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Il meglio del 2020, secondo Elena Palmieri

Il meglio del 2020, secondo Elena Palmieri

Nonostante il 2020 sia stato un anno incredibile, difficile e spaventoso, dell’anno che sta per concludersi qualcosa di bello rimarrà.

Il disco che più ho ascoltato nel 2020 è “Lament” dei Touché Amoré, anche se è stato pubblicato solo lo scorso mese di ottobre. Il quinto album in studio di Jeremy Bolm e soci, uscito a quattro anni di distanza da “Stage four” - uno tra i loro migliori dischi, che ha consacrato la formazione losangelina come una delle più solide realtà post-hardcore - è un concentrato di dolore e rabbia, con canzoni libere di esplorare diverse tematiche e penetrare i lati più oscuri dell’anima. Con il suo suono lapidario e disorientante, “Lament” è diventato, fin dal primo ascolto, il riflesso dello stato d'animo che ha caratterizzato gran parte delle mie giornate di quest’anno. 

A proposito di umore e sensazioni, non posso non citare “Ohms” dei Deftones (qui la recensione), uno degli album usciti nel 2020 che più ho apprezzato, grazie al quale la band ha dimostrato di essere in grado di non tradire le proprie origini senza ancorarsi musicalmente al passato. Come Chino Moreno e soci, che per la loro nona prova sulla lunga distanza hanno giocato a stare in equilibrio fra aggressività e lucidità, per gran parte dei mesi passati ho frequentato diverse parti di me, da quella più immatura e impulsiva a quella più riflessiva e coraggiosa. 

Dalle sonorità decisamente diverse, ma non per questo meno evocative, il brano “Yes, I have ghosts” di David Gilmour è, per me, la canzone del 2020 Il primo inedito in cinque anni dell’ex Pink Floyd (di cui dovrei riportare anche la serie in streaming “Von Trapped Family”, che ha visto il 74enne musicista britannico, direttamente dalla propria casa, suonare e cantare alcuni brani, oltre che a conversare con la sua famiglia, tra le cose migliori di quest'anno), incluso nell’audiolibro della di lui moglie Polly Samson, “A theatre for dreamers”, e pubblicato ufficialmente sulle piattaforme digitali lo scorso 3 luglio, racchiude in sé una sensazione di dolce malinconia, e i fantasmi di cui parla non sono altro che persone che non si vedono da tempo.

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L’altro pezzo che più ho ascoltato è “Shame shame” dei Foo Fighters (qui l’ascolto di Rockol): la malinconia dal sapore agrodolce è stata tra i sentimenti più ricorrenti nel vivere l’anno che sta giungendo al termine.

“Sound of Metal”, pellicola di Darius Marder in cui Riz Ahmed interpreta un batterista che perde l’udito, è il film del 2020 che più mi ha colpito. Questi dodici mesi che stanno per concludersi hanno messo a dura prova la capacità di molte persone di accettare il cambiamento, tema principale del lungometraggio di Marder, un dramma potente e catartico che più che di visione è un esperienza di ascolto. 

Oltre all’idea di reincidere a scopo solidale la canzone del 1975 di Rino Gaetano, "Ma il cielo è sempre più blu”, lanciata da Rockol lo scorso 18 marzo, tra le iniziative legate al Coronavirus a cui ho guardato con più ammirazione c’è quella di Tim Armstrong. Lo scorso maggio il cantante e chitarrista dei Rancid ha pubblicato, sotto il nome di Tim Timebomb, il vinile di “Life's for living”. I proventi ricavati dalla vendita del disco (che io non ho esitato ad acquistare) sono stati devoluti per supportare un ospedale da campo di Bergamo.

Se non avessi acquistato il volume “Do what you want: the story of Bad Religion” pochi giorni prima di Natale e non lo avessi letto in tempo record, probabilmente, invece di riportare in questo elenco il libro che racconta la nascita e ripercorre i 40 anni di carriera di Greg Graffin e soci come la mia lettura preferita del 2020, avrei dovuto decidere quale tra i pochi concerti dal vivo che ho avuto la fortuna di vedere o tra i live stream è stato il migliore di quest’anno. La corsa in libreria fatta solo una settimana fa mi permette così di chiudere questo elenco con il libro che più ho apprezzato nel 2020, esentandomi dal ripensare agli show - in presenza o virtuali - a cui ho assistito e dal provare la mancanza degli eventi dal vivo.

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