The Cure: la storia di "Three imaginary boys", parte 2
Una lampada, un frigo, un aspirapolvere dal design anni Sessanta su uno sfondo rosa pastello, con il nome della band (il medesimo logo verrà usato anche per i due Lp successivi) relegato nell’angolo in alto a destra: il davanti di copertina del
primo album dei Cure, pubblicato l’8 maggio 1979, riesce a essere nel contempo originale e incredibilmente anonimo. Ancora di più, originale e anonimo, è il retro, senza scritta alcuna eccetto i marchi della Polydor e della Fiction (il cui catalogo era stato inaugurato tre mesi prima dalla ristampa dell’esordio a 45 giri – Killing An Arab – dei Cure stessi)
e occupato da una serie di polaroid (nessuna del gruppo), collage, disegni, varie ed eventuali. Il titolo dell’album non appare né sul davanti né sul retro, e neppure sulla costina e sulla busta interna, e di conseguenza più di un giornale lo recensì come THE CURE.
Quel che è ancora più bizzarro è che nella prima stampa (le tirature successive li riporteranno sull’etichetta) nemmeno i titoli delle canzoni figurano da nessuna parte: li sostituiscono, sul centrino del disco, dei simboli grafici (nel 1988 i Butthole Surfers parodieranno/ omaggeranno la trovata nel loro – notare il titolo sbeffeggiante i Led Zeppelin – HAIRWAY TO STEVEN). Non c’è da stupirsi se anche i recensori più entusiasti di THREE IMAGINARY BOYS ne tacciarono di pretenziosità l’artwork, riecheggiante certi lavori degli studi Hipgnosis per i Pink Floyd. Ma di pretenzioso, nell’esordio a 33 giri del gruppo di Robert Smith (la lampada, ove Michael Dempsey è rappresentato dall’aspirapolvere e Lol Tolhurst dal frigo) non vi è per fortuna altro.
A Smith e soci, la copertina non fu la sola cosa del disco a dispiacere. Se risulta difficile condividere le aspre critiche mosse a posteriori dal leader al lavoro di produzione di Parry, non parendoci che il gruppo di THREE IMAGINARY BOYS suoni sensibilmente diverso da quello che nello stesso periodo incideva in presa diretta alcuni brani per la BBC, tocca annotare che il controllo dittatoriale esercitato al tempo sui Cure dal manager si rivelò deleterio pure per la scelta dei brani.
Dei quattro titoli – "Boys Don’t Cry", "It’s Not You", "10:15 Saturday Night" e "Fire In Cairo" – presenti sul nastro, registrato nel maggio 1978, che aveva persuaso Chris Parry a contattare i Cure, manca assurdamente all’appello il primo. Romantica di un romanticismo struggente ma dolcissimo, teneramente pop, "Boys Don’t Cry" sarà in giugno il lato A del secondo singolo della banda Smith.
Il retro? "Plastic Passion", altro brano da tempo in repertorio (la prima versione era stata inclusa, nel gennaio 1978, nel terzo e ultimo demo per la Hansa) e che certo non avrebbe sfigurato in THREE IMAGINARY BOYS.
Nondimeno è un’altra l’assenza più clamorosa: ove a quello che era stato il retro del primo 7” è delegato il delicato incarico
di aprire il 33, il lato A non figura in scaletta. Capolavoro numero uno da iscrivere in una lista che si farà lunghissima, "Killing An Arab" aveva fatto la sua prima apparizione in un demo approntato per la Hansa nel novembre 1977.
Agli audiolesi responsabili della casa tedesca non era piaciuta per niente e non dovette garbare granché neanche ai dirigenti della Polydor, se rifiutarono di farla uscire sotto Natale del 1978 e si convinsero a pubblicarla soltanto due mesi più tardi, dopo che i fogli specializzati britannici, insolitamente unanimi, l’avevano eletta “45 giri della settimana” e dopo che le 15.000 copie date alle stampe dalla indipendente Small Wonder erano andate esaurite.
(2 - continua domani)
Il testo qui pubblicato è tratto da "The Cure - Tutti gli album", a cura di Federico Guglielmi, per gentile concessione dell'editore Il Castello.
