Led Zeppelin, i 50 anni di "Stairway to heaven"

La prima esecuzione pubblica della canzone è datata 5 marzo 1971
Led Zeppelin, i 50 anni di "Stairway to heaven"

In un articolo per il «The Observer», un esultante Tony Palmer scriveva: “Riuscite a pensare a un’altra canzone, una qualsiasi altra canzone, per cui, quando viene suonata la prima nota, un’intera platea di ventimila persone si alza in piedi non solo per battere le mani, ma in omaggio a un evento che è decisivo per la vita di tutti loro?”. Era il maggio del 1975, e “Stairway to Heaven” era già la canzone – quasi sacra, quasi proibita – che tutti conoscono oggi. 


Ben meno entusiastiche, tuttavia, erano state le prime reazioni all’ascolto del brano, diversi mesi prima della pubblicazione del quarto album degli Zeppelin, in una strana serata del 5 marzo 1971.

La Ulster Hall di Belfast era forse il luogo meno appropriato per lanciare una canzone dal testo così spiritualmente ambiguo, con non radi riferimenti biblici, sin dal titolo, che alludeva a una scala per il paradiso. Infatti i Led Zeppelin erano arrivati sul palco della Ulster Hall dopo aver attraversato il fuoco incrociato di una città dilaniata dal conflitto tra cattolici e protestanti, conflitto che aveva allontanato la maggior parte delle band rock dall’esibirsi in simili luoghi. Quel pomeriggio, nei pressi della sala da concerto, un’autocisterna piena di benzina era stata incendiata nel corso degli scontri, “c’era un tappeto di vetri rotti ovunque” ricordava John Bonham, auto distrutte e bottiglie di molotov lanciate qui e lì. Non erano mancati incidenti ben più gravi: su tutti, la morte di un ragazzo rimasto coinvolto tra i tafferugli poco prima dell’esibizione della band. Le premesse della serata erano state tali da richiamare alla memoria eventi drammatici della storia del rock: prima del Velodromo Vigorelli di Milano, ma come il concerto degli Stones ad Altamont del 1969. Passare dal mito della maledetta “Sympathy for the Devil” a “Stairway To Heaven” sarebbe stato un istante.

A gettare ulteriore benzina sul fuoco c’era anche l’intenzione di presentare a quel pubblico il brano che per Jimmy Page avrebbe sancito la svolta definitiva della carriera della band: “Quando arrivò ‘Stairway to Heaven’, si resero conto che eravamo un gruppo intenzionato a cambiare, e che c'era molto più di una qualità drammatica all'interno del nostro particolare tipo di musica, per così dire, rispetto ai gruppi heavy metal». L’impatto sugli spettatori di Belfast non era stato dei migliori, e non erano mancati disappunti per nulla velati. Ricordava John Paul Jones: “La prima volta che suonammo ‘Stairway’ fu qualcosa del tipo: “Perché non stanno suonando ‘Whole Lotta Love’?”. Perché alle persone piace solo quello che conoscono. Erano annoiati fino alle lacrime in attesa di sentire qualcosa che sapevano”. I fischi e i “buh” avevano fatto da sfondo all’esordio di ‘Stairway’, coprendo buona parte dell’esibizione, uno dei tanti paradossi della storia del rock. 


Dopo l’ennesimo tour americano, il quinto, Page e Plant erano alla disperata ricerca di qualcosa di nuovo e innovativo per il loro percorso artistico.

‘Stairway to Heaven’ era nata per soddisfare questa esigenza, non i fan, né tantomeno le classifiche o le radio. Sul “New Musical Express”, già nell’aprile del 1970, il chitarrista aveva parlato di “un’idea per una traccia molto lunga nel prossimo album. Stiamo tentando di fare qualcosa di nuovo con organo e chitarra acustica, per poi iniziare la parte elettrica. Potrebbe venirne fuori un pezzo di quindici minuti”. Anche se si è soliti considerare il cottage di Bron-Y-Aur il luogo di nascita di “Stairway”, le prime idee per la canzone erano nate nel soggiorno privato del chitarrista nella sua casa di Pangbourne: “stavo giochicchiando con la chitarra acustica e vennero fuori le diverse sezioni”. I lavori erano ripresi nel dicembre del 1970 presso gli Island Studios di Londra, anche se, in realtà, è solo dopo essersi ritirati a Headley Grange che gli Zeppelin avrebbero lavorato seriamente al pezzo. Lì Page avrebbe suonato quella linea d’accordi a Plant e Jones, con una semplice chitarra acustica. Il bassista avrebbe lavorato di notte agli arrangiamenti, aspettando il pomeriggio successivo per provare quel nuovo strumentale con la batteria di John Bonham.

L’ingegnere Andy Johns aveva raggiunto la band qualche giorno dopo, insieme al pianista dei Rolling Stones Ian Stewart e al Rolling Stones Mobile Studio: il famoso studio di registrazione mobile, installato in un camion, già usato ai tempi di Led Zeppelin III. In realtà, puntualizza Page, “non abbiamo davvero inciso l’acustica e la batteria a Headley Grange: avevamo bisogno di uno studio più grande”, ovvero gli Island Studios di Londra, raggiunti nel febbraio del 1971.
L’ambiguo testo di Robert Plant era stato scritto agilmente in una modalità che molti sono soliti definire una “scrittura automatica”.

Il cantante: “Tenevo in mano una penna e un pezzo di carta e, per qualche ragione, ero di pessimo umore. Quindi, improvvisamente, le mie mani avevano incominciato a tirar giù parole. Rimasi lì seduto a fissarle e poi balzai in piedi per lo stupore”. Secondo Andy Johns, Plant aveva concluso la scrittura dei versi solo pochi minuti prima dell’incisione della traccia vocale: “Robert stava seduto dietro la stanza di controllo e gli avevo detto: ‘Robert, tocca a te cantare’ ‘Oh davvero? Bene, non ho ancora finito con il testo. Puoi farla suonare ancora?’. Stava scarabocchiando su questa agendina. E poi credo abbiamo fatto solo due incisioni in un colpo solo. Ed era fatta!”. .


Le immagini simboliche del testo

avrebbero dato adito a innumerevoli letture.

Qualcuno vi ha rintracciato riferimenti letterari al mondo di Tolkien, altri ai cicli dei romanzi arturiani, altri ancora a letture subliminali a sfondo satanista. Nella primavera del 1982 il Committee on Consumer Protection and Toxic Materials of the California State Assembly aveva deciso di dare ascolto alle illazioni avanzate da alcuni predicatori battisti: nei testi dei Led Zeppelin si nasconderebbero inni a Satana e altri messaggi pericolosi per la gioventù bianca e cristiana degli Stati Uniti. Poco dopo, uno di questi predicatori, tale Jacob Araza, avrebbe date alle stampe il libro “Backward Masking Unmasked: Backward Satanic Messages of Rock and Roll Exposed”. È da qui che nasce la leggenda secondo cui, se ascoltati al contrario, alcuni versi di ‘Stairway’ costituirebbero un’invocazione alla Bestia. “In che modo qualcuno potrebbe cantare al contrario? È impossibile”, avrebbe commentato Robert Plant, “Solo gli americani potevano inventare qualcosa di così ridicolo. Nessuno in Europa capirebbe il motivo di fare qualcosa al contrario, è già abbastanza difficile farlo in avanti”.  .


Altra storica polemica che si accosta al nome di “Stairway to Heaven” è quella relativa al possibile plagio della canzone “Taurus” (1968) degli Spirit.

Il caso mediatico, poi finito di fronte a una corte, si sarebbe risolto a favore dei Led Zeppelin anche a fronte della richiesta di appello dell’accusa. Nella sua perizia il musicologo Joe Bennett aveva rintracciato nell’arpeggio discendente a inizio canzone una struttura tradizionale risalente, addirittura, al Seicento. Senza retrocedere così tanto nel passato, basterebbe arretrare fino al 1959 e alla “Cry Me a River” di Arthur Hamilton per trovare una sequenza discendente non meno simile a “Taurus” di quanto lo sia quella di “Stairway”; o al 1963 a “To Catch a Shad” dei Modern Folk Quartet, dove si potrà trovare nuovamente la medesima sequenza discendente. Per rivolgersi a brani più noti, si porti alla mente “Michelle” dei Beatles e la sequenza discendente iniziale. Restando in campi beatlesiani, notevole sarebbe la somiglianza tra un’altra sequenza d’accordi discendenti in “Stairway” – stavolta sul Do maggiore – e “You Never Give Me Your Money”. Si potrebbe estendere il discorso anche a “Badge” dei Cream, composta da George Harrison e contenente il medesimo arpeggio discendente. Incalzato sulla questione, Page rispose: “Questa è la storia giusta, ma sulla canzone sbagliata! Una sera George stava parlando con Bonzo e disse: ‘Il vostro problema è che non fate mai pezzi lenti’. Così dissi: ‘Gli darò un pezzo lento’ e ho scritto ‘Rain Song’, che appare su ‘Houses of The Holy’. In effetti, puoi notare che cito anche ‘Something’ nei primi due accordi della canzone”.


Ad ogni modo, presunti plagi, citazioni, inni a Satana, mascheramenti al contrario, altro non fanno che aumentare il mito di una canzone innalzata al rango di inno. E chissà quanti di quegli spettatori del 5 marzo 1971 a Belfast avrebbero potuto immaginare un’epopea simile…

 

Matteo Palombi
 

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