Come la morte di John Lennon oscurò quella di Darby Crash

Esattamente quarant'anni fa il punk californiano piangeva uno dei suoi eroi: ma qualche ora dopo, a New York...
Come la morte di John Lennon oscurò quella di Darby Crash

Jan Paul Beahm era un ragazzino difficile, nato sul finire degli anni Cinquanta a Culver City, sobborgo di Los Angeles che tenne a battesimo gli studios delle major cinematografiche americane, e cresciuto a Venice, il quartiere della città degli angeli che si affaccia sull’oceano pacifico, in una famiglia tutto meno che serena: suo fratello maggiore, Bobby Lucas, muore di overdose quando lui ha 11 anni, e il rapporto con sua madre - affetta da disturbi della personalità - non è dei migliori.

Sui banchi della Innovative Program School, sezione sperimentale attivata dalla University High School di West L.A., conosce Georg Ruthenberg, che negli anni a venire sarebbe diventato familiare al grande pubblico come Pat Smear, chitarrista chiamato da Kurt Cobain nella fase finale della carriera dei Nirvana e poi cooptato da Dave Grohl per i suoi Foo Fighters.

I due interpretano lo spirito alternativo e libertario della scuola a modo loro, cioè facendo quello che gli pare. Il limite lo passano quando iniziano a spingere i propri compagni a fare uso di LSD: le autorità scolastiche li cacciano dall’istituto, e Beahm e Ruthenberg finiscono in mezzo alla strada. I dischi delle Runaways e degli Stooges spingono i due amici a formare una band: Beahm - che da allora si sarebbe presentato al pubblico con il nome d’arte prima di Bobby Pyn, poi di Darby Crash - e Georg Ruthenberg / Pat Smear pubblicano un annuncio alla ricerca di “due ragazze prive di qualsiasi talento musicale”. All’appello rispondo la bassista alle prime armi Terri Ryan, che si sarebbe ribattezzata Lorna Doom, e la batterista Belinda Carlisle, che avrebbe conosciuto il successo a partire dalla fine degli anni Settanta prima come leader della Go-Go's poi come apprezzata artista solista. La Carlisle viene presto sostituita da Becky Barton, che avrebbe assunto il nome di battaglia di Donna Rhia. Crash, Smear, Doom e Rhia nel 1977 pubblicano il singolo “Forming”: è l’inizio della carriera dei Germs.

L'ascesa dei Germs

La band impiega pochissimo a diventare un fenomeno nell’ambiente underground losangelino: il live del gruppo sono grezzi, potenti, selvaggi, e - sul palco - Crash incarna alla perfezione lo spirito del punk più ribelle e intransigente.

Davanti al microfono il frontman si presenta il più delle volte in uno stato di alterazione pesante, che lo porta a compiere atti di automutilazione, a insultare il pubblico, ad aggredirlo e - talvolta - a vomitargli addosso. Da una parte, Darby e i Germs diventano delle leggende, costruendosi in un lasso di tempo relativamente breve un solido seguito di fedelissimi, e - dall’altra - guadagnano una fama molto poco raccomandabile,  diventando i nemici numero uno dei promoter e dei gestori di club della città, che li mettono al bando da tutti i locali di musica dal vivo di Los Angeles e dintorni. Quando nel 1979 esce il loro primo e unico album, “(GI)”, la regista Penelope Spheeris sceglie di coinvolgerli in quella che sarebbe stata ricordata come una delle testimonianze più rilevanti nella storia del punk mondiale, “The Decline of Western Civilization”: non trovando nessun locale disposto a ospitarli per registrare la loro performance, alla filmaker - per fissare su pellicola il set dei Germs - non resta che affittare un magazzino.

Nonostante la reputazione da ingestibili la carriera dei quattro decolla: Crash viene da più parti indicato come unico, vero erede di Johnny Rotten, e Jack Nitzsche, uno dei più grandi compositori di colonne sonore cinematografiche di sempre, chiama i Germs per registrare del materiale da utilizzare nel film con Al Pacino “Cruising”: dei sei brani utilizzati, nella soundtrack ne finirà soltanto uno, “Lion's Share”.

La Darby Crash Band, la reunion dei Germs e il proposito suicida

A Darby Crash del successo, dell’essere considerato un’icona punk e di tutto il resto non frega assolutamente nulla. Nel 1980 vola a Londra, dalla quale torna con un amore incondizionato per la musica di Adam and the Ants, una cresta da mohicano e le idee ancora più confuse di prima. Al suo rientro a Los Angeles scioglie il gruppo, tenendosi però stretto Smear, e con lui fonda la Darby Crash Band. La nuova avventura avrà vita breve, anzi brevissima: dopo appena qualche concerto il progetto va gambe all’aria. Crash capisce che è il momento di organizzare una clamorosa uscita di scena, e infatti la organizza. Ovviamente a modo suo.

Il frontman convoca per il 3 dicembre 1980, allo Starwood di West Hollywood, uno dei club di riferimento della scena rock e punk californiana, il concerto reunion dei Germs.

Le vendite dei biglietti vanno a gonfie vele, il locale registra il sold-out, e Crash riceve la sua parte di incasso, che - a seconda delle versioni - oscilla tra i 400 e i 600 dollari. Smear, qualche anno dopo, spiegherà che l’unica ragione per la quale l’amico aveva scelto di organizzare un evento così redditizio, almeno per gli standard della scena punk dell’epoca, era uno solo: comprarsi abbastanza eroina da uccidersi. Il cantante lo aveva confessato senza problemi all’amico, che però non l’aveva preso sul serio: “Aveva minacciato il suicidio così tante volte che alla fine nessuno gli credeva più”. Invece questa volta Jan Paul Beahm stava facendo sul serio.

'Bene, ciao'

Qualche giorno dopo il concerto, il 7 dicembre 1980, Crash è nella casa di Hollywood dove vive Casey “Cola” Hopkins, una delle fan più fedeli dei Germs. E’ sera. I due hanno un mucchio di eroina e un patto suicida: farsela tutta. “Avevo dell'acqua e un cucchiaio”, avrebbe raccontato la Hopkins, sopravvissuta all’overdose, nel documentario olandese del 1981 “Surfpunk”: “Scrisse un biglietto, che non mi ha mostrato, ma che credo dicesse: ‘La mia vita e il mio amore vanno a Bosco (David "Bosco" Danford, il bassista della Darby Crash Band, morto nel 2005)’. E’ stato lui a chiedermi per primo: ‘Stai bene?’. Io risposi: ‘Ehm, sì’. Mi mise una mano sulla parte bassa della schiena e ha detto: ‘Aspetta, resta lì, aspettami, okay? Aspettami’. Mi ha tenuto ancora per un secondo, poi ha preso la vena, si è appoggiato al muro e mi ha tirato verso di lui. Era quasi come se si fosse dimenticato cosa stavamo facendo. Mi ha detto: ‘Aspetta un minuto’. Poi mi ha baciato e dicendomi: ‘Bene, ciao’”. E’ la notte del 7 dicembre 1980: Darby e Cola si addormentano sul divano. Cola si risveglia, Darby no.

New York, Upper West Side, qualche ora dopo

Perché il finale di carriera straziante e disperato di un personaggio di culto della scena punk americana, che oggi viene citato come influenza da una fitta schiera di artisti mainstream, non è finito nei libri di storia del rock, restando una nota a margine nella cronologia delle cronache musicali mondiali? Per uno scherzo del destino.

L’8 dicembre del 1980, quando a Los Angeles sono le 8 di sera e la notizia della morte di Crash inizia a diffondersi nella stretta cerchia di conoscenti dell’artista, a circa 4500 chilometri di distanza, a New York, al numero uno della 72esima strada, nel West Side newyorchese, Mark David Chapman esplode cinque colpi di calibro 38 alle spalle di John Lennon. Nella Grande Mela sono le 23. L’ex Beatle viene portato di corsa al Roosevelt Hospital, dove - nonostante un disperato tentativo di rianimazione - viene dichiarato morto alle 23 e 15. Yoko Ono è disperata, e chiede al personale di non comunicare ai media il decesso: il figlio della coppia, Sean, era a casa, e probabilmente stava guardando la televisione. Apprendere della morte del padre da un’edizione straordinaria dei telegiornali, per lui, sarebbe stato devastante. Il personale acconsente, ma il destino ha un altro piano.

Il giornalista nella sala d'aspetto

Nella sala d’aspetto del Roosevelt Hospital c’è anche Alan J.

Weiss del canale WABC-TV: rimasto vittima di un piccolo incidente motociclistico qualche ora prima, il produttore sta aspettando di essere visitato dal personale medico, quando vede il cadavere di Lennon trasportato su una barella in mezzo a diversi agenti di polizia. Weiss fa il suo lavoro e si precipita al telefono pubblico dell’ospedale, per mettere al corrente i colleghi dell’emittente. In redazione la voce corre velocissima, fino ad arrivare al presidente del canale, Roone Arledge, che proprio in quel momento si trova in uno degli studi della stazione dove il giornalista Howard Cosell e l’ex giocatore NFL Frank Gifford stavano commentando l’incontro tra i New England Patriots e i Miami Dolphins. Arledge, dopo le verifiche del caso, informa Cosell e Gifford quando mancano solo trenta secondi alla fine della partita. Cosell ha dei dubbi: lui, in fondo, è solo un giornalista sportivo, e non spetta a lui il compito di informare il mondo di un fatto così grave. Gifford non è d’accordo: un giornalista è un giornalista, e la morte di un gigante come Lennon è più importante della fine di una partita di campionato. Cosell si fa coraggio.

“C’è una cosa da dire. Ricordate, questa è solo una partita di football, non importa chi vince o chi perde. E’ successa una tragedia incredibile, confermataci dalla ABC News di New York: John Lennon, forse il più famoso di tutti i Beatles, è stato raggiunto da colpi di arma da fuoco fuori dal condominio dove abitava, nel West Side di New York. Portato immediatamente al Roosevelt Hospital, è stato dichiarato morto. E’ difficile tornare al gioco dopo una notizia del genere, che per spirito di servizio abbiamo dovuto dare”.

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La notizia diventa di pubblico dominio. La NBC interrompe lo show di Johnny Carson per informare i telespettatori. La stazione radiofonica WNEW-FM stoppa la propria programmazione e apre i suoi microfoni alle telefonate del pubblico. Il mondo era venuto a sapere di uno dei più gravi lutti che la storia del rock avesse mai conosciuto, e in tanto dolore per la fine disperata, programmata e annunciata di una delle figure più importanti del punk americano, avvenuta solo qualche ora prima dall’altra parte dell’America, ormai non c’era più spazio. Ubi maior minor cessat, anche quando si muore.

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