Recensioni sentimentali: Radiohead, “Ok Computer”
Sostenni l’esame di maturità nel giugno del 1998. Durante il primo scritto, quello di italiano, passai oltre un’ora a spremermi le meningi sul tema di letteratura, scrivendo, però, su di un secolo sbagliato. Quando me ne accorsi, con la testa tra le mani, maledicendo la mia distrazione, accartocciai furioso il foglio, buttai tutto e mi misi al lavoro su una più banale traccia di attualità.
Del secondo giorno, quello del compito di matematica, non ricordo nulla, se non che alla fine della prova gettai la calcolatrice in un cestino, come una sorta di manifesto, davanti agli occhi compassionevoli del mio occhialuto professore siciliano.
Il giorno degli orali avevo, soprattutto, fretta di tornare a casa perché nel pomeriggio c’era il quarto di finale dei Mondiali contro la Francia che mi aspettava. Come prima cosa trovai brillante l’idea di insultare pesantemente i nostri cugini transalpini proprio mentre colei che mi avrebbe interrogato in francese - ovviamente francese - era proprio dietro le mie spalle. Per continuare un’esperienza che iniziava a farsi grottesca, mi fecero leggere una poesia in romanesco del Belli, suscitando le risa di tutti i presenti in aula. In un modo o nell’altro me la cavai e anche a un orario accettabile.
Tornando a casa, pedalando a tutta sulla mountain bike che di lì a pochi giorni mi avrebbero rubato, teso e in ansia per la partita, fui travolto da un acquazzone violento e improvviso.
Sotto il cappuccio della felpa, che in un lampo divenne zuppo, avevo in cuffia “Ok Computer” dei Radiohead. Sentivo tutto l’odore dell’adrenalina che schizzava fuori dal mio corpo, del sudore mischiato a quella fresca pioggia estiva, mi giungeva nitida la percezione di una parte della mia vita che mi stava dicendo addio per sempre.
Ero terrorizzato, esaltato, il groppo in gola, non vedevo quasi la strada per via degli occhiali bagnati, ma cantavo, cantavo a squarciagola «“Come on rain down on me, from a great heeeeeight!”», cantavo con più voce di quanta ne avessi mai avuta. Un disco di una bellezza commovente, che arrivava dal futuro, forse uno degli ultimi dischi che stravolse davvero il linguaggio e la coscienza del rock.
Tutto quell’esame fu un meraviglioso disastro, portai a casa il più anonimo dei 42, ma ci divertimmo tutti un sacco. Poi, ovviamente, l’Italia perse ai rigori, facendo sbattere le nostre speranze contro una traversa...
Questo testo è tratto dal libro “Scrivevamo sulle scarpe” di Luca Azzini, pubblicato da Edizioni Dialoghi, per gentile concessione dell’autore e dell’editore.
