Questo video di Richard Benson spazza via tutti i meme
La maschera di sé stesso? Sì, certo, indubbiamente. Soprattutto negli ultimi vent’anni, da quando – complici prima YouTube e poi i social – le sue sfuriate e quelle urla infernali con le quali commentava, si fa per dire, i dischi degli eroi della scena metal d’oltremanica e d’oltreoceano, sono uscite dagli studi dei programmi che conduceva, tra un’asta e del soft porno, sulle reti locali laziali. Conquistando, nel bene e nel male, l’Italia intera. Ma prima di essere quel simpatico fenomeno che tutti abbiamo conosciuto e amato, Richard Benson è stato un maestro vero – come da ieri lo ricordano i fan sui social – di musica suonata.
Della chitarra il “signore del metallo”, come si autoproclamava lui, era un virtuoso. Lo è stato fino a quando una mutazione caratteriale estrema cambiò tutto, portando il personaggio, così ingombrante, a divorare tutto quel talento. Come e perché non è dato saperlo: resta uno dei tanti misteri che hanno circondato la vita e la carriera di Richard Benson, che di sé diceva di essere nato nel 1955 a Woking, nei pressi di Londra, con il nome di Richard Philip Henry John Benson, che spesso parlava l’italiano con un accento british, che sosteneva di aver girato il mondo e di aver lavorato con i più grandi e aver conosciuto le leggende del rock. “Sono volato da 30 metri sull’asfalto in un punto dove muoiono tutti e sono molto più vivo di prima. Hanno cercato di ammazzarmi. Però io riesco a volare e quel giorno ho volato. Il mio corpo è rimasto vivo sotto il ponte, ma Richard Benson è morto. Io sono adesso un’altra persona. Sono rimasti i ricordi, i gusti musicali, ma il mio carattere è cambiato”, raccontava il “signore del metal", tra i personaggi in assoluto più iconici della scena underground romana degli ultimi cinquant’anni, facendo riferimento alla leggendaria caduta dal parapetto di Ponte Sisto a Roma, direttamente giù sulla banchina (era il 2000: l’anno precedente aveva pubblicato l’album “Madre tortura”, destinato a restare per sedici anni il suo ultimo lavoro, prima che Federico Zampaglione dei Tiromancino non lo prendesse sotto la sua ala protettiva producendo nel 2015 “L’inferno dei vivi”).
“Metti il distorsore in cielo”, ha scritto Carlo Verdone sui social ricordando Richard Benson, al quale nel ‘92 fece fare un cameo nel suo film “Maledetto il giorno che t’ho incontrato”, in una scena ambientata durante un fittizio programma tv, “Jukebox all’idrogeno”, nel quale il protagonista, interpretato da Verdone stesso, discuteva di Jimi Hendrix con Benson. A rendere giustizia al talento e alla grandezza del Richard Benson musicista, quello che a partire dalla seconda metà degli Anni ‘70, girando per i locali della Capitale indossando parrucche, giacche e pantaloni di pelle, come uno dei Kiss (ma senza trucco) o dei Judas Priest, diventò un punto di riferimento dei cultori dell’hard rock e dell’heavy metal, ci pensa questo video trovato su YouTube. È tratto da una vecchia vhs didattica per diventare un Dio della chitarra. E spazza via tutti i meme sulle urla infernali.
“Oltre 30 anni fa fui un suo allievo per circa un annetto. Mi insegnò molto. Ogni lezione, a casa sua, finiva con il suonare insieme su una base che usciva fuori da un ‘radione’ anni 80... Ci divertivamo. Lui aveva una buona considerazione di me e di questo ne andavo fiero. Era un pazzo. Ma un pazzo vero. Uno che il rock lo intendeva proprio come stile di vita nel senso cerebrale del termine. Altro che i rockettari blasonati”, scriveva cinque mesi fa un utente, sotto al video. “Alla domanda che feci al mio maestro su quale video didattico mi consigliava lui rispose: tutti sono più o meno validi, basta evitare quello di Benson. Per fortuna non mi ricordai di quel suggerimento. Quella maledetta VHS l'avremmo vista miliardi di volte e ha regalato a me ed ai miei amici momenti indimenticabili”, rispondeva un altro. E un altro commentava in romanesco: “Sta a vede che questo c'ha preso in giro a tutti quanti. Forse faceva il fenomeno da baraccone perché aveva capito che in Italia era l'unico modo essendo un musicista di ritagliarsi uno spazio di ottenere una certa visibilità”. Lunga vita a Richard Benson.