Il progressive dopo il 1974: Yes 

Un estratto dal libro "Storia del progressive rock"
Il progressive dopo il 1974: Yes 

Il vecchio gruppo di Wakeman, gli Yes, in apparenza contribuiva alla «totale follia» che secondo Robert Fripp li caratterizzava all’epoca, ma al di là del portare sul palco quella che il batterista Alan White definisce «una generale ambientazione surreale» – ovvero una serie di bolle di plexiglas illuminate e sculture semi-animate di creature fantastiche simili a granchi o aracnoidi che incombevano da dietro le tastiere e la batteria, tutte progettate da Roger Dean e suo fratello Martyn – non c’era molta follia nel gruppo. In effetti, stavano per registrare il loro album più aggressivo e sperimentale.

Dopo che Wakeman se n’era andato, nel 1974, girarono voci che Vangelis Papathanassiou potesse essere il nuovo uomo degli Yes: era diventato famoso con la band progressive rock greca Aphrodite’s Child, che nel 1972 aveva pubblicato l’album – letteralmente – apocalittico "666". Ma gli Yes scelsero il tastierista svizzero Patrick Moraz. Quest’ultimo era stato nei Refugee, con l’ex sezione ritmica dei Nice, Brian Davidson, alla batteria e Lee Jackson al basso e voce; insieme avevano realizzato un album d’esordio, acclamato dalla critica, nel 1973. Per un po’ sperarono di essere la prossima band di grido. Moraz si rese conto che li stava mollando di punto in bianco, come aveva fatto Keith Emerson nel 1970, e chiese che ricevessero parte dei soldi del suo accordo con gli Yes. Moraz andò a una prova degli Yes e rimase «sconvolto» sentendo “Sound Chaser”: non c’è di che meravigliarsi, dal momento che il complesso e contorto brano ondeggia da una parte all’altra, cambiando tempo come se stesse dando di matto, con un riff particolare che salta fuori a tre velocità diverse in vari punti della canzone.

"Relayer" fu l’ultimo album degli Yes a essere prodotto da Eddy Offord, su un apparecchio mobile a ventiquattro tracce nello studio casalingo del bassista Chris Squire. L’album entrò nella Top 10 sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti, anche se aveva un lato molto più aggressivo rispetto a tutta la loro musica precedente. Il lato A è occupato da una singola suite, “The Gates of Delirium”, che narra una sorta di adunata di vari clan, seguita da una sezione strumentale che descrive una battaglia. E dopo tutto quel suono e quella furia, il pezzo si conclude con la dolce e splendente ballata intitolata “Soon”, che celebra il potere redentore della pace. A quanto pare il brano era liberamente tratto dal romanzo di Tolstoj "Guerra e pace", ma quando si condensa un romanzo di 1.000 pagine in una suite rock di venti minuti, in pratica è questo che si ottiene: guerra e pace.
«Di sicuro era un disco più contorto, più nervoso. Io suonavo una Fender [Telecaster] per la prima volta», racconta Howe. Quel particolare modello di chitarra è rinomato per il suo attacco treble. Anche se è tutto piuttosto assurdo, come il pesante galoppo di cavalleria Yes nella sezione della battaglia, la carica guidata dai richiami di corno del synth di Moraz, l’effetto è comunque emozionante, con Howe che unisce le sue notevoli velocità e tecnica a un’intensità adeguatamente maniacale. 

White rammenta come si è procurato alcune delle percussioni usate nel brano: "Ricordo che dopo aver fatto alcune sessioni, Jon Anderson e io eravamo in macchina insieme, ci fermammo in un deposito di rottami e raccogliemmo pezzi di auto che poi usammo come percussioni in studio. Per 'The Gates of Delirium' avevamo un intero rack di parti di auto, in studio, e io e Jon le usammo per alcune sovraincisioni. Alla fine di 'The Gates of Delirium' ho fatto cadere tutto in giro per lo studio".

Anderson si unisce con le percussioni di sferraglianti parti di automobile, mentre il gruppo vira attraverso un groove jazz-funk che si muove a zig-zag e sfocia poi in un tema trionfale interpretato da Howe con la Telecaster e una pedal steel, prima dell’idilliaca risoluzione della suite. Howe fondamentalmente rimise insieme una versione del brano proveniente dalle sessioni di prova.
«C’era una demo di noi che suonavamo “The Gates of Delirium” in modo molto libero», dice Howe. «La montai, giuntai i vari pezzi su un nastro da 6 millimetri, poi entrammo [in studio], io feci sentire il brano dalle casse e dissi: “Ora dobbiamo suonarlo di nuovo e farlo bene”».
Questa formazione non registrò mai più, anche se Moraz all’inizio si trovò perfettamente a proprio agio nel gruppo e suonò dal vivo con gli Yes per tre anni. Nel 1975 gli Yes si presero una pausa e si concentrarono ciascuno sulla realizzazione di album solisti. Sarebbero riemersi, con il prodigo e rinvigorito Wakeman di nuovo a bordo, al culmine dell’era del punk.

Il brano è tratto, per gentile concessione, da "Storia del Progressive Rock. Origini e leggende della musica inglese anni Settanta", edito da Odoya: 720 pagine imperdibili per gli appassionati del genere.

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