Il disco del giorno: Led Zeppelin, "Physical Graffiti"
Led Zeppelin
Physical Graffiti (Cd Swan Song/Atlantic WPCR-1 1616-7)
Gli album doppi, all’interno della storiografia del rock, hanno quasi sempre una funzione di culmine, tracciano una linea di confine oltre la quale la storia (e spesso l’esistenza) dei gruppi che li hanno realizzati cambia radicalmente.
Esempi celebri sono quelli del "White Album" dei Beatles, testimonianza implacabile delle differenti forze centrifughe che avrebbero condotto alla disgregazione del gruppo, "The Lamb Lies Down on Broadway" dei Genesis che prelude alla dipartita di Peter Gabriel, o delle cosiddette «opere rock» come "Tommy" e "Quadrophenia" degli Who che spingono lungo i muri della forma-canzone per tentare di espandere le possibilità del rock all’interno di strutture musicali più ampie; i Rolling
Stones hanno concentrato il massimo della loro energia nel doppio "Exile on Main Street" e pur producendo ottimi album anche negli anni a seguire non hanno più ritrovato lo stato di grazia presente in quell’opera.
Lo stesso può dirsi di "Physical Graffiti" dei Led Zeppelin (1975), autentica summa di tutta la straordinaria energia che questa band era in grado di sprigionare anche all’interno delle sale di incisione.
Non molti fans del gruppo saranno d’accordo con questa opinione e forse preferiranno dischi precedenti come "Led Zeppelin III" o il celeberrimo "ZoSo": "Physical Graffiti" contiene materiale di più antica datazione che doveva essere pubblicato prima, ma ciò non significa che ci troviamo di fronte a un lavoro raffazzonato o a una collezione di scarti bensì ad un’opera di grande compattezza che emana energia come un meteorite precipitato sulla terra.
La voce di Robert Plant è al massimo della forma, alternando con sapienza numerosi registri che vanno dall’urlo sfrenato di "Custard Pie" e "Rover" alle sfumature orientaleggianti di "Kashmir" o lo straziante blues di "In My Time of Dying", tornando sulla terra per scatenarsi in "The Wanton Song" e "Sick Again".
Naturalmente i Led Zeppelin non sarebbero quello che sono senza la batteria devastante di John Bonham, autentico protagonista che spinge senza sosta per tutto l’album insieme al basso essenziale di John Paul Jones; le chitarre di Jimmy Page forniscono mille colori, mescolando textures orchestrali, assoli lancinanti e riffs al titanio con una capacità di trasformazione stilistica degna di Proteo eppure allo stesso tempo dotata di una propria ferrea coerenza.
Carlo Boccadoro, compositore e direttore d’orchestra, è nato a Macerata nel 1963. Vive e lavora a Milano. Collabora con solisti e orchestre in diverse parti del mondo. E’ autore di numerosi libri di argomento musicale.
Questo testo è tratto da "Lunario della musica: Un disco per ogni giorno dell'anno" pubblicato da Einaudi, per gentile concessione dell'autore e dell'editore.
