L'arte totale dei Brama

Un collettivo romano fatto di musica, teatro, danza, vestiti, parole gesti

C’è una band che va tenuta d’occhio: si chiamano Brama, sono di Roma, hanno un età media di 26 anni, e sono decisamente interessanti. Innanzitutto perché non sono una band comunemente intesa, piuttosto un collettivo, dove ognuna delle personalità ha il suo spazio e la sua rilevanza. Poi perché musicalmente sono un’entità assolutamente contemporanea, perfettamente calata nella realtà di oggi, fuori dai generi, senza una strada segnata da suoni o idee precostituite, figlia perfetta del digitale in cui tutto si può fondere per creare altro, per creare qualcosa di nuovo, ma allo stesso tempo completamente analogica, fisica, materiale, dove atomi e bit possono convivere.

E poi perché, ancora e non ultimo, il collettivo ha un obbiettivo più alto, che si manifesta nel loro modo di andare in scena, dove la musica è il cuore che batte ma il corpo è fatto di teatro, di danza, di parole, di vestiti, di gesti. Non solo musica, dunque, ma ‘arte totale’, una roba che suona molto anni Settanta ma che nelle mani dei Brama è totalmente priva di nostalgia per qualcosa che questo gruppo di vivacissimi ventenni non ha vissuto e che non può dunque sognare. Sono di Roma dicevamo, città che dopo anni di sonnolenta vita immersa in una storia gloriosa, si è risvegliata nella musica, principalmente per merito delle generazioni ultime che, a differenza della placida insensatezza delle precedenti, hanno pensato bene di rimettere in moto non solo la creatività ma anche l’iniziativa.

A Roma si crea, ovunque, comunque, e la musica è uno dei territori dove questo accade in maniera più vistosa, colorata, diversa, varia, dall’elettronica al jazz, dal rap al folk, dal pop all’avanguardia. Brama è in questo flusso, ma non segue alcuna corrente, se non quella della ‘ricerca’. Parola che però va intesa nel suo senso letterale e non in quello che negli anni passati sembrava sinonimo di ‘inascoltabile’ o elitario.

No, Brama è un collettivo pop nel senso alto del termine, che si muove alla ricerca di qualcosa che possa essere popolare, coinvolgente, ma allo stesso tempo nuovo, diverso. La ‘diversità’ è nel mescolamento, naturale, dei linguaggi: quello teatrale innanzitutto, che negli spettacoli dal vivo gioca un ruolo determinante, con alcuni dei componenti della formazione che vestono i panni dei performer, in situazioni che vanno ampiamente al di la del concerto e sono anche elementi fondamentali per provocare una reazione nel pubblico.

C’è poi il mescolamento musicale, che è nel DNA del collettivo, nove elementi, basso, batteria, percussioni, chitarra, tastiere, tromba, violino, due cantanti/performer, non una formazione semplice da gestire, dunque, che richiede, per la sua ricchezza strumentale, una visione sonora decisamente ampia. E l’ampiezza in concerto si sente, gli elementi che si mescolano sono tanti, dal pop al jazz, dal minimalismo alla canzone, dal rock al reggae, senza nessuna frizione, senza nessuno scandalo. E in tutto questo non c’è ‘provocazione’, non c’è la voglia di stupire, al contrario la ‘necessità’ evidente è quella di comunicare, di coinvolgere il pubblico, di essere al centro di un ‘qualcosa’ che accade non solo sul palco.

Senza dimenticare che oltre a Claudio Molinari, Michele Mazzetti di Pietralata, Lorenzo Celata, Guglielmo Cappellini, Jacopo Narici, Enrico Cuculo, Marcello Sanzò, Giovanni Mazzetti di Pietralata, Arturo Passacantando, al centro del palco c’è Nicola Pecora che non è ‘solo’ cantante, ma anche un danzatore, attore, capopopolo, e catalizzatore di energia per la band stessa.

Tutto questo può essere dentro un file in streaming su una piattaforma? Per il momento no e infatti non serve cercare i Brama su Spotify o Apple Music perché non ci sono. Una scelta coerente, per ora, con quello che il collettivo mette in scena e che ha la sua completa realizzazione negli spettacoli dal vivo. Però, ed il però è magnifico, i Brama hanno anche il potenziale per poter essere nelle piattaforme, hanno ad esempio un brano, “Festivalbar”, che è un potentissimo singolo punk/pop da cantare rigorosamente in coro, un dannato tormentone che vi si pianta in testa e vi costringe a fischiettarlo, sempre che il genere sia di vostro gradimento. Non essere nelle piattaforme, quindi, non è segno di inutile quanto insensato snobismo, ma una sorta di necessità, perché la piattaforma non potrebbe proporre, per ora, il progetto Brama nella sua completezza.


Detto tutto questo Brama non è, sostanzialmente, una bellissima promessa ma già una interessante realtà. Che indica, ed è la cosa a nostro avviso più importante, che c’è vita oltre il pop della ‘corrente principale’, che la ‘fase due’ della rivoluzione musicale italiana è iniziata, che si possono, anzi si devono, cercare sensazioni, emozioni, sentimenti, musiche, suoni, idee che tendano verso l’arte, qualsiasi forma essa possa avere. 

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