Cesare Cremonini, "Let them talk" - il libro

La recensione del nuovo lavoro letterario del cantautore bolognese
Cesare Cremonini, "Let them talk" - il libro

Mi dispiace che le complicazioni Covid-logistiche mi tengano lontano dalla mia biblioteca; prima di affrontare "Let them talk" mi sarei riletto "Le ali sotto ai piedi", il libro che Cesare Cremonini pubblicò per Mondadori nel 2009. Non ne ho un ricordo preciso, è passato tanto tempo e la memoria non è più quella di una volta; rammento che ne parlammo con lui, nella hall di un albergo di Milano, ai tempi dell'uscita, ma sinceramente non sarei in grado di riferirvi i contenuti di quella conversazione.
Avrei voluto, dicevo, rileggere quel primo libro a firma Cremonini per potermi rendere conto se l'evoluzione, ma direi meglio la crescita, dell'artista e della persona siano andate di pari passo con le sue doti letterarie.


Quello che posso certamente dirvi è che "Let them talk" - che mi è stato gentilmente recapitato dove mi trovo, appunto lontano dal mio abituale domicilio - è un libro che si legge d'un fiato: e questo è già un punto di merito. Posso anche dirvi che la scrittura scorre disinvolta, fluida, a volte anche fluviale, punteggiata di riferimenti ad altri libri, a film e a canzoni. E che non si tratta di una autobiografia in senso stretto; certo, si parla anche dei fatti e degli avvenimenti che hanno segnato la vita di Cremonini dagli inizi, e dai tempi della scuola, quando in una classe tutta di ragazzi in camicie felpate a quadrettoni e jeans strappati in ossequio al look grunge lui era (e rivendica di essere stato) l'unico che sceglieva un abbigliamento ipercolorato. E ci sono tutti i riferimenti del caso alla sua produzione musicale, sottolineati dal fatto che ogni capitolo ha il titolo di una canzone di Cesare.

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Ma il libro è soprattutto una serie di riflessioni e considerazioni che il fresco quarantenne Cremonini condivide con il lettore: sulla vita, sulla musica, sui rapporti con i colleghi, con la famiglia, con le persone che l'hanno accompagnato nei vent'anni trascorsi da quando ha iniziato l'attività musicale.
Di questo "Let them talk" hanno già scritto giorni fa, all'uscita, parecchi quotidiani, tutti (tutti quelli che ho visto: "Corriere della Sera", con una lunga intervista di Aldo Cazzullo, "Gazzettino", "Huffington Post" - ha fatto eccezione "La Stampa", ma anche Rockol ha ripreso uno di questi articoli) centrando il titolo della notizia sull'argomento "schizofrenia", scegliendo così di sottolineare il tema trattato nel capitolo 18, "Nessuno vuole essere Robin".

Un tema problematico, anche un po' spaventoso. Ora, io non so se questa scelta comune sia stata dettata da qualche (astuta) anticipazione di un solerte ufficio stampa - o se sia stata effetto della pedissequa ripresa dell'intervista di Cazzullo. Come sospetto, anzi ne ho la certezza, che nessuno di quelli che hanno scritto del libro l'avesse già letto per intero. Mi scuso con la generalizzazione (che non vale, ad esempio, per Patrizio Ruviglioni di "Rolling Stone", che il libro l'ha letto, e si capisce da come ne scrive). Purtroppo è una pessima abitudine, quella di scrivere di qualcosa senza averne contezza, dalla quale cerco di non farmi contagiare.
Se io volessi raccontare a qualcuno - come sto raccontando a voi - quali sono le pagine che mi hanno più colpito, citerei quelle che vanno dalla 108 alla 113. Sono quelle in cui Cesare riferisce un episodio importante della sua vita, che qui non vi dirò. Ma vi dico che leggendole mi sono sentito così immedesimato e così partecipe che ne ho ricavato la convinzione che Cremonini, oltre che scrivere canzoni, sappia anche scrivere. O almeno raccontare con le parole scritte sulla carta, e non solo con quelle cantate.

Franco Zanetti

PS non ho visto citato da nessuno (tranne Andrea Spinelli su "QN") il fatto che - come spiega la postfazione - "questo libro è nato grazie a una serie di incontri/interviste con Michele Monina". A chi fa di questi tempi il disgraziato mestiere di scrivere dovrebbe essere sempre reso il dovuto merito; fa un po' specie che altri, che pure fanno (o dicono di fare, o si pensa che facciano) lo stesso mestiere, se ne "dimentichino". 

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