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Paul McCartney presenta 'The Lyrics: 1956 to the Present' a Londra

McCartney è apparso sul palco della Royal Festival Hall insieme al poeta Paul Muldoon
Paul McCartney presenta 'The Lyrics: 1956 to the Present' a Londra
Credits: Mary McCartney

Un pubblico di tutte le età, e visibilmente emozionato, ha accolto lo scorso venerdì sera Paul McCartney alla Royal Festival Hall di Londra, in occasione della presentazione di “The Lyrics: 1956 to the Present” (pubblicato in Italia da Rizzoli).

McCartney è arrivato sul palco accompagnato da una standing ovation, insieme al poeta Paul Muldoon, con cui il musicista ha collaborato alla realizzazione del libro. Sono stati necessari cinque anni di conversazioni tra i due, per raccogliere gli aneddoti e i ricordi di questa autobiografia inusuale, raccontata attraverso 154 canzoni. “Ho avuto io l’idea di presentare le canzoni in ordine alfabetico e non cronologico, per creare un senso di continuità nella carriera di McCartney”, ha spiegato Muldoon. “Nel libro troviamo canzoni del periodo dei Beatles accanto ad alcune più recenti. Ci siamo concentrati sui testi, seguendo l’insegnamentodi una persona molto importante nella storia di Paul, il suo professore Alan Durband. È questo quello che abbiamo cercato di ottenere negli incontri con Paul. Volevamo, ogni volta, trovare qualcosa di nuovo”.

“Dopo che abbiamo deciso di includere quaderni, foto, e altra memorabilia nel libro, i miei collaboratori hanno trovato cose che neanche io sapevo di avere negli archivi, come un testo teatrale scritto da me e John”, ha raccontato McCartney. “Ho parlato di questo testo molte volte negli anni; stavo ispezionando il mio archivio, ed eccolo comparire. È stato incredibile”. Una connessione, quella tra Paul McCartney e il teatro, che secondo Muldoon era già evidente in molte delle sue canzoni: “Questi brani sono mini-drammi. La possibilità di frequentare i teatri di Londra, e i drammi che ascoltava alla radio, hanno influenzato moltissimo Paul. La sua capacità di presentare un personaggio in una canzone è assolutamente vitale. Ci sono molti elementi importanti, ma questo è tra quelli che rende i testi così efficaci; i brani hanno una dramatis personae. Abbiamo una serie di personaggi, e anche se i principali sono soltanto due, è tutto quello di cui hai bisogno per far funzionare un dramma”.

L’aspetto teatrale ed estremamente visuale della scrittura di McCartney è riscontrabile in uno dei suoi pezzi più celebri, “Eleanor Rigby”: “È una canzone che impersona il senso del drammatico, perché introduce un personaggio, poi un altro poi li connette fra loro. Ritroviamo la nozione di ciclo, che è alla base di tante forme d’arte, tra cui la musica”, ha spiegato ancora Muldoon. “Analizzando questi testi, ho capito quanto una canzone contenga un elemento visuale, quasi cinematografico, perché attraverso essa possiamo osservare qualcuno in profondità di campo, e poi in primo piano. In questo caso, Eleanor Rigby combina il visuale e il drammatico, e per questo è una grande canzone”.

Nel corso della sua carriera, McCartney ha spesso raccontato di come la musica fosse presente nell’ambiente domestico in cui è cresciuto: “Sono stato molto fortunato, vengo da una buona famiglia. L’occasione più importante per me era l’ultimo dell’anno, quando a Liverpool tutta la mia famiglia si riuniva; mio padre suonava vecchie canzoni al piano. Per noi ragazzi era fantastico, e questo mi ha fatto avvicinare alla musica. Mio padre suonava anche a casa, così ascoltavo gli accordi, e anche la radio, tutto era collegato. Quando iniziai a pensare di scrivere canzoni avevo già un sacco di musica in me.”
A soli quattordici anni però, McCartney perse la madre Mary, a causa del cancro. Fu un evento che lo segnò profondamente, e che lo avvicinò a John Lennon, anche lui orfano della madre Julia. Mary McCartney è la figura centrale nel testo di “Let It Be”: “A quel tempo, nessuno parlava della malattia, e non c’erano terapisti; quindi, per affrontare il lutto dovevi cavartela da solo”, ha spiegato McCartney. “Anni dopo, vidi mia madre in sogno; la cosa bella dei sogni è che riportano indietro qualcuno; anche se sono solo nella tua testa, nel momento in cui sogni non lo sai. Sognare mia madre fu stupendo; quando mi svegliai provai una sensazione pacifica. Nel sogno mi diceva che tutto sarebbe andato bene, di lasciare che le cose succedessero; fu molto confortante, e pensai che quelle parole sarebbero state un bel titolo per una canzone”.

Far parte del gruppo musicale più famoso al mondo comportava delle difficoltà; nel 1966, i Beatles furono protagonisti di un tour negli Stati Uniti che sfiorò l’assurdo; a San Francisco, nell’ultimo concerto di fronte ad un pubblico, il gruppo dovette lasciare Candlestick Park su un furgone blindato. In un’intervista rilasciata anni dopo, George Harrison associò il periodo della Beatlemania alla vita di un rabarbaro; come la pianta, i quattro furono costretti a crescere più velocemente. “Fu molto intenso. A Liverpool eravamo un piccolo gruppo, poi andammo ad Amburgo, in seguito raggiungemmo i palcoscenici mondiali, e fummo costretti a crescere”, ha concordato McCartney. “Il più delle volte ci piaceva, diventò un po’ preoccupante verso la fine, ma di solito eravamo felici; facevamo quello che ci piaceva, volevamo suonare per tutti. A quell’età c’era però un senso di pressione perché eravamo molto giovani”. Nonostante fossero poco più che ventenni, i quattro dimostrarono un forte senso civico quando rifiutarono di esibirsi di fronte ad un pubblico segregato a Jacksonville nel 1964: “Liverpool aveva accolto una delle prime comunità caraibiche, quindi per noi era naturale. In molte band c’erano ragazzi di colore, e noi non ci pensavamo affatto. Li consideravamo nostri amici e al nostro pari, perché lo erano. Quando andammo in America, e il produttore del concerto di Jacksonville ci disse che avremmo cantato di fronte ad un audience divisa per motivi razziali, rispondemmo che non poteva farlo e ci rifiutammo. Fu costretto a cedere”.

Tra le oltre 600 foto selezionate dall’archivio di McCartney che compaiono tra le pagine di “The Lyrics”, una delle più significative è quella che lo ritrae con John Lennon a Liverpool, prima che diventassero il duo musicale più noto al mondo. McCartney ha raccontato l’origine dell’amicizia con Lennon: “Di solito, quando dicevo a qualcuno ho scritto una canzone, mi rispondevano, che ne pensi del calcio? Con John fu diverso: quando gli dissi che avevo scritto delle canzoni, lui rispose, anche io, così gli suonai la melodia di I Saw Her Standing There. Il primo momento in cui collaborammo fu per scrivere le parole di quella canzone. Avevo già l’inizio, She was just seventeen, she’s never been a beauty queen, ma pensammo di dover trovare un testo diverso; non potevamo tenere beauty queen, così optammo per you know what I mean”.

La collaborazione tra McCartney e Lennon non ha eguali nella storia della musica; come ha spiegato McCartney, i due erano legati da un rapporto estremamente speciale, che si rifletteva nel modo in cui componevano le canzoni: “John suggeriva alcune parole, io altre, era così che lavoravamo. Quando scrivevamo insieme, poiché lui era destro, mentre io sono mancino, era come se potessi vedere gli accordi che suonavo in uno specchio. Questo rendeva tutto più eccitante. È stato bello ricordare John nel libro, lavorare con lui è stato grandioso fin dall’inizio. Avevamo sviluppato un modo di lavorare insieme e di fidarci l’uno dell’altro. Crescere è stato come salire una scala fianco a fianco, e lo abbiamo fatto insieme. Ora che la carriera discografica dei Beatles è finita, sono come un fan, ricordo quanto fosse bello lavorare con lui. A 16 anni non potevo dirlo, perché sarebbe suonato strano, ma ora è veramente bello rendersi conto di quanto volessi bene a John”.

In chiusura, è stato chiesto a McCartney se ha dovuto rinunciare a qualcosa per diventare quello che è oggi: “Sicuramente alla privacy. Ad un certo punto ho dovuto scegliere tra una vita privata e quello che faccio, ma ho scelto la musica. Essere Paul McCartney? Sto ancora cercando di affrontarlo”.

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