David Bowie, cinque suoi film da rivedere

Scelti e commentati dal critico cinematografico Marco Bacci
David Bowie, cinque suoi film da rivedere

La carriera di attore di David Bowie, parallela a quella di cantante e musicista, lo ha visto prendere parte, spesso come protagonista, a numerosi film.
Il debutto risale al 1969, nel cortometraggio "The Image" di Michael Armstrong, che potete guardare qui:

e fu seguito da una partecipazione, non accreditata, al film "The virgin soldiers", sempre del 1969, di John Dexter.
Ma il primo ruolo importante fu quello in "L'uomo che cadde sulla terra" di Nicholas Roeg, al quale seguirono parecchi altri impegni cinematografici, fino all'ultimo, del 2014, in "Twin Peaks: The missing pieces" di David Lynch.

Ecco qui di seguito, scelti e commentati per Rockol dal critico cinematografico Marco Bacci, i cinque film più significativi della carriera di attore di David Bowie.

 

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L’uomo che cadde sulla terra (1976)  

Bowie diventa alieno anche al cinema: quattro anni dopo aver assunto la personalità parallela (rock) di Ziggy Stardust (che come disse a Burroughs, non era un alieno, ma un veicolo di energie aliene) ecco che si trasforma in Thomas Jerome Newton, “caduto” sulla Terra per preparare l’arrivo dei suoi simili creando un impero con invenzioni tech che sconvolgono il mondo della musica e delle immagini.

Il regista è Nicholas Roeg, ex direttore della fotografia di Truffaut per "Fahrenheit 451". Bowie è la terza scelta: avevano pensato prima a Peter O’Toole e a Mick Jagger. La storia viene da un romanzo di Walter Tevis, lo stesso che ha scritto "La regina degli scacchi". Mentre lavora sul set Bowie disegna, scrive, pianifica la sua bio e gira anche un 16 millimetri con una cinepresa dono di Roeg. Ma come fa? Confessa di essersi gettato nella storia perché non aveva cognizione di come si facesse un film e si sentiva insicuro. “Totalmente insicuro" - dirà a "Rolling Stone" nel 1982 - e con 10 grammi di cocaina in corpo ogni giorno”. I suoi abiti di scena sono disegnati da una certa Ola Hudson, mamma del chitarrista Saul Hudson, meglio conosciuto come Slash dei Guns ’n Roses. Bowie riciclerà immagini del film per "Station to Station" e "Low". E "Low" pare sia stato fatto con brani della colonna sonora (rifiutata) che aveva composto proprio per "L’uomo che cadde sulla terra". .

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"Miriam si sveglia a mezzanotte" (1983).

Bowie diventa vampiro, trendy e discotecaro a New York in un film in cui non viene mai pronunciata la parola vampiro e, in effetti, non usano i canini.

È John Blaylock, l’ultimo marito di Miriam Blaylock (Catherine Deneuve), lei seicento anni, lui trecento e destinato a finire prosciugato, in letargo, nel solaio tra i colombi. È il film d’esordio di Tony Scott, fratello del più famoso (allora) Ridley, che pare dovesse dirigere il film, ma si fosse tirato indietro quando aveva saputo che Bowie era candidato al ruolo di John. Il film si apre con "Bela Lugosi's Dead" dei Bauhaus e Bowie compare in colonna sonora solo in "Funtime" in coppia con Iggy Pop. Per avere la voce da vampiro invecchiato dice d’essere andato a cantare canzoni punk a squarciagola sul ponte Washington che collega Manhattan al New Jersey. Ma per esigenze di scena impara a suonare davvero il violoncello.

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"Furyo" (1983).

Bowie diventa Jack “Strafer” Cellier, incursore neozelandese in un campo di prigionia giapponese ("furyo" in giapponese vuol dire “prigioniero di guerra”) nella seconda guerra mondiale, a Java, nel 1942.

Nel suo primo film in inglese Nagisa Oshima (quello di "L’impero dei sensi") rilegge un romanzo di Laurens van der Post che racconta la passione omosessuale del comandante (Ryuichi Sakamoto) per il prigioniero (David Bowie); insomma, scontro tra musicisti, scontro oriente/occidente, passione dolorosa perché l’omosessualità non è prevista nel codice samurai che ispira il comandante. Sakamoto firma per il film una colonna sonora memorabile. Bowie fa esplodere il conflitto latente e il divario culturale nella famosa scena in cui bacia Sakamoto mentre sta per decapitare un prigioniero con la spada. Dicono che Sakamoto svenne quando vide il film finito. In realtà sviene anche nella scena del bacio. Bowie era stato scelto da Oshima per la sua performance nella versione teatrale di "L’uomo elefante" senza trucchi prostetici. Esperimento: per la prima volta appare in una parte drammatica il futuro regista Takeshi Kitano, che in  Giappone era famoso per la sua lunare comicità. All’anteprima in Giappone risero a vederlo, poi cambiarono idea. Il film, molto bello, per la somiglianza del tema con Il ponte sul fiume Kway e per il suo contenuto omosessuale, venne ribattezzato “Il ponte sul fiume gay”.

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"L’ultima tentazione di Cristo" (1988)

Bowie diventa Ponzio Pilato nel contestatissimo film che Martin Scorsese trae dal libro di Nicos Kazantzakis: immagina un Gesù che sceglie di sopravvivere alla crocifissione per avere una vita normale. In preproduzione Scorsese aveva pensato di chiamare Sting, poi si ricrede quando vede Bowie sul set. La parte è piccola, ma memorabile, girata in due giorni alla fine del "Glass Spider Tour". In una stanza nuda con la luce che scende dall’alto e in cui appare spettrale un cavallo, Bowie/Pilato chiede a Gesù di fargli vedere uno dei suoi trucchi magici. Gesù risponde che non è un mago e nemmeno un animale ammaestrato. Bowie mormora  "Well, that's disappointing this means that you're just another Jewish politician" ("questo è deludente, vuol dire che sei un altro di quei politicanti ebrei"). Gesù replica con l’immagine di Roma colosso dai piedi d’argilla e Bowie gli oppone l’immagine del Golgota con 3000 teschi. C’è una ricerca storica che vuole Pilato figlio di un  centurione di stanza a Fortinghall e di una ragazza scozzese. Qualcuno suggerì a Bowie di usare un accento scozzese, ma lui si rifiutò. Meno male. I romani erano passati in Gran Bretagna nel 55 prima di Cristo per dare un’occhiata, ma c’erano tornati per invaderla novanta anni dopo, nel 43 dopo Cristo…

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"Basquiat" (1996).

Bowie diventa Andy Warhol nella biografia di Jean Michel Basquiat, nume del graffitismo, pittore maledettissimo e strafatto che chiude la sua corsa nel 1988 a 28 anni per overdose al culmine della fama e della ricchezza. Tutta l’arte del mondo a New York negli anni Ottanta, scritta e diretta dal pittore Julian Schnabel che si rivela anche eccellente regista - e però deve dipingere tutti i Basquiat del film perché la fondazione Basquiat non gli lascia usare gli originali. A suo modo anche il film è maledetto e bello. Bowie fa un Andy Warhol quasi lunare e antipatico nel periodo in cui lavorò in coppia con Basquiat (qualcuno dice “usò” Basquiat): Bowie conosceva bene Warhol e lo frequentava, in scena usa una delle sue parrucche e nel 1971 aveva scritto una canzone col suo nome nel titolo per l’album "Hunky Dory" ("Andy Warhol looks a scream/Hang him on my wall": Andy Warhol ha un aspetto da urlo/appendilo al mio muro). La prima volta che Warhol la sentì se ne andò sconvolto lasciando Bowie di stucco. Nel 1997 Bowie dirà al riguardo: “Rabbrividiva per l’imbarazzo. Credo che pensasse che nella canzone l’avessi sfottuto”.

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Dall'archivio di Rockol - La storia di "The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars" di David Bowie
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