Live 8 e mezzo: continuiamo a farci del male

Live 8 e mezzo: continuiamo a farci del male
Mi fa quasi nausea l’idea di intervenire sul tema, ma mi sento tirato per i capelli, quei pochi che mi sono rimasti. Però la situazione è ridicolmente tragica, e non si può non prendere posizione, almeno personale.
Premesso che detesto la beneficienza pubblicizzata, ogni genere di beneficienza pubblicizzata, e che detesto l’idea che un cantante o un personaggio pubblico ricavi visibilità dalla partecipazione a un evento benefico; premesso anche che preferirei che ogni cantante destinasse parte dei suoi (spesso) lauti guadagni alla beneficienza senza strombazzarlo e senza farsene bello; premesso infine che mi rendo comunque conto che la “sensibilizzazione” è un risultato che si può ottenere soprattutto facendo leva sui media, e che quindi l’operazione Live 8 mi vede spettatore neutrale, ma non pregiudizialmente ostile (mentre vent’anni fa ero entusiasta del Live Aid: ma i tempi e le premesse e lo spirito erano tutti diversi); premesso tutto ciò, mi pare che noi italiani, come al solito, non stiamo perdendo l’occasione di fare la solita figura di merda.
La facciamo fra noi, s’intende: dubito che all’estero si interessino delle nostre piccole beghe di bottega, e che a qualcuno importi davvero se questo o quel cantante italiano a Roma ci sarà o non ci sarà (tanto per il pubblico internazionale contano tutti uguale: meno di zero, o poco più), o se “aderirà al progetto” senza essere presente fisicamente, o se “sosterrà dall’esterno l’iniziativa” (come, guardandola in TV?). Ma da noi, nel nostro piccolo giardinetto autoreferenziale, nel nostro piccolo mondo dello spettacolo dalle dimensioni complessivamente risibili, nel nostro piccolo ghetto dei giornalisti musicali che scrivono l’uno per gli altri e non per la gente, questa faccenda del Live 8 sta diventando un paradigma di come sappiamo fare le cose da italianuzzi: guardandoci nel culo l’uno con l’altro, facendoci dispettucci, lagnandoci in privato e incaricando qualche stipendiato di lagnarsi ufficialmente per conto nostro. E parlo dei cantanti, dei promoter, dei giornalisti, degli uffici stampa, insomma di tutto il circo della musica italiana che, purtroppo, assomiglia drammaticamente a un film di Fellini. Acrobati, pagliacci, nani, mostri deformi, animali addomesticati, domatori di bestie feroci, cassieri avidi, contorsionisti, ingoiatori di spade, mangiatori di fuoco e mangiatori di merda: signori, ecco il cast del Live 8 versione italiana.
Intanto, diciamocelo: chi, nel mondo, guarderà la diretta da Roma potendo scegliere fra molte altre città e cast ben più qualificati? E chi la guarderà dall’Italia, peraltro? Provincia profonda dell’impero discografico, l’Italia consuma le sue piccole meschinità e le sue vendettine trasversali convinta che possa importare a qualcuno: e invece importa solo a noi che dobbiamo comunque riferirne. Ieri i promoter che si comportano da bambini dell’asilo Mariuccia (“il pallone è mio e ci faccio giocare solo i miei amici”, “suora suora non mi vuol fare giocare”), oggi lo stillicidio dei comunicati dei cantanti che distinguono sottilmente (“non ci sarò ma non ho mai detto che ci sarei stato”, “ci sarei ma purtroppo ho già un altro impegno”, “ci sarò in spirito e sosterrò da lontano”: non uno che dica, sinceramente, “non me l’hanno chiesto e mi dispiace perché ci sarei andato volentieri”). E domani toccherà alle polemiche sulla diretta televisiva (perché Rai Tre? E via con le dichiarazioni di Sandro Curzi), dopodomani alle polemiche sulla scaletta dello spettacolo (“meglio andare sul palco quando c’è più gente o meglio quando si prevede più audience?”), e dopodomani ancora alle polemiche sui conduttori (di sinistra, di centrosinistra, di centro, cabarettisti o attori, vecchi tromboni o belle fighe, tanto non capiscono un cazzo di quello che devono presentare), e dopodomani ancora alle polemiche fra colonnelli dell’aeronautica (quel giorno ci sarà sole, ci sarà nuvoloso, pioverà solo la sera): tutto questo per far crescere su se stesso un pallone gonfiato che non servirà minimamente a “sensibilizzare” il pubblico dei “ggggiovani” sui problemi dell’Africa, ma solo a solleticare lo squallido protagonismo dei cantanti e dei promoter e degli uffici stampa e dei giornalisti.
A me piacerebbe solo sapere poche cose, ma vorrei avere risposte precise:
1 – siamo sicuri che nessuno, ma proprio nessuno nessuno, dei partecipanti chiederà un euro per la propria presenza, né sotto forma di cachet né sotto forma di rimborso spese?
2 – perché i promoter che si sono lagnati per non essere stati coinvolti non hanno pensato di organizzare una seconda giornata di Live 8 (dico una seconda, domenica 3 luglio, per non essere accusati di voler portare via attenzione alla giornata di sabato), in un’altra città (magari Milano, facendosi aiutare da quell’assessore agli Eventi che qualche mese fa, proprio a Rockol, annunciò che la città avrebbe ospitato un Live Aid), alla quale far partecipare gli artisti che avrebbero voluto essere invitati al Live 8 di Roma ma che non sono stati chiamati per ragioni di appartenenza di management?
3 – perché noi italiani – noi italiani che lavoriamo nel mondo della musica - insistiamo nel voler fare certe cose raccattando sempre brutte figure? Ormai lo sappiamo di non essere capaci: se lasciassimo perdere e ci guardassimo in televisione come fanno gli altri, giusto per imparare?
Ma a quest’ultima mi posso già rispondere da solo. Sarei già contento che qualcuno rispondesse alle altre due. Grazie in anticipo.
(Franco Zanetti)
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