"Zero", la serie che racconta la periferia milanese con la trap e il rap
Dai Maneskin e Tommaso Paradiso a Mahmood e Marracash, da Roma a Milano: la musica racconta le città, anche nelle serie. Arriva in questi giorni su “Zero”, la nuova produzione originale italiana di Netflix. Che questa volta si allontana dalla Roma di “Baby” e “Suburra” per spostarsi nel “Barrio” milanese, sia come ambientazione che come scelte musicali.
“Zero” è stata scritta da Antonio Dikele Distefano: racconta la storia di Omar (Giuseppe Dave Seke), un ragazzo invisibile metaforicamente, come chi vive nelle periferie, e di fatto. Ha il potere di scomparire: si farà nuovi amici e lo userà per risollevare il quartiere in cui vive assieme ad altri italiani di seconda generazione.
"Zero" e il marketing: parla Marco De Angelis, Music Supervisor
La serie è stata lanciata con canzoni inedite di Marracash (“Zero 64 Bars”, che compare nel primo episodio) e di Mahmood (“Zero”, che compare nell’ultimo), replicando un modello sperimentato con “Baby”, le cui stagioni sono state lanciate da brani inediti dei Maneskin, dal primo singolo solista di Paradiso, Achille Lauro, Levante.
Le canzoni delle serie, da tempo, non sono più una semplice colonna sonora. Fanno parte del racconto e arrivano ad essere strumenti di marketing fondamentali: “Il lavoro su ‘Baby’ ci ha dato molte soddisfazioni, ha funzionato, volevamo replicarla con 'Zero', ovviamente con un genere diverso”, spiega Marco De Angelis a Rockol: è il music supervisor della serie. Ruolo ricoperto anche in "Baby" realizzata dalla sua Fabula Productions - fondata assieme al fratello Nicola - con la collaborazione Red Joint Film per Netflix.
La scelta, vista l'ambientazione, è caduta sulla trap e sul rap: solo nel primo episodio si sentono canzoni di Emis Killa e Tha Supreme, più avanti ci sono Mara Sattei e Coez, Madame, Gue Pequeno, Lil' Wayne uniti a scelte diverse (come Devendra Banhart e i Daughter, per citare artisti di altri generi musicali).
Da Antonio Dikele Distefano a Mahmood
"La cosa che ho imparato dalla musica è che vince chi lo dice meglio", racconta l'ideatore della serie. "È una storia di chi impara ad accettare la propria diversità. La serie ha maggiore leggerezza, rispetto al romanzo a cui è ispirata". La musica è così centrale in queste serie, spiega invece De Angelis, che buona parte di quello che è successo con “Baby” e con “Zero” ha a che fare con la presenza di nomi come Maneskin e Mahmood. A quest’ultimo è stato affidato anche il compito di fare il music supervisor dell’ultimo episodio.
“A fine 2019, Universal mi ha chiamato dicendo che c’era una sorpresa”, racconta De Angelis. “Era una sua canzone che si intitolava ‘Zero’. Poi l’ho sentito, e abbiamo parlato di fare una cosa simile a quello che ha fatto Kendrick Lamar per ‘Black Panther’, anche se avevamo meno tempo. C’è stato un scambio continuo su Whatsapp: lui mi mandava delle bombe atomiche, di cui talvolta non siamo riusciti a ottenere i diritti perché magari avevano troppi featuring e quindi troppe licenze, soprattutto internazionali. Alla fine ha gestito totalmente l’ultimo episodio, quello in cui compare la sua canzone, dando anche indicazioni al composer”, che come per 'Baby' è Yakamoto Kotzuga, pseudonimo di Giacomo Mazzuccato. “Se ci sarà una seconda stagione, il lavoro di Mahmood sarà ampliato”, conclude De Angelis.

Il film su Roberto Baggio
Fabula Productions ha lavorato anche a "Il divin codino" film su Roberto Baggio, in arrivo il 26 maggio sempre su Netflix - interpretato da Andrea Arcangeli con la regia di Letizia Lamartire e la sceneggiatura di Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo (autori, tra le altre cose, di “1992”, "1993" e "1994" su Sky - Sardo è anche cantante e autore dei Mambassa, storica band del pop-rock italiano). E anche qua, anticipa, replicheranno questo modello: “Abbiamo coinvolto un grande artista italiano, e per le canzoni ci siamo concentrati su artisti dell’epoca, soprattutto sul rock, con il contributo del composer Matteo Buzzanca che è anche un autore. E poi lo stesso Baggio, ci raccontava cosa sentiva all’epoca e abbiamo provato a metterlo”.
Marco e Nicola sono figlio di Guido De Angelis e nipote di Maurizio, meglio noti come Oliver Onions, autori di alcune tra le più note canzoni televisive e cinematografiche degli anni ’70 e ’80, da ”Sandokan" a “Orzowei”. “Mi sono confrontato con mio padre soprattutto in 'Baby', che è stata la prima esperienza in questo campo, sulla colonna sonora. Mi ha dato dei consigli molto specifici, guardando se veniva fuori l’emozione. Sulle musiche già edite, invece, le sue reazioni erano importanti per vedere l’effetto della scena. Ho fatto una serie per un altro brodcaster e ho chiesto a mio zio di fare la colonna sonora. La musica scorre nelle vene delle famiglia”.