Vasco Brondi, fra le macerie e la luce. L’intervista.

Il cantautore ferrarese racconta il suo nuovo album “Paesaggio dopo la battaglia”: “Quello che abbiamo passato, forse, ci ha insegnato a inginocchiarci di nuovo”.
Vasco Brondi, fra le macerie e la luce. L’intervista.
Credits: Max Cardelli

“Ce la caveremo, vero, papà? Sí. Ce la caveremo. E non ci succederà niente di male. Esatto. Perché noi portiamo il fuoco”. È una delle frasi struggenti del libro “La strada” in cui il desiderio di sopravvivenza e il miracolo della vita scandiscono il cammino, fra le tenebre, di un padre e di un figlio. Il mondo di Vasco Brondi, quello del suo nuovo disco in uscita il 7 maggio, “Paesaggio dopo la battaglia”, è meno oscuro e distopico di quello di Cormac McCarthy, ma anch’esso oscilla fra le macerie e la luce. È un universo, ferito dalla pandemia e non solo, in cui certezze, piani e idee granitiche sono alla fine crollate. Ma l’umanità del cantautore ferrarese resiste, grida, vive. È un album di racconti sull’“irrimediabile perdita e sull’irrimediabile fiducia”, un disco tra le leggi della città e quelle dell’universo. A margine della presentazione del progetto ha anche commentato il discorso di Fedez sul palco del Primo Maggio 2021. 

“Chitarra nera” non segue i canoni classici delle canzoni. Prima di essere un brano, è un manifesto di libertà?
“Pensando a ‘Chitarra nera’ mi viene in mente ‘Siamo qui per rivelarci non per nasconderci, frase contenuta nel brano ‘26000 giorni’(il numero è la media dell’aspettativa di vita mondiale, ndr), che per me è stata un mantra per tutta la lavorazione del disco. Era importante che come primo brano uscisse ‘Chitarra nera’ perché è stata la prima canzone che ho scritto dopo un lungo periodo di stop. E siccome in quel momento non stavo pensando a scriverne una, ho solo seguito il filo della verità di quello che volevo raccontare, ‘dimenticandomi’ la forma canzone e l’artigianato”.

A che cosa hai pensato?
“Scrivere quella canzone mi ha fatto ricordare come ci si possa ancora aprire e non difendersi dagli altri. È stato un momento importante anche per la riscoperta del perché realizzare canzoni”.

“Chitarra nera” è stato il primo singolo a uscire per un album solo con il tuo nome. Che sensazioni hai provato?
“È stato un auto sabotaggio (sorride, ndr). Il disco, come tutti gli altri, è stato autoprodotto e sì, per la prima volta, con solo il mio nome (Brondi ha abbandonato il nome Le luci della centrale elettrica nel 2018, ndr). È strano perché in realtà non ho mai fatto un disco con così tanti collaboratori e musicisti. In un primo momento avevo pensato di produrlo uscire con un’etichetta discografica, ma decidere di far uscire come prima canzone ‘Chitarra nera’ ha fatto sparire tutti. La strada è apparsa chiara e ho continuato a farlo da solo”.

L’etichetta aveva messo in discussione “Chitarra nera”?
“Se hai un interlocutore è anche normale mettersi a discutere sul far uscire una canzone o un’altra, al posto di quella. Ma per me era indispensabile che la prima fosse ‘Chitarra nera’. Io sono aperto alle idee di tutti, ma questo aspetto non poteva essere messo in discussione. La mia non voglia di mettere in dubbio questa scelta, mi ha portato a continuare il percorso con i collaboratori che già avevo”.

Nella canzone chiedi in modo provocatorio se oggi la musica sia alta moda e se suonare, in certi casi, equivalga a fare pubblicità. L’arte è un grande mercato?
“Non so se sia un grande mercato, di certo è un’altra cosa rispetto a quella con cui sono cresciuto e anche rispetto a quando ho fatto uscire il mio primo disco nel 2008. C’è stato un momento in cui mi sono allontanato dalla musica e lei da me. Questo perché mi sembrava che la ricerca si fosse spostata dalle canzoni, cioè dal desiderio di verticalità, di scavare nel profondo, a un’orizzontalità, come se l’obiettivo fosse semplicemente raggiungere più persone possibili. È come se le idee fossero state relegate solo al ricercare una trovata, anche di marketing. E poi la lotta, la lotta per suonare in un posto sempre più grande…”.

Poi è arrivata la pandemia.
“Prima i palazzetti, poi l’Arena, poi gli stadi, sempre a caccia di record. Esatto, poi quella lotta si è spenta. Io mi sento di giocare in un altro campionato. Mi rifiuto anche di scrivere canzoni come se dovessi realizzare pubblicità con una frase ficcante capace di diventare un tormentone e passare in radio. Molta concentrazione, che per me dovrebbe servire per una ricerca verticale, si è spostata su questo piano. E io sentivo l’handicap di non avere questa ambizione, non ha mai fatto parte di me. E questo mi ha fatto allontanare dalla musica…”.

Come vi siete riabbracciati?
“Staccare, rimanere lontano dal mondo musicale, stare a Ferrara dove nessun mio amico fa il musicista, mi ha protetto. Ora sono contento di aver fatto il disco, di parlarne e di fare dei concerti. So che questo inverno rivivrò altri momenti in solitaria, questo ‘entrare e uscire’ mi fa bene”.

In mezzo al marketing, alla pubblicità, alla caccia dei record, alle mode che passano, che cosa rimane?
“Tutto, se si ha voglia di ascoltare. È questo quello che ho capito. Ho visto il documentario su Paolo Conte: lui è passato attraverso la disco music, il grunge, l’hard rock, rimanendo sempre in smoking con il suo pianoforte, lasciandoci canzoni immortali. E non si è neppure voltato”.

https://a6p8a2b3.stackpathcdn.com/mVSXpqB8SNGHM_lX0LaexqAosTs=/700x0/smart/rockol-img/img/foto/upload/vasco-brondi.jpg

Nella copertina del disco (foto di Luigi Ghirri) c’è una macchina con i fari accesi che esce dalla tempesta, da una sorta di oscurità. Questo è un album di macerie e luce?
“Sì, è un disco sulla strana forza degli esseri umani di tirare avanti. A me non interessano i gesti appariscenti da eroi nel tirare avanti, ma quelle azioni legate a una sorta di istinto naturale. Per questo ho voluto che sulla copertina, a uscire dalla tempesta, non ci fosse un’astronave o un carrarmato, ma una Panda traballante con i fanali accesi”.

Nel disco che cosa c’è di quel buio?
“In ‘26000 giorni’ canto ‘non ci siamo mai inginocchiati, sempre troppo impegnati…’. Quello che abbiamo passato, forse, ci ha insegnato a inginocchiarci di nuovo, a mettere da parte la ricerca costante del potere. Ho letto un libro, ‘Le lacrime degli eroi’ di Matteo Nucci, dove l’autore raccoglie tutti gli stralci letterari in cui i grandi eroi dell’antichità piangono. In questo gesto lui vede la grandezza di un eroe che non è narcisista, ma che è empatico e si libera della sua sofferenza. Questo è il modo di affrontare la realtà. È un disco di macerie e luce che prova a ricordare quanto sia importante tenere gli occhi aperti, senza negare quello che abbiamo davanti”.

In “Ci abbracciamo” canti “questo Paese ha bisogno di gente piena di dubbi”. Si riparte da lì dopo che sono crollate le certezze?
“Gilles Deleuze scrisse, ben prima dell’avvento dei social, che in realtà noi non abbiamo bisogno di altri spazi di espressione, ma di interstizi di silenzio e di studio in cui maturare riflessioni e poi, forse, condividerle. Il dubbio oggi non è previsto perché siamo dentro un tifo da stadio, o si è da una parte o dall’altra. Questo non vuol dire che si debba vivere nella confusione, ma il dubbio può aiutare a riflettere”.

Il disco è accompagnato dal libro "Note a margine e macerie", che racconta anche il tuo viaggio a Lampedusa. Che cosa hai provato?
“Lampedusa è un posto dell’immaginario, ma il rischio è che diventi immaginario. È stato raccontato da tante persone che neppure ci sono mai andate, ma è proprio andandoci, fra l’odore e l’aria, che si coglie qualche cosa di più di un luogo a cui sono dedicati alcuni minuti del tg. Ed è importante viverlo con i propri cinque sensi perché si può provare anche a uscire dall’idea che sia un posto solo romantico o solo drammatico. È tutto troppo semplificato quello che viene fornito dalla tv. Andare lì permette di ridare una dimensione a uno spazio che conosciamo attraverso degli schermi”.

In “Due animali in una stanza” parli di cambiamento e lo fai partendo da una storia di tutti i giorni. Il futuro passa attraverso le piccole esistenze e resistenze quotidiane?
“È difficile rispondere. Prima ho decantato la riflessione, ma mi rendo conto che nelle canzoni emergono in realtà delle cose che sento, senza elaborazione concettuale. È inevitabile che si passi oltre, che nel paesaggio dopo la battaglia ci sia una sorta di pace. Si è mal ridotti, ma c’è pace come dopo una guerra. Non so dire se ci sarà un futuro, ma sicuramente ci sarà qualche cosa di diverso perché ogni giorno parte un mondo nuovo”.

Sul fronte musicale come hai lavorato?
“Ho allargato le collaborazioni. Ho suonato anche con Mauro Refosco, con cui volevo lavorare da tempo per le percussioni. Un fuoriclasse. Non mi sono imposto un cambiamento per dover stupire, ma ho seguito la mia curiosità, per esempio sui fiati. Ho chiesto a Enrico Gabrielli di concentrarsi su quelli che non avevo mai inserito in un disco. E poi ho lavorato molto sui cori, in modo più forte che negli altri progetti. I cori non dicono quasi mai parole, possono essere confusi con altri fiati. Per questo aspetto ho chiamato Paul Frazier, anche lui come Refosco collabora con David Byrne. Oltre a Federico (Dragogna, ndr) con me c’è stato anche Taketo Gohara, è stata sua l’idea di coinvolgere Frazier che, con i cori, ha regalato sacralità alle canzoni”.

E per te che cosa rappresenta questa sacralità?
“È il mio desiderio di verticalità, quello di cui parlavo prima”. 

Molte delle cose che hai raccontato sembrano evocare Nick Cave.
“Per me lui è all’apice in questo momento. Ha una libertà d’azione che non pesa sull’ascoltatore, una libertà conquistata nel tempo. ‘Push the sky away’ è uno dei miei dischi preferiti in assoluto. Un artista come lui è un grandissimo punto di riferimento. Fare un pezzo come ‘Chitarra nera’ non spaventa quando ci sono dei giganti come Nick Cave che quella voglia di libertà l’hanno portata a livelli incredibili”.

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
Scheda artista Tour&Concerti
La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale

© 2021 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.