Recensioni sentimentali: Afterhours, “Quello che non c’è”

Tratte dal libro “Scrivevamo sulle scarpe” di Luca Azzini
Recensioni sentimentali: Afterhours, “Quello che non c’è”

La magia di un disco è che ti fa innamorare anche delle sensazioni complicate in cui lo scopri o che ti provoca. Ci sono lavori che ti appesantiscono il cuore, che ti riportano a tempi cattivi, a vicende sfibranti, eppure li porti con te lungo gli anni. 

Se con “Germi” e “Hai paura del buio?” gli Afterhours avevano rappresentato per me la rivolta sfrontata e cinica alla mediocrità che mi circondava, se “Non è per sempre” inoculò una sorprendente sferzata pop nei miei pensieri, “Quello che non c’è”, al contrario, suonava in giorni di sconfitta e di abbandono. C’erano una storia finita, c’erano amicizie che cadevano a pezzi, c’era un lavoro avvilente, c’era un percorso di studi che non mi stava portando nulla, c’era la malattia di mia madre che ce la riconsegnò lontana e rinchiusa acremente in se stessa. 

Era la mia colonna sonora sul regionale delle 7.31, il volto schiacciato ad altri volti, immobili, inespressivi. Mi rimaneva addosso la bruttezza della gente, come l’odore disgustoso di fumo che si attaccava ai cappotti, quando nei locali si poteva ancora fumare. Ogni mattina mi facevo schiaffeggiare da discorsi che sembravano provenire da pessimi film che non ti sogneresti mai di guardare, c’era solo voglia di scendere e mollare tutto. 

Il paragone coi suoi predecessori, pantagruelici e ingombranti, ha sempre messo un po’ in secondo piano un disco tra i più centrati e coesi della discografia degli Afterhours. L’assenza di Xabier Iriondo alle chitarre e non solo ha costretto Agnelli a ricalibrare suoni e scrittura. Intelligentemente, a parer mio, ha lavorato per sottrazione, andando dritto al cuore e ai nervi della propria ispirazione, con tutti i membri della band a partecipare in fase di composizione. Il risultato è un disco cupo, intimo e personale, meno ironico e più narrativo del solito. Solo nove brani, tra cui un inedito reading autobiografico, storie di case e oggetti di quando eravamo piccoli che mi colpì molto. La title track è uno degli apici della canzone italiana tutta, seguita da altre perle soniche che delineano il ritratto netto e glaciale di un Paese ormai in putrefazione. Sovrastati dai fulmini, a illuminare le fabbriche, sotto un cielo che tendeva al verde. 

Avevo solo ventitré anni, ma me ne sentivo addosso almeno cento. 

Erano anni di concerti e concerti sempre bellissimi, di palazzetti interi che cantavano «Io non tremo...» mentre quel po’ che rimaneva di me se ne andava. 

Era una truffa e lo sapevamo, stavamo sguazzando in un imbroglio, perché poi la Brianza non è mai stato altro che questo, fare finta di non avere perso.

 

Questo testo è tratto dal libro “Scrivevamo sulle scarpe” di Luca Azzini, pubblicato da Edizioni Dialoghi, per gentile concessione dell’autore e dell’editore.

 

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