fino al set acustico con “Il senso dell’odio”, “La prima volta”, “S.A.L.M.O.”, “Aldo ritmo” (due ragazze, tra il pubblico, hanno un mancamento e lui ironizza: “Sembra il live di Justin Bieber, ragà”): anche i pezzi meno hardcore del repertorio del rapper suonati così si avvicinano all’immaginario rock’n’roll che Salmo prova a ricreare con lo show.

Che in certi passaggi è - in perfetta linea con il personaggio: l’anno scorso, ad agosto, mentre i colleghi rinunciavano ai grandi raduni di massa nelle arene e negli stadi a causa delle restrizioni legate alla pandemia, improvvisò un concerto nella sua Olbia che vide oltre tremila ragazzi affollare il lungomare della città, protestando "contro regole patetiche" - anche politicamente scorrettissimo, tra teschi, teste mozzate (sul finale di “Criminale”, nel video, Salmo stesso viene decapitato e la sua testa zampillante sangue ruzzola verso il pubblico) e vaghi riferimenti all’occulto (su “PXM” sullo schermo compare anche quella che ha tutta l’aria di essere l’orrenda testa di Bafometto, l’idolo pagano con il corpo da umano e la testa da caprone, in seguito associato alla magia nera, alla stregoneria e al satanismo), e in altri è invece deliziosamente citazionista, come quando su “A Dio” la band accenna il celebre riff di “Personal Jesus” dei Depeche Mode e Salmo gli va dietro canticchiando il ritornello. Se poi verso il finale si mette a cantare pure una cover di “Run through the jungle” dei Creedence Clearwater Revival, non puoi che alzare le mani.

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