Recensioni sentimentali: The Beatles,“The Beatles”
Ripenso a mio padre e al suo accento che, nonostante tutto il tempo trascorso, conserva ancora qualche sapore di Puglia, anche quando, osservando i miei dischi, l’occhio si sofferma sul “White Album”.
Penso che potrei anche rivendere o regalare tutto quanto, lì dentro c’è praticamente ogni suono, genere, arrangiamento o follia. L’Everest dei critici musicali, il totem degli appassionati, un bersaglio mastodontico e perfetto da denigrare o da idolatrare. Aneddoti, leggende, messaggi nascosti, guru indiani, Charles Manson e Yoko Ono. Number nine.
Io, più semplicemente, rivedo le gesta e i dubbi di quell’uomo mite e onesto, spesso disilluso dagli eventi. La sua passione per la musica distratta e superficiale, il più delle volte obbligata compagnia negli infiniti chilometri macinati tra camion e auto di rappresentanza su cui ha passato gran parte della sua vita.
Il mio amore per i Beatles, però, arriva direttamente da lui, la fascinazione per Lennon in particolare. Li ascoltavamo insieme fin da quand’ero molto piccolo. A mia madre piaceva di più Paul, ma solo perché era bello e noi la si prendeva in giro.
Un giorno, mentre accompagnava il me tredicenne in qualche campetto della periferia milanese, da dove sarei certamente tornato con una sconfitta e le caviglie gonfie o bucherellate dagli arcigni tacchetti di qualche muscoloso stopper, inserii la cassetta di quell’album che in realtà non ha titolo. Mario, fratello maggiore di una compagna di classe, me l’aveva registrata, mi costò una fatica nera riuscire a farci stare tutti i titoli a penna.
Dopo due o tre canzoni mio padre sentenziò che quelli non erano i Beatles. Non riconosceva neanche un ritornello, quei suoni stralunati, poi, non erano i loro, forse le voci potevano ricordarli, ma, in verità, neppure troppo.
Insistetti e finse di essersi convinto, l’interesse per la partita imminente prese il sopravvento e rimise una stazione radio a caso, a basso volume.
Sono passati tanti anni da quel giorno, mio padre è in pensione da tempo, così come la mia poco proficua carriera da calciatore. Quando chiacchiero con lui, a volte mi capita di pensare che forse aveva ragione e che quelli non erano affatto i Beatles ed eravamo stati tutti ingannati. Anche se le voci a volte, qua e là, un po’ li ricordavano.
E poi c’era tutto quel bianco.
Questo testo è tratto dal libro “Scrivevamo sulle scarpe” di Luca Azzini, pubblicato da Edizioni Dialoghi, per gentile concessione dell’autore e dell’editore.
