‘Electric Warrior’, quando i T. Rex presentarono il glam rock al mondo

Eccessivo, sensuale, divertente, assurdo: l'album che lanciò definitivamente il gruppo di Marc Bolan sulla carta pareva un ibrido tra una missione impossibile e una fantasia malata. Il tempo l’ha reso un classico capace di abbattere le barriere tra generi
‘Electric Warrior’, quando i T. Rex presentarono il glam rock al mondo

Dice Bob Harris, veterano di BBC Radio 2, che lui ha visto nascere il glam rock prima degli altri. E’ successo a Portsmouth, tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera del 1971. “Hot Love” è il primo singolo dei T. Rex a finire in cima alla classifica inglese e il gruppo di Marc Bolan stava iniziando un nuovo tour nel Regno Unito.

Quel giorno intorno al locale c’era più casino del solito, ma la netta sensazione che stesse succedendo qualcosa Harris l’ebbe alla fine della serata, accompagnando la band fuori dal locale. Centinaia di ragazze si accalcavano intorno ai musicisti facendo balenare forbici ad altezza occhi per cercare di tagliare e portarsi a casa una ciocca di capelli della voce di “Jewel”. “Una follia”, tanto da richiedere l’intervento delle forze dell’ordine per disperdere la folla. Ed era solo l’inizio.

Poco dopo, il 24 marzo del ‘71, i T. Rex portano “Hot Love” sul palco di “Top of the Pops”, la trasmissione di culto della BBC che per la gioventù britannica è più un punto di riferimento che un appuntamento irrinunciabile. Bolan si presenta sotto i riflettori con dei glitter sotto gli occhi: e così il glam rock si presentò al mondo.

“Electric Warrior” è considerato il primo album glam rock di sempre perché figlio esattamente di quei giorni.

Le session di registrazione ebbero luogo tra il marzo e il giugno del ‘71 sotto la supervisione di Tony Visconti, che solo qualche mese prima aveva firmato la produzione del terzo disco di David Bowie, “The Man Who Sold the World”. I T. Rex sono una novità relativa: il gruppo - come Tyrannosaurus Rex - è attivo già dal ‘68, ma con alterne fortune. Dopo aver frequentato la psichedelia folk per quattro dischi a partire da “My People Were Fair and Had Sky in Their Hair. But Now They're Content to Wear Stars on Their Brows” Bolan, titolare unico del progetto, decide di imprimere una brusca sterzata alla sua carriera: accorcia il nome del gruppo in “T. Rex” e nel ‘70 spedisce sui mercati l’eponimo disco della svolta. Che va bene - picco in classifica in settima posizione, per 25 settimane di permanenza nelle chart - ma non fa gridare al miracolo. Mark Deming, in una recensione ex post, ha trovato le parole giuste: “T. Rex” è la quiete prima della tempesta di “Electric Warrior”.

“Dai, sono sempre stato una peste”, spiega Bolan al Melody Maker all’indomani della pubblicazione del disco, nell’ottobre del ‘71: “Mi piace ballare. Il fatto è che mi riusciva difficile fare casino stando seduto a gambe incrociate sul palco. Cioè, sono la mia fantasia. Sono il ballerina cosmico che balla fuori dal grembo materno verso la tomba. Né Bob Dylan né John Lennon sono meglio di me, e loro lo sanno. Sanno chi sono: sono diverso, come loro. Sapevo di essere diverso dal momento in cui sono nato”.

“Electric Warrior” è stato registrato di getto, con furia, un po’ qua e un po’ là, tra L.

A., New York e Londra. “Siamo stati in studio non più di sei settimane in quattro mesi”, ricorda Visconti, al quale Bolan, all’inizio delle session, aveva detto subito, giusto per chiarire lo spirito dell’operazione: “Tu entra là dentro e microfona tutto, noi suoneremo dal vivo”. A posteriori è facile disegnare la mappa delle influenze, quasi come se il seguito di “T. Rex” fosse frutto di una calibratissima ricetta elaborata per frullare sonorità e atteggiamenti e gettare un ponte tra presente e futuro: se “Electric Warrior” ha retto alla prove del tempo, è perché in vitro non è stato fatto praticamente nulla. C’è il retaggio psichedelico che Bolan ha assecondato fin da inizio carriera, ma anche il rock and roll delle origini, la melodia, l’esuberante sessualità, il nonsense e l’autoironia. "Mambo Sun", in apertura, è essenziale, con una ritmica scarna e un riff di chitarra a sostenere il sussurro di Bolan, che subito dopo, in “Cosmic Dancer”, cambia registro, affidandosi a una chitarra acustica e a un accompagnamento d’archi distribuiti su una struttura decisamente più elaborata.

“Get It On”, forse l’episodio più iconico del disco, nasce guardando a “Little Queenie” di Chuck Berry, ma diventa un pezzo di storia del rock grazie al pattern ritmico disegnato da Bill Legend e alla sezione fiati curata da Ian McDonald dei King Crimson. "Rip Off", in chiusura, spiazza: Bolan tira fuori la voce, urla, anticipa il punk che sarebbe arrivato da lì a qualche anno mettendo in fila su un ritmica fratturata una serie di cliché che non risparmiano nemmeno il suo gruppo: “Rocking in the nude and feeling such a dude, it’s a rip-off / Dancing in the dark with the tramps in the park, it’s a rip-off / (...) Terraplane Tommy wants to bang your gong, it’s a rip-off”.

Pesare successo e copie vendute non basta a determinare la rilevanza di un album: “Electric Warrior” consacra i T.

Rex presso il grande pubblico ma fa litigare Marc Bolan con John Peel, al quale “Bang a Gong” non era proprio piaciuta. La critica apprezza con riserva: se Ben Gerson su Rolling Stone chiude la sua recensione definendo il leader della band “il rocker più importante al mondo sotto l’1 e 70 di altezza” Robert Christgau sul Village Voice parla di un disco “bizzarro” per “pre-adolescenti britannici”, con “dei limiti” ma sempre meglio - in riferimento alla vita precedente artistica di Bolan - “degli unicorni”. Però, come al solito, sarebbe stato il tempo a dare la giusta misura dell’importanza dell’opera: da “Electric Warrior” ci sarebbero passati tutti, da U2, Culture Club e Blondie con “Bang a Gong” a Morrisey e Nick Cave con “Cosmic Dancer”, passando per Fish, Vernon Reid, Red Hot Chili Peppers e Joan Jett (con “Jeepster”), Teenage Fanclub, Gilby Clarke e Lucinda Williams (con “Life’s a Gas”). Da Tricky a Paul Weller, non c’è artista - a prescindere dall’età, dall’estrazione e dagli orientamenti artistici - che non veda nel seguito di “T. Rex” un punto di svolta, una pietra miliare con la quale sia impossibile misurarsi: “Con ‘Electric Warrior’ Marc Bolan ha preso il blues e lo ha reso più appetibile”, ha spiegato Joey Santiago dei Pixies. Detta così sembra la cosa più facile del mondo, ma riuscite a immaginare - anche cinquant’anni dopo - qualcosa di più ambizioso?.

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