I Duran Duran sorprendono alla terza serata di La Prima Estate

Il racconto della terza giornata del festival in programma a Lido di Camaiore
I Duran Duran sorprendono alla terza serata di La Prima Estate
Credits: Sebastiano Tomà / Concessione in uso a Rockol

Diciamolo subito. Iniziare il concerto con “Wild Boys”, l'amata-odiata hit del 1984, dimostra che i Duran Duran non solo hanno fatto i conti con le pagine meno brillanti del proprio passato, ma riescono anche ad essere autoironici. Con la loro clamorosa esibizione si è conclusa la terza e, per alcuni, la più attesa serata de La Prima Estate, la prima edizione del festival che si svolge al Parco Bussola Domani di Lido di Camaiore, in provincia di Lucca.

La giornata era iniziata con il set dell'italianissimo Corasan che, insieme al producer Niccolò Cesanelli, mette insieme elementi di electro anni Ottanta, french touch e musica elettronica berlinese. Dopo di lui gli Easy Life sono stati una piacevole sorpresa: un gruppo di giovani ragazzi di Leicester che propongono un urban pop molto fresco e facile, ma con testi un po' dark e figli di quest'epoca, ben suonato (a proposito, il ritorno della sezione fiati e in particolare del trombone nel pop è una tendenza da segnalare e che ci fa molto piacere): gruppo di ragazzi molto simpatici con il loro outifit normalcore fatto di giubbotti di jeans extralarge.

Alle 21:00 sono arrivati i Bluvertigo: loro invece molto stilosi nell'abbigliamento, ben truccati, abiti in broccato e camicie flamboyant dai toni accesi. Riascoltarli dal vivo è comunque un piacere e ti fanno capire come la loro musica sia stata unica e inimitabile nel panorama italiano.

Morgan come sempre cattura l'attenzione e la tensione con una voce non sempre all'altezza, presenza da popstar, assoli di piano e basso un po' stranianti e piccoli proclami tra una canzone e l'altra, ma anche grande carisma sul palco. Dietro Livio, Sergio e Andy (con il supporto di Megahertz) sono in grande forma e complicità, come se il tempo non fosse mai passato. Nella loro scaletta ragionata sono presenti i grandi successi degli anni '90 come “L'assenzio” “La Crisi” “Altre Forme di Vita” e “Sono=Sono”, ma anche pezzi meno noti e da riscoprire quali “Finchè saprai spiegarti” o “Complicità” finanche cover di David Bowie come “Always Crashing in the Same Car”.

Alle 22:30 entrano i Duran Duran con la canzone citata in apertura. Ovviamente la stragrande maggioranza del pubblico è tutta lì per loro: signore della Gen X con marito al seguito super agguerrite urlanti (le urla sono tutte per Simon Le Bon, soprattutto, ma all'ala sinistra hanno solo occhi per il bassista John Taylor) ma in generale pubblico di tutta l'età. Sebbene John Taylor in un'intervista avesse dichiarato che ci sarebbero stati in scaletta oltre ai classici anche molti pezzi nuovi, in realtà non è stato così e forse è stato un bene. I Duran sono una band di sessantenni ma sempre alla ricerca di nuovi suoni e attenti alle cose contemporanee, e quindi i loro pezzi più solidi da “Planet Earth” a “Come Undone”, da “Rio” a “Hungry like the wolf” con piccoli accorgimenti riescono ad essere ancora freschi e non figli di un'operazione revival (lo stesso non si può dire, ad esempio per “Notorious”).

Quando Simon in uno dei suoi interventi, uno dei quali prima di “Ordinary World” a favore del popolo ucraino, dice “L'Italia ci ama, noi amiamo l'Italia” si capisce che non è la solita frase convenzionale, ma che c'è dietro una verità ineluttabile. I bis poi sono un colpo al cuore: “The Chaffeur”, “Save a Prayer e “Rio” non lasciano spazio ad altro che emozioni. Prima di chiudere, un plauso va fatto a Simon Le Bon che riesce ad avere una presenza scenica, ma soprattutto una gran voce, decisamente migliore di quando furoreggiava negli anni '80. Roger Taylor dietro i tamburi, puntuale senza strafare, John Taylor sempre cool e con quel suo modo semplice ed efficace di creare linee di basso che ti rimangono incollate in testa e, soprattutto, Nick Rhodes, la vera mente del suono dei Duran che ancora una volta non si smentisce come classe e understatment.

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