Dance! Armand Van Helden, "Greatest Hits"

10 dischi fondamentali della dance (Techno e House)
Dance! Armand Van Helden, "Greatest Hits"

Armand Van Helden
Greatest Hits
(Strictly Rhythm, 1997)

Eccessivo e cafone. Talentuoso e visionario. Abile venditore di se stesso. Appassionatissimo cultore con una conoscenza della materia senza pari. Difficile tenere a freno un vulcano come Armand Van Helden. Nato e cresciuto a Boston ma subito adottato dalle strade e dai locali della Grande Mela, Van Helden inizia a metà anni Novanta una carriera in perfetto equilibrio tra credibilità indipendente e legittimazione commerciale. Ancora prima del capolavoro "2 future 4 u" del 1998 (che lo imporrà nelle classifiche di tutto il mondo anche grazie al singolo "U Don’t Know Me", cantato da Duane Harden), mette in fila una striscia di produzioni storiche per la Strictly Rhythm, raccolte fortunatamente su un Cd che diviene imprescindibile.

Lo stile di Van Helden è ipertrofico e chiassoso, con le radici ben piantate nell’Electro degli anni Ottanta e una coscienza Hip Hop capace di dare ulteriore concretezza a un’estetica meravigliosamente personale. Le sue prime tracce prendono l’abrasiva essenzialità della House di Chicago più dura e stradaiola (con Armando Gallop e Mike Dunn come modelli principali) e la trascinano di forza dentro feroci e dissoluti baccanali dove l’incredulità dell’ascoltatore rimane costante. I suoni sono scarni e splendidamente artigianali, il senso del ritmo sempre travolgente, l’ironia gustosamente sopra le righe.

"Greatest hits" è esattamente ciò che il titolo promette: una sequenza mozzafiato di missili terra-aria con la giusta potenza e la necessaria gittata per far saltare in aria ogni pista da ballo. Si parte con "The Witch Doktor", oscura e ossianica, come dei Phuture gettati in un pozzo di catrame, si continua con numeri spettacolari, dove suggestioni africane ("Zulu", a nome Circle Children), caraibiche ("Rumba", come Pirates of the Caribbean) e latine ("Aw Yeah", sotto lo pseudonimo Chupacabra) aggiungono ulteriori colori a una tavolozza già incredibilmente viva e vibrante. C’è poi l’anima intimamente B-Boy di Van Helden, che viene fuori in pezzi irresistibili come "Love Thang" (Banji Boys) e "Spark Da Meth" (Da Mongoloids), costruite su ritmi possenti, bassi a prova di impianto audio e castelli di geniali campionamenti vocali.

Ma il capolavoro assoluto, il vertice del disco e anche della carriera del barbuto produttore statunitense, arriva esattamente a metà scaletta e si chiama "Break Night", realizzata nel 1995 con la sigla The Mole People. Oltre otto minuti nei quali una cassa
rotonda (affiancata da ulteriori tribalismi percussivi) è sovrastata da un infinito riff ostinato di tastiera, processato attraverso continue e devastanti equalizzazioni. Un brano tanto semplice quanto diabolicamente micidiale, profondamente ipnotico e psichedelico ma anche prepotentemente fisico, gioioso e giocoso ma elevato verso l’infinito da una sottile vena malinconica da estate che finisce.

Un monumento al Dio del Jack, che riassume tutta la grandiosità del talento sfoggiato da Armand Van Helden, maestro di cerimonie supremo e, nei suoi momenti migliori, grandissimo fuoriclasse di quel difficile campionato che è la lunga storia della musica Dance.

Il testo è tratto da "Dance! - Techno e House, 100 dischi fondamentali" di Andrea Corritore, per gentile concessione di Arcana Editore. (C) 2022 Lit edizioni s.a.s.

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