La storia non cambia: in America si spara, i rapper muoiono

Con la morte di Takeoff, ennesima rapstar freddata, torna una domanda: questa violenza è arginabile?
La storia non cambia: in America si spara, i rapper muoiono

Takeoff, uno dei tre membri del gruppo trap Migos, uno dei più importanti al mondo, è stato ucciso la scorsa notte a Houston. Il trapper di fama internazionale, all’anagrafe Kirshnik Khari Ball, stava giocando a dadi all’interno di una sala da bowling insieme al suo compagno di band, Quavo, quando è stato colpito da una serie di spari. Takeoff è morto sul colpo, mentre Quavo è rimasto illeso. Il trapper aveva 28 anni. Takeoff e Quavo, poche ore prima dell’incidente, avevano pubblicato il videoclip di “Messy”, singolo estratto dal loro album collaborativo “Only built for infinity links”, uscito lo scorso ottobre. Si tratta dell’ennesima vittima illustre di una lunga scia di sangue che attraversa l’America e che vede sempre più rapper cadere sotto i colpi di armi da fuoco. Ma è una storia che ha anche radici profonde.

Dal ghetto al music business

“Il rap nasce a New York nei primi anni Settanta nell’ambito di feste organizzate da gruppi afroamericani e latinoamericani – ricorda lo scrittore Federico Traversa, autore di ‘Rap criminale’ - sin dalle origini viene praticato da persone ai margini delle società. È capace di dare voce alla rabbia di chi ha sempre vissuto in contesti difficili. Questo non va mai dimenticato perché se no non se ne capisce il terreno sociale. Ogni storia, ogni vita e ogni morte sono casi a sé. Ma è innegabile che molti dei grandi protagonisti dell’hip hop, spesso, passano dalla strada ai grandi riflettori dell’industria musicale senza perdere i contatti con le loro origini. Origini pesanti e poverissime, da ghetto: sono vicissitudini neanche paragonabili a quelle italiane. Questo rimanere ‘con i piedi sulla strada’, al di là di ogni retorica legata al genere, li porta a vivere esperienze al limite, anche da famosi, ad avere frequentazioni ambigue che non riescono a scrollarsi e a trovarsi in posti in cui nessuna persona famosa andrebbe”. Tupac disse che puoi togliere un ragazzo dal ghetto, ma non potrai mai togliere il ghetto da un ragazzo. “I Migos non sono mai stati strettamente legati a cosche criminali – dice Traversa – ma i loro racconti musicali trattano un certo ambiente e per parlare in modo così preciso del diavolo, devi averci almeno preso un aperitivo. E lo dimostra il fatto che un uomo ricco come Takeoff non fosse in un club patinato, ma a giocare a dadi con persone armate”.

Altri casi e il paragone con l’Italia

Traversa con il libro “Rap criminale”, fra i cinque finalisti del premio "CartaCanta", ha realizzato un'indagine che svela i segreti e i retroscena di una delle rivalità più famose e tragiche della storia della musica: quella fra Tupac Shakur e Notorious B.I.G. Con il suo volume, frutto di dieci anni di lavoro, ripercorre le esistenze travagliate delle due leggende del rap, morte assassinate, ma non si limita solo a questo. Nel libro si affrontano anche le storie di altri pezzi da novanta uccisi in seguito: da Scott La Rock a Jam Master Jay dei Run DMC, passando per Proof dei D12, fino alle recenti scomparse di nuove star del genere come Nipsey Hussle e XXXTentacion. A legare tutte queste rapstar c’è una fine violenta. “A un genere che parte dal basso e porta con sé il grande tema del riscatto sociale, va anche affiancata un’analisi più ampia della società americana in cui l’uso delle armi da fuoco è ordinario – continua Traversa – nella storia abbiamo assistito a tantissime morti di rapper che, seppur differenti, sono sempre state accomunate dall’utilizzo di armi, facilmente reperibili nei negozi”.

Anche in Italia ci sono stati recenti fatti di cronaca con al centro rapper o pseudo tali. Basti pensare alla faida fra gruppi e quartieri che ha portato all’accoltellamento di Simba La Rue. Ma la situazione, secondo Traversa, è comunque diversa e questo parallelismo con il nostro Paese può aiutare a comprendere meglio anche la situazione americana. “Negli Stati Uniti, come dimostra la rivalità fra Tupac Shakur e Notorious, a essere coinvolte, spesso, sono state gang molto strutturate, che avevano e hanno guadagni da attività illecite – specifica lo scrittore – il gansta rap e le cosche che ci girano attorno rappresentano un contesto completamente diverso da quello italiano. Negli States alcune delle etichette discografiche più importanti sono nate da soldi riciclati dal mercato della droga”.

L’importanza dell’istruzione

L’equazione rap-violenza, però, secondo Traversa, non può essere fatta. “Come esistono rapper che sguazzano in ambienti poco limpidi, ne esistono altrettanti che utilizzano la musica come strumento di critica verso la società in maniera costruttiva – conclude – e che anzi combattono l’uso della violenza o delle armi. Basti pensare a Kendrick Lamar e J. Cole. Non è giusto affermare che il rap alimenta o si ciba di violenza, il rap è la fotografia di tutto ciò. La responsabilità di certi fatti di cronaca non può essere delegata alla musica. Ci sono tanti filtri che hanno un peso specifico, a cominciare dalla famiglia e dalla scuola. È lì che si forma un individuo. Il mio lavoro nel sociale, in un’ottica italiana, mi ha sempre più fatto comprendere come per creare delle società più sane sia fondamentale partire dall’istruzione e da politiche che diano attenzione alle periferie, nell’ottica di allontanare i ragazzi dalla delinquenza. Quegli stessi ragazzi che utilizzeranno il rap come valvola di sfogo. Solo così si può tentare di arginare la violenza”. 

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