Tears For Fears: “Abbiamo visto l'abisso, ora ricerchiamo solo l'equilibrio”

Intervista a Roland Orzabal e Curt Smith, che raccontano il nuovo album “The tipping point”, in uscita venerdì 25
Tears For Fears: “Abbiamo visto l'abisso, ora ricerchiamo solo l'equilibrio”
Credits: Vincenzo Nicolello / Concessione in uso a Rockol

Come abbiamo avuto già modo di dire, dopo lunghi e travagliati anni tra liti e tour di successo fatti controvoglia, lutti familiari e cambi di management, i Tears For Fears si sono riformati e dopo 17 anni sta per uscire il loro nuovo disco “The Tipping point” (25 febbraio per Concord Records - Universal) segno di una nuova e inaspettata esplosione creativa di grande qualità.
Rockol ha intervistato via zoom Roland Orzabal e Curt Smith che si trovavano a Los Angeles. Qui parlano del disco, della loro unione e di questi ultimi anni. Poi tra qualche giorno pubblicheremo anche le loro considerazioni sulle canzoni del nuovo album

Partiamo dal titolo del disco “The Tipping point”. (Il punto critico). E' un titolo molto largo che racchiude vari concetti pregni di senso.  Qual è il vostro significato di the tipping point in questo caso?
Orzabal: Sì, hai detto bene, è un titolo che ha davvero tanti significati su diversi livelli. Io ti posso parlare della canzone che riguarda una storia intima e personale e che racconta la mia sofferenza nel vedere una persona amata (ndr. sua moglie Caroline) perdere una lunga battaglia contro la malattia. Ma in realtà siamo in un punto critico su così tante questioni e lascio che ne parli il mio buon amico Curt. 
Smith: Abbiamo raggiunto il punto critico su così tanti temi che ho perso il conto: dal cambiamento climatico all'uso dei social media, dal black lives matter alle questione di genere, temi che sono sottotraccia nelle canzoni di questo disco. Io poi vivo negli Stati Uniti che per sei anni ha vissuto una sorta di dittatura. Insomma, ci sono tante situazioni connesse al concetto di punto critico. 

La copertina del disco gioca molto sul concetto di equilibrio che è una parola che ricorre spesso nei vostri testi. Ha anche a che fare con la realizzazione di questo disco? 
Smith: Sì, l'equilibrio è alla base dei Tears For Fears. E non è una cosa che si raggiunge facilmente né tantomeno artificialmente. Quando abbiamo iniziato a lavorare su un nuovo disco il management ci ha affiancato una serie di hit makers, ma le cose non sono andate bene. In quel caso l'equilibrio si era rotto, tra noi e con loro. In questo caso specifico è stato importante lasciare quel management ritornare a lavorare con i collaboratori del passato come Charlton Pettus ed è stato come tornare in famiglia. 

Prima citavate le canzoni che parlano di questioni che riguardano l'intera comunità ma che, allo stesso tempo in questo disco, affrontano anche storie molto intime. Questo mix di pubblico e privato era qualcosa che volevate o è semplicemente successo? 
Orzabal: Io quando scrivo parto sempre da una prospettiva personale. Inizi a scrivere perché senti di essere l'unica persona al mondo a provare quelle sensazioni, perché se tu pensassi che tutti gli altri si sentono allo stesso modo non avresti il bisogno di scriverlo e confessarlo. Ed è questo tipo di falso senso di isolamento che ci fa esprimere questa prospettiva individuale. 
Poi succede quella cosa bellissima per cui scrivendo quella frase o quella sensazione scopri che anche tutti gli altri si sentono esattamente allo stesso modo e condividono con te quella affermazione emotiva. E questo tipo di connessione con le altre persone è la cosa straordinaria della musica pop. Per me è sempre uno shock, uno shock positivo perché quello che sentivi dentro la tua anima e la tua mente viene cantato da tutti. Dopo tanti anni non mi ci sono ancora abituato.
Smith: sì, è sempre estremamente gratificante per noi quando qualcuno le persone che vengono da te e dicono, sai, la tua canzone mi ha aiutato in un periodo difficile. 

La vostra passata reunion nel 2004 “Everybody loves a happy ending” non fu un gran successo commerciale. Dopo tutti questi anni vi siete chiesti il perché e cosa avete imparato?
Orzabal: Quello u un periodo strano. Firmammo per la Arista, allora a capo c'era L.A. Reid che fu fantastico con noi durante le registrazioni. Poi un paio di settimane prima dell'uscita del disco L.A. Reid fu licenziato e con lui tutto il suo gruppo di lavoro. Così ci trovammo in caduta libera. Forse dovevamo gestirla meglio, ma fu tutto molto imprevisto e improvviso. Però alla fine siamo orgogliosi di quel disco. 
Smith: Quel disco è nato e si è sviluppato in un bel clima. Per quello "Everybody loves a happy ending" mi rende comunque felice,  non importa se non ha avuto abbastanza successo Mi rende ancora felice ascoltarlo. È stata una bella esperienza. Alla fine la tua felicità personale è molto più importante dell'aiuto che le altre persone ti possono dare nella promozione, il successo e tutto il resto. 

Cosa avete provato quando avete saputo che artisti come Kanye West, The Weeknd o Lorde  sono stati ispirati e influenzati da voi nel corso degli anni, e hanno riproposto i vostri brani? 
Orzabal: Beh, è stato fantastico. Prima di tutto perché hanno rigenerato l'interesse verso le nostre canzoni e, grazie allo streaming, il collegamento a noi e alle nostre vecchie canzoni è stato immediato. 
Ma lo shock è stato che fino al giorno prima pensavi che la tua versione fosse l'unico modo in cui fare quella canzoni. E invece ti ritrovi ad ascoltare canzoni molto diverse che funzionano splendidamente. La versione di “Mad World” di Gary Jules (ndr colonna sonora del film di culto “Donnie Darko”) ha buttato via tutte quegli arrangiamenti elettronici elaborati che ci sembravano la forza di quel pezzo e ha lasciato solo le parole sbattute in faccia, tornando all'essenza del disagio esistenziale che ogni generazione prova. 

Negli anni pre-pandemici siete stati principalmente una band dal vivo con un enorme successo (vi ho visto a Lucca nell'estate 2019 al Lucca Summer Festival)  Come avete vissuto quel periodo di autocelebrazione.
Orzabal: Quegli anni sono stati l'effetto del ritorno delle nostre canzoni.  Riempivamo le arene e per noi era sorprendente. Però non avevamo in programma di fare quel tour nel 2019. Quindi quando ci hai visto a Lucca quel tour nei festival non era completamente sotto il nostro controllo. Fu molto stressante: ricordo solo ore di bus per arrivare allo show e poi ore e eroe di attesa nel camerino, che era un container marittimo. 35 gradi dentro, 35 gradi fuori. Ricordo a un certo punto in una data mentre suonavo una persona della mia età svenne per il troppo caldo e io mi dissi “Ecco, adesso tocca a me”. Eravamo molto stressati. 
Smith: Vogliamo tornare a suonare dal vivo, specialmente in Toscana dove vive la mia cognata, ma vogliamo farlo con i nostri tempi e il nostro controllo insieme alle nostre famiglie, con tempi più umani, visitando anche i posti, senza fare troppa promozione e interviste, ma dare tutto il nostro meglio sul palco. 

Tornando al passato: Tears for Fears è stata l'unica band che ha avuto un vero grande successo di popolarità negli States negli anni 80-90. Nessun altro in quell'epoca e nel presente lo ha raggiunto. Vi siete mai chiesti il perchè? 
Orzabal: Non penso sia stato qualcosa di realmente pianificato. Noi non lo sappiamo e  non credo nemmeno che anche chi ha analizzato perfettamente la situazione abbia trovato una risposta. Se fosse stato facile trovare una soluzione, allora potresti facilmente ripeterlo ancora e ancora.  Ma non esiste nessuna risposta o soluzione

Avete un consiglio per i giovani artisti che iniziano a fare musica?
Smith: Sì, dai retta solo a te stesso, a quello che senti di fare. Oggi le cose cambiano così velocemente che nessuno ormai può darti davvero dei consigli sulla tua musica. Entrambi abbiamo figli che amano la musica e vogliono continuare a farla: l'unico consiglio che ci sentiamo di dare loro e di fare ciò che significa qualcosa per loro, l'opinione degli altri  è letteralmente solo la loro opinione.

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