Killers: "Non siamo più solo la band di Las Vegas"

L'intervista a Brandon Flowers e Ronnie Vannucci Jr: la band sarà in concerto a Milano il 21 giugno

Effetti collaterali della ripartenza del live: il 21 giugno a Milano i Killers si esibiranno a poca distanza dai Rolling Stones, recuperando un concerto dell’estate 2020. E porteranno in tour “Imploding the mirage” - album uscito quell’anno - come molte band non hanno potuto suonare dal vivo la musica prodotta a ridosso della pandemia.

“Abbiamo suonato un po’ in Messico e in altre parti, quello che vediamo è che la gente ha voglia di tornare a vedere musica dal vivo”, raccontano Brandon Flowers e Ronnie Vannucci Jr da Londra, dove ieri sera è partito il tour europeo, che fa seguito a qualche data nel continente americano e negli Stati Uniti lo scorso autunno, prima che il live si fermasse per la nuova ondata di contatti.

Questa volta però si fa sul serio: sul palco ci si può aspettare quel suono che loro stessi definiscono “Boombastic, textured”: “Abbiamo spesso giocato con i sintetizzatori, ci sono anche nel rock con band come U2, Pink Floyd, Cure, Cars”, spiega Flowers. “Band che hanno trovarto un equilibrio che forse noi non troviamo sempre. Non so se siamo una rock band - ridefiniamo ogni volta il nostro matrimonio con questo genere”.

Un suono epico che in parte la band ha rinnegato per l’album capolavoro “Pressure machine”, uscito lo scorso anno e recentemente ristampato con versioni alternative delle canzoni. Un disco dal sound più minimale, nato dal ritorno nello Utah, nella cittadina dove Flowers ha vissuto per qualche anno da ragazzo: “È stato illuminante capire quanto quel periodo mi ha segnato. Riflettere su quell’esperienza è una cosa che ho cercato di evitare per molto tempo: eravamo la band simbolo di Las Vegas, stavamo lontani da questo mondo più piccolo. Quando ci sono tornato mi sono reso conto di quanti personaggi e storie c’erano. È stato come tornare scrivere un primo album, con così tanto da dire”.

Per questo la versione deluxe contiene diverse versioni dei brani: “Non sapevamo quando avremmo fatto di nuovo musica, eravamo ‘nella zona creativa0 e ci si è aperto un mondo, con tante possibilità; arrivavamo da un suono magniloquente e stratificato e quelle storie richiedevano un altro approcio; questo ha comportato tentativi ed errori, diversi modi di scrivere le canzoni. Ci siamo divertiti”

Il disco è stato paragonato a “Nebraska”, del loro idolo/mentore Bruce Springsteen, con cui la band ha pure reinciso una versione di “Dustland”, su iniziativa del Boss: “Il paragone non è un'offesa, anzi: quell’album è una pietra miliare, come 'Wilfdlowers' di Tom Petty, altro album che ci hi ispirato. Gli obbiettivi erano simili: meno trucchi di studio, più storie da raccontare. È stato un sogno che Bruce sapesse chi siamo e che volesse fare una canzone con noi. Ci sembrava di volare”.

Domanda inevitabile finale sul ritorno del rock, di cui si parla spesso: “Speriamo che continui questa tendenza, che qualcuno imbracci le chitarre. I ragazzi odierni sono esposti a così tante cose che prendono spunti da ogni cosa, ed è bello”.

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