Evanescence, la rivelazione di Amy Lee: "Volevano un altro cantante"
Difficile immaginarsi gli Evanescence senza Amy Lee, che con la sua voce potente ha permesso alla band statunitense di scalare le classifiche all'inizio degli Anni Duemila mischiando hard rock, metal sinfonico e gothic pop: l'album d'esordio "Fallen", contenente le hit "Bring me to life" e "My immortal", vendette nel 2003 la bellezza di 17 milioni di copie in tutto il mondo. Eppure c'è stato un periodo, prima del grande successo, in cui gli stessi Evanescence hanno dovuto provare a immaginare il gruppo senza la voce di Amy Lee. A raccontarlo, a distanza di quasi vent'anni, è stata proprio quest'ultima in un'intervista concessa al tabloid britannico "Metro".
Le 39enne cantante della band, da poco tornata sulle scene discografiche con il nuovo album di inediti "The bitter truth", il primo dopo dieci anni, ha detto:
"La mia lotta aveva a che fare con il fatto che ero donna. Qualunque cosa ci rendesse unici o che ci distinguesse dagli altri, io la vivevo come un fatto positivo, non come un ostacolo. Iniziai però a capire che le persone intorno a noi lo vedevano come un ostacolo, una cosa alla quale bisognava porre rimedio. Ciò mi faceva paura e mi faceva sentire frustrata. Non volevo adattarmi".
Nel singolo "Bring me to life" la voce di Amy Lee interagisce con quella di un altro cantante, Paul McCoy, leader della band post-grunge dei 12 Stones. Ma la frontwoman degli Evanescence ha rivelato:
"La richiesta originale fu un'altra. Volevano che cambiassimo l'intera band. Fummo costretti a scendere a compromessi. Ma per me quella fu una vittoria. E il compromesso più grande mai fatto".