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David Bowie, "Hunky Dory" ha 50 anni: la storia di "Changes" (1)

Ricorre il 17 dicembre il cinquantesimo anniversario della pubblicazione dell'album "Hunky Dory"; lo raccontiamo canzone per canzone
David Bowie, "Hunky Dory" ha 50 anni: la storia di "Changes" (1)

Changes
David Bowie: voce, sax • Rick Wakeman: piano • Mick Ronson: mellotron • Trevor Bolder:
basso • Woody Woodmansey: batteria • altri musicisti sconosciuti
Registrazione: luglio 1971
Produttori: Ken Scott, David Bowie

“Ero arrogante, vero? Potremmo dire che era un modo per attirare l’attenzione della gente: sarò così veloce che non riuscirete a tenermi dietro... L’impertinente arroganza della gioventù”. (in "The Complete David Bowie" di Nicholas Pegg)
Pur essendo oggi tra le canzoni di Bowie preferite dagli ascoltatori di Spotify, quando fu pubblicata il 7 gennaio 1972 come primo 45 giri per la RCA, venti giorni dopo l’uscita di HUNKY DORY, "Changes" non ottenne alcun successo. Cosa che per i singoli di David Bowie era la regola, con "Space Oddity" unica eccezione.
La sua popolarità è cresciuta gradualmente e inesorabilmente anche in quanto manifesto personale del suo autore. Al quale peraltro non ha mai causato quelle piccole crisi di rigetto sofferte invece per altri cavalli di battaglia. In effetti è forse il primo brano di cui Bowie sia compiutamente soddisfatto, per parole, musica e significato complessivo.

Dal punto di vista sonoro riesce a cucire insieme diverse sue passioni passate.

C’è l’intrattenimento musical­teatrale (qui però aggiornato: non più l’inglese Anthony Newley ammirato in gioventù ma l’americano Biff Rose, oggetto di più recente ammirazione). C’è un’atmosfera jazzy sulla quale esibirsi sia come crooner sia come sassofonista, e nel contempo un ritornello di leggerezza pop assoluta nel quale riesce a inserire un omaggio “balbettato” a uno dei primi modelli, Pete Townshend ("My Generation", anzi "My g-g-generation"). Non va trascurata l’importanza della “falsa partenza” strumentale in odore di glam, che irrobustisce la canzone solo per qualche secondo, ma quel tanto che basta a rendere accettabile il languore delle successive strofe anche per le radio rock. I cambiamenti di ritmo e di stile si susseguono all’interno del brano; ma anche all’interno di strofe e ritornelli la voce si prende la libertà di forzare la metrica, aiutata in questo dalla batteria di Woodmansey: “Ci sono parti della canzone dove non muovo un dito: il mio obiettivo era lasciare spazio alla voce di Bowie, per permetterle di esprimersi”. Il cantante può allora contrarre o espandere dando una sensazione di libertà jazzistica, costringendo per esempio una frase lunga come “Where’s your shame? You’ve left us up to our necks in it” in una posizione equivalente a quella di una frase breve come “Don’t want to be a richer man”. Un dettaglio che conferma quanto Bowie voglia dire esattamente quelle parole e non altre. Che siano ai limiti del cantabile, poco importa: in ogni caso dopo “C­c­c­c­changes” e “Turn and face the strange” l’ascoltatore è agganciato senza possibilità di fuga. .

Beninteso, questo lo possiamo scrivere oggi: all’epoca, malgrado la copertura della stampa e della BBC, il cantante non riusciva proprio a interessare il pubblico, specialmente in patria. Il singolo non entrò in classifica nel Regno Unito; in compenso arrivò al n. 10 in Olanda e al sessantaseiesimo posto negli USA. Meglio che niente. Per contro, quando il pezzo iniziò a ottenere l’approvazione del pubblico, il suo autore rimase sconcertato: “Era partita come parodia delle canzoni da nightclub, una cosa usa e getta”, confessò nel 1989 nelle note di copertina della raccolta SOUND + VISION. Viceversa, con gli anni la vide diventare “un mostro che nessuno smetteva mai di chiedere durante i concerti. Non avevo idea che sarebbe diventata così popolare”.

Col passare degli anni è risultato facile ricondurre i rinnovamenti bowiani a "Changes", individuandola come Magna Charta del suo progetto artistico, fatto sottolineato anche dalle numerose raccolte che ne hanno preso a prestito il titolo.

Non è da escludere che a sua volta l’artista abbia capito qualcosa di sé solo dopo averla scritta. Per esempio, il rancore verso i rock’n’rollers degli anni ’60, nel cui novero non era riuscito a entrare, né nella fase della Swingin’ London né in quella di Woodstock. “Tenetevi pronti, state per diventare vecchi” è un avvertimento ma anche una divertita minaccia che si sposa con l’apertura di credito verso i teenager del nuovo decennio, “questi ragazzini su cui sputate”. Dal vivo, in alcune occasioni, userà un’espressione più cruda: per esempio in DAVID LIVE.

A suo modo è una continuazione, stavolta gioiosa, di quelle prese di distanza dalla propria generazione osservate anni prima in "The London Boys", "Cygnet Committee" e "After All". Ed è piuttosto interessante la disinvoltura apparentemente incoerente con la quale il protagonista della
canzone passa da un monologo autobiografico sul significato dei propri sforzi e l’inconsistenza dei risultati alla più ampia causa dei giovani degli anni ’70, che ancora non lo sanno ma diventeranno il suo esercito: “Non dite loro di crescere e piantarla”, avverte gli adulti, che dovrebbero invece vergognarsi per il mondo disastrato che lasciano in eredità.
Seguono riflessioni sulla propria natura di impostore e un invito a considerare l’impermanenza della forma, concetto ripescato nel bagaglio buddhista di David. Allora tanto vale accettare la propria diversità, “face the strange”, in senso sia artistico sia sessuale, come presto Bowie inizierà a ostentare in apparizioni pubbliche e interviste.

Quindici giorni dopo la pubblicazione di "Changes" come singolo, concederà a "Melody Maker" un’intervista sapientemente calcolata, all’insegna del coming out.

Malgrado la perplessità dell’intervistatore Michael Watts, che per quanto intrigato da Bowie non si fida del tutto dei suoi modi “camp” e saggiamente ipotizza la bisessualità, il desiderio di infrangere ogni tipo di barriera è certamente autentico, e in età adulta la rockstar lo ha rivendicato. “C’era un clima di eccitazione dato dalla sensazione che l’età dell’esplorazione fosse finalmente arrivata. E io stavo vivendo proprio questo. Il mio stile di vita di quel periodo lo rispecchiava. Non c’era nulla che non fossi desideroso di provare, di sperimentare, per scoprire se realmente faceva parte della mia psiche o della mia natura. Ero terribilmente curioso in ogni ambito, non solo culturalmente, ma anche sessualmente” ("Mojo", 2002). In ogni caso, forse anche più che come inno alla libertà sessuale, il brano ha sempre avuto una sua piccola fortuna nel dare voce all’insofferenza delle giovani generazioni di fronte all’alterigia delle precedenti. L’esempio più interessante è l’uso della famosa frase sui “ragazzi su cui voi sputate”, usata in apertura del film "Breakfast Club" (1985) di John Hughes, inaspettato campione di incassi degli anni ’80.

Il testo completo di questa scheda è pubblicato nel libro "David Bowie" di Paolo Madeddu, edito da Giunti, per gentile concessione dell'autore e dell'editore. Il libro racconta tutte le canzoni pubblicate da David Bowie nella prima parte della sua carriera, dal 1964 al 1976: tutti i brani contenuti negli album, i singoli con i relativi lati B e gli inediti apparsi sui live e, in due apposite appendici, gli abbozzi di canzone, i provini, gli inediti pubblicati ufficialmente dopo la scomparsa dell'artista.


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