Ascesa, caduta e risurrezione di una popstar chiamata Anna Tatangelo

Dalle imposizioni dei discografici alla maturità, passando per gli attacchi feroci, i pregiudizi, le cattiverie gratuite, Achille Lauro e la svolta urban. Anna Tatangelo si racconta (e si toglie qualche sassolino dalla scarpa).
Ascesa, caduta e risurrezione di una popstar chiamata Anna Tatangelo
Credits: Cosimo Buccolieri

L'esordiente timida e impacciata che prima di arrivare a Sanremo vendeva il pane insieme ai genitori nel Basso Lazio e che a 15 anni di fronte a 12 milioni di telespettatori cantava: "Ho soltanto la mi età". La ragazza di periferia che su quello stesso palco, tre anni più tardi, si rivolgeva a un ragazzo di città che l'aveva illusa e poi abbandonata con i versi di una canzone che - piaccia o no - oggi è un piccolo cult. La giovane donna che su quel palco, sempre su quel palco, veniva fischiata dalla platea per quel "Gigi ti amo" rivolto al compagno, cantautore di successo e autore del brano, seduto tra le prime file dell'Ariston. Oppure quella che dietro al bancone dei giudici di "X Factor" rispondeva alle critiche sui presunti favoritismi ricevuti grazie al partner con "quando la persona è niente, l'offesa è zero" ormai divenuto iconico. E poi la "Muchacha troppo sexy", la concorrente di reality sulla danza, quella dietro i fornelli di "Celebrity MasterChef". Ascese, cadute, risurrezioni. Quella di Anna Tatangelo è la storia di una popstar che non ha avuto una vita semplicissima. Da un lato il successo, che nella seconda metà degli Anni Duemila l'ha vista superare il milione di copie vendute e collezionare una quindicina di Dischi di platino quando le soglie delle certificazioni erano ben superiori a quelle attuali, che premiano con grande semplicità. Dall'altro le critiche e le maldicenze, il lato oscuro di un mondo che spesso sa essere crudele e spietato. A due anni dall'ultimo album, la cantante torna ora con un nuovo progetto, "Anna Zero". E prova a lasciarsi il passato alle spalle, una volta per tutte. Dalle imposizioni dei discografici alla maturità, passando per gli attacchi feroci, i pregiudizi, le cattiverie gratuite, Achille Lauro e la svolta urban. Anna Tatangelo si racconta (e si toglie qualche sassolino dalla scarpa).

"Appartamento", la canzone che apre il disco, suona come una ripartenza, il manifesto di una nuova vita: "Prendi i vestiti e i ricordi, non mi rivedrai più". Da cosa scappi?
"Non scappo.

È una canzone che parla di quando una storia finisce, di quando si rompe qualcosa e non c'è modo di rimettere insieme i pezzi".

Quella storia è anche la tua?
"In un certo senso anche, sì. Questo disco segna una ripartenza, per me. Gli ultimi anni non sono stati semplicissimi. Alcune esperienze del privato hanno finito per condizionare anche il mio lavoro. Ora a 34 anni torno con una serie di consapevolezze che ho maturato nell'ultimo periodo".

E con un disco tra urban e trap inciso insieme a - tra gli altri - Frenetik&Orang3 ("Appartamento"), Livio Cori ("Menomale"), Gemitaiz ("Fra me e te"), Geolier ("Guapo"), Emis Killa ("Anna zero"): sai già come rispondere a quelli che diranno che il progetto è poco credibile, studiato a tavolino per provare a cavalcare le tendenze del momento?
"Le paranoie sulla credibilità, per quanto mi riguarda, sono sparite quando l'anno scorso ho fatto uscire il primo singolo con Geolier, 'Guapo'.

Da parte di chi mi segue ho sentito nei miei confronti un abbraccio: 'Finalmente Anna è uscita'. Era ciò che mi interessava. Questo è il primo commento del genere che ricevo. Non c'è furbizia: le collaborazioni sono nate da rapporti di stima reciproca. E le case discografiche non c'entrano: adesso incido da indipendente".

Hai rotto con le major?
"Sì. Volevo fare di testa mia, scegliere con chi duettare e con chi scrivere. Martina May (33enne romana protagonista della scena rap al femminile, ndr) mi ha aiutato a dire le cose in un certo modo. Non ci sono pezzi arrivati in studio già belli impacchettati: 'Canta perché tu sei un'interprete'".

Te lo hanno mai detto?
"Sì. Non dimentichiamo che io ho iniziato a fare questo mestiere a 15 anni. Ero inesperta, giovane. Mi sono lasciata guidare".

Non hai mai provato a ribellarti?
"Lo feci nel 2003, quando tornai al Festival di Sanremo tra i big dopo la vittoria dell'anno precedente tra i giovani con 'Doppiamente fragili'. Quello con Federico Stragà su 'Volere volare' fu un duetto imposto dalla casa discografica".

In che modo? Ci furono minacce, ripicche, ricatti?
"No. Ma c'era un'insistenza che non mi piaceva: 'Devi farlo', mi ripetevano. Senza nulla togliere a Stragà, io al Festival avrei voluto tornarci da sola. E poi quel pezzo non metteva bene in evidenza le mie doti canore. Ebbero la meglio loro".

Non andò benissimo: diciassettesimi in classifica su venti cantanti. Come si rimane integri mentalmente dopo una batosta del genere, a 16 anni?
"La mia famiglia fu brava a proteggermi.

E quel flop mi aiutò a tornare con i piedi per terra dopo il boom di 'Doppiamente fragili': capii che il successo può andare e venire, è come un'altalena. Se c'è una cosa che mi sento di dire agli adolescenti che sono già star da milioni di follower sui social e di ascolti sulle piattaforme è questa: non sentitevi arrivati. Il problema è che oggi siamo tutti anaffettivi, nei confronti dei cantanti. La musica si consuma troppo in fretta. Ascoltiamo una canzone sulle piattaforme dalla mattina alla sera, poi però la copertina del New Music Friday della settimana successiva è dedicata ad un altro artista e ci dimentichiamo subito di quello che ascoltavamo la settimana precedente. Ci affezioniamo alle canzoni, non agli artisti. All'epoca, invece, succedeva il contrario. I miei successi musicali sono tangibili, non sono quei pezzi che durano un'estate e poi finiscono nel dimenticatoio, il Disco d'oro o di platino del momento: 'Ragazza di periferia' ha quasi vent'anni, eppure la cantano ancora".

Ha avuto una seconda vita nel 2018 grazie al remix di Achille Lauro e Boss Doms: come è nata quell'operazione?
"Da alcuni messaggi che io e Achille ci siamo scambiati su Instagram. Mi ha ospitato ai suoi concerti e sono rimasta affascinata da quel mondo, dal rapporto con il pubblico. Lo ringrazio perché è riuscito a tirare fuori una Anna che nemmeno io conoscevo".

Dopo l'esperienza di Sanremo 2003 cambiò qualcosa nel tuo rapporto con i discografici?
"No. Continuai a lasciarmi guidare. D'altronde quando ti ritrovi a collaborare con maestri come Mogol, Renato Zero, Michael Bolton, Pino Daniele, Gaetano Curreri non ti puoi permettere di alzare la voce: stai zitta, di fronte a loro puoi solo che imparare".

Perché queste collaborazioni non vengono ricordate, quando si parla della tua storia?
"Perché alcuni giornalisti sono sempre stati più affamati di gossip che di altro. Si appassionarono morbosamente a quella storia: non si capacitavano del fatto che io fossi legata a un collega molto più grande di me perché c'erano dei sentimenti veri, reali. E poi durante i vari Festival non parlavano della canzone in gara, ma del trucco, del tacco, della scollatura. Non era sessismo: capii che volevano ferire la persona, non la cantante".

Ti sei mai sentita costretta a dover dimostrare più delle altre?
"Tutto quello che ho fatto me lo sono sudato più del dovuto, facendo i conti con un'attenzione pesante, esagerata e non richiesta sulla mia vita privata. Ero incapace di difendermi, intimorita dal fatto di mancare di rispetto. Mi dicevano: 'Stai calma'. Lo racconto anche nell'ultima canzone, quella che dà il titolo al disco".

Anche certe colleghe non furono tenere nei tuoi confronti. Dolcenera, rivale a Sanremo nel 2006, l'anno di "Essere una donna", disse: "Se meritavo io di vincere al posto di Anna Tatangelo? No, dai, ragazzi. È proprio una cosa che non si può, mettere insieme il pesce con il caviale". Perché tanti pregiudizi nei tuoi confronti?
"Non saprei. Forse in quel momento era arrabbiata, magari scherzava. Però colleghe mi sembra un parolone. E poi in Italia non ci siamo solo io e Dolcenera. Comunque il pubblico è sovrano: io non mi auto-televotai. E poi quelli a cui piace il caviale, mangiano il caviale. Quelli a cui piace il pesce, mangiano il pesce (ride)".

"Essere una donna" pensi sia attuale, oggi?
"Eccome. Nel testo di Mogol si parlava di catcalling già all'epoca: 'Essere guardata e a volte anche seguita mi pesa / certi complimenti se son rozzi poi ti senti offesa'".

Dell'esperienza come giudice a "X Factor", nel 2010, cosa ricordi?
"I miei colleghi di banco mi guardavano storto: 'Questa c'ha vent'anni...'".

Erano Mara Maionchi, Elio ed Enrico Ruggeri: stai dicendo di essere stata discriminata anche da loro?
"Elio mi attaccò in un'intervista prima dell'inizio del programma. Poi ci fu la famosa lite durante i provini (l'ex pornostar Milly D'Abbraccio fece irruzione nella stanza dei giudici dopo che una cantante da lei presentata venne scartata): ferita di nuovo sul piano personale. Sbottai: 'Quando la persona è niente, l'offesa è zero'. E finalmente dimostrai agli altri tre che non ero affatto la ragazzina che pensavano".

Questi ultimi anni?
"Difficili, segnati dai lunghi silenzi tra un disco e l'altro. Questa manciata di pezzi mi ha aiutato a ritrovare quella passione che per un po' avevo messo da parte". 

Cosa è cambiato, rispetto a prima?
"Tutto. Ho preso in mano le redini della mia carriera. Adesso sono io a scegliere cosa è giusto per me e cosa non lo è. All'epoca mi davano la torta già pronta. Ora ho finalmente gli ingredienti e scelgo come usarli".

Anna Tatangelo chi è, oggi?
"Una donna che vuole parlare solo di musica e attraverso la musica. Vorrei che si tornasse a parlare di me per quella che sono sempre stata: una cantante. Oggi parlo senza filtri. E di fronte ad attacchi come quelli ricevuti in passato saprei come rispondere. A tono. E a chiunque".

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