Black music, dischi fondamentali: James Brown, "Live at the Apollo" (1963)

Nel nuovo secolo l’universo sonoro afroamericano ha continuato produrre talenti cresciuti sui solchi dei grandi capolavori soul e r&b del passato. Scopriamo, in sei tappe, quali album non potete farvi mancare quando parliamo di storia della black music.
Black music, dischi fondamentali: James Brown, "Live at the Apollo" (1963)

James Brown
Live at the Apollo (King, 1963)

Ciò che a James Brown andrebbe tributata, in qualsiasi discussione sulla cultura nera, è nulla meno che profondissima, infinita venerazione. Visto che abbiamo scelto di osservare soprattutto il passaggio dal r&b al soul – tralasciando
tutti gli altri fili che pure si dipanano dalle stesse matrici – si è pensato di non analizzare il ruolo di Brown quale inventore del funk, ma piuttosto come colui che seppe smontare a pezzi il passato della musica afroamericana, facendone così il proprio personalissimo parco giochi. 
L’incomprensibile autocrocifissione che si infliggerà in età matura, a colpi di droga e armi da fuoco, era ancora lontana nel 1962, mentre sul palco dell’Apollo riconvertiva James Brown swing e doo wop in qualcosa che non era ancora puro ritmo come diverrà poi, ma di certo ne rappresenta il preludio.

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Della storia di quel ragazzino che imparava a tirare pugni tra le corde di un ring, mentre allenava i polmoni a respirare e cantare quasi fosse un unico esercizio, forse ne saprete già abbastanza; e magari avrete anche letto la sua faziosissima autobiografia, o visto il biopic che gli è stato dedicato qualche anno fa (il titolo è "Get On Up").

Allora ci limiteremo a ricordare che era a casa di Bobby Byrd, i cui genitori gli facevano da garanti per la libertà vigilata, che James iniziava a mettere insieme il suo piano, spalleggiato dall’amico e futuro braccio destro. Dove non sarebbero arrivate le nocche, pensava, poteva farcela la voce. Quest’ultima non era bella in senso stretto, e d’altronde non lo era nemmeno lui, eppure esercitava un fascino al quale era difficile sottrarsi. .


Se ne accorse anche Syd Nathan, il boss della King Records, quando alla fine si convinse a fargli registrare un intero disco dal vivo, in un momento in cui le vendite del nostro eroe si erano invece concretizzate soprattutto nel campo dei sette pollici. Molto contò che fu lo stesso Brown a finanziare l’impresa, riservando il mitico Apollo Theatre per qualche notte, nell’assoluta convinzione che l’impatto della sua musica – registrata in presa diretta – potesse fare esplodere persino le due facciate di un lp. Avrebbe urlato, avrebbe ballato tutto il tempo, soprattutto per chi non poteva vederlo; avrebbe sudato come mai nella vita; avrebbe vomitato odio e amore in parti uguali, sesso e redenzione. Era la sera del 24 ottobre 1962, e James Brown diventava Dio.

Carlo Babando

Il testo di questo articolo è tratto dal libro "Blackness", di Carlo Babando, pubblicato da Odoya, ed è qui riprodotto per gentile concessione dell'autore e dell'editore.

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