The Cure: la storia di "Three imaginary boys", parte 3
Pur con tutti i rimpianti per ciò che sarebbe potuto essere e non fu, il primo lato di THREE IMAGINARY BOYS risulta a ogni buon conto pressoché perfetto, dal raffinato pattern di batteria che dà il “la” a "10:15 Saturday Night" all’urlo agghiacciante con il quale si congeda l’orrorosa "Subway Song". Dopo l’inizio ultra-minimale, ma di presa immediata, "10:15 Saturday Night" (brano già da più di un anno in scaletta nei concerti e retro, sei mesi prima, di "Killing An Arab") mantiene per tutta la sua durata un incedere che ricorda marcatamente il ticchettare di un orologio.
Gli stilemi dello scarno suono dei primi Cure vengono definiti immediatamente: ad assumersi la responsabilità dello sviluppo melodico dei brani, appoggiandosi a una batteria senza un fronzolo ma attenta alle sfumature (nonché, nel caso di questo Lp, registrata stupendamente: Parry era stato in gioventù ottimo batterista e in studio sa catturare il suo ex strumento come pochi), è il basso. La chitarra lo contrappunta con interventi tanto lineari quanto agili, tirchieggiando di norma sulle note di modo che, nelle rare occasioni in cui esce allo scoperto e si pone in primo piano (per esempio, nel finale della canzone che dà il titolo
all’album), l’effetto di sottolineatura drammatica è formidabile. "10:15 Saturday Night" s’imprime nella memoria sin dal primo ascolto, e per la peculiarità della costruzione ritmica e per la squisitezza della melodia che a essa si va ad appoggiare.
"Accuracy", che la segue senza concedere un secondo di pausa (le prime quattro canzoni di THREE IMAGINARY BOYS sfumano una nell’altra senza lasciare all’ascoltatore tempo per rifiatare; trucchetto da nulla, eppure efficacissimo nell’incrementare la tensione, come in anni più vicini a noi un produttore del calibro di Rick Rubin dimostrerà più volte), ne replica lo schema senza averne troppo l’aria.
"Grinding Halt" ha un suono più pieno, un’andatura saltellante, sentori new wave e nello stesso tempo soul (ascoltate con attenzione la linea del basso!), spruzzate di spezie d’Oriente: la scrisse Tolhurst e Smith – pare – si limitò a rimaneggiarla. Resta il contributo (uno dei pochi) di maggior pregio offerto dal batterista (poi tastierista) al repertorio dei Cure.
"Another Day" è malinconica, scheletrica (a un certo punto il basso viene lasciato in solitudine), bellina ma prescindibile.
Meglio "Object", che caracolla alla Jam portando a spasso un riff robusto.
Meglio ancora "Subway Song", rabbrividente storia di un omicidio consumato nei corridoi deserti di una metropolitana, piccolo capolavoro di economia e di thrilling alla Hitchcock messo in musica.
(3 - continua domani)
Il testo qui pubblicato è tratto da "The Cure - Tutti gli album", a cura di Federico Guglielmi, per gentile concessione dell'editore Il Castello.
