Recensioni sentimentali: Nirvana,“In Utero”
La primavera era tiepida, pedalare fino a scuola quella mattina fu piacevole. Il cortisone che usavo a quei tempi per combattere una seccante allergia ai pollini di stagione mi rendeva perennemente assonnato, ma arrivai comunque in discreto anticipo. Alla prima ora avevamo educazione fisica, entrai nella struttura semicircolare dove si trovavano le palestre e mi sedetti sulla cattedra abbandonata vicino agli spogliatoi. Sapevo che quel gesto avrebbe fatto infuriare il professore non appena mi avesse notato, ma se ne sarebbe scordato subito e saremmo finiti a commentare la “Gazzetta dello Sport” che portava immancabilmente con sé. Era diventato un piccolo rituale.
Il primo anno di liceo stava scivolando via, senza troppi sussulti o scossoni, avrei preso un paio di materie a settembre, sicuramente matematica e molto probabilmente latino, ma andava bene così.
Alzai la testa con tutta l’insofferente pigrizia dei miei quindici anni compiuti di fresco, vidi dal fondo del corridoio arrivare Lorenzo. Gran terzino fluidificante Lory, piedi buoni e falcata potente, quattro o cinque goal per campionato li metteva sempre. Giocammo insieme diversi anni, finché ci perdemmo di vista. Pareva stanco quel giorno, abbattuto, aveva un passo trascinato e pesante, lo sguardo rivolto al pavimento marrone di quella scuola costruita nei primi anni Ottanta.
Si avvicinò, mi mise una mano sulla spalla, con gesto adulto e fiero, disse: «Hai sentito di Cobain?».
Gli risposi leggero che la sera prima, dopo la massacrante gita di classe dedicata al trekking chissà dove, avevo mangiucchiato qualcosa ed ero andato a dormire presto, esausto, senza radio né tv.
Lui scosse la testa, prima a sinistra e poi a destra e in quel momento perdemmo la nostra innocenza, per sempre. «Si è sparato in testa, lo hanno trovato ieri». Andò a cambiarsi.
Io mi tolsi le auricolari dalle orecchie, le tenni in mano qualche secondo e poi le misi nella tasca della giacca. Uscii da un portone laterale e mi accesi una sigaretta all’aria aperta, qualcuno stava già correndo sulla pista attorno al campo di calcio, pantaloncini, fiatoni, sghignazzi. Non potevo comprendere a pieno la portata di quella notizia, di quel gesto e di ciò che avrebbe significato per il resto delle nostre vite, ma un cerchio alla testa giunse a comprimere ogni mio accenno di pensiero dandomi la nausea. Ecco, se ripenso a come mi sono sentito quel giorno, la prima sensazione che mi torna alla mente è un impellente bisogno di vomitare.
Una generazione stava dichiarando la propria resa attraverso un urlo sordo e agghiacciante, ne facevo parte anch’io, realizzai, e mi sentivo a pezzi.
La musica tutta, dopo quella furiosa manciata di canzoni, non fu più la stessa. Niente lo fu, per me, per Lorenzo e per tutti noi.
Quel disco doloroso e distorto, quelle ali d’angelo che non hanno mai smesso di sanguinare, di tanto in tanto ritornano e si svelano gentili, avvolte da una purezza che non ho mai più incontrato, ritornano e mi dicono che, in un modo o nell’altro, posso stare tranquillo, perché sta andando tutto bene.
Questo testo è tratto dal libro “Scrivevamo sulle scarpe” di Luca Azzini, pubblicato da Edizioni Dialoghi, per gentile concessione dell’autore e dell’editore.
