Van Dyke Parks: guida all'ascolto di "Song cycle"

I dischi "imperdibili" raccontati e spiegati da Enrico Merlin
Van Dyke Parks: guida all'ascolto di "Song cycle"

VAN DYKE PARKS: SONG CYCLE
Warner Bros. Records, novembre 1968

Dopo aver partecipato alle sedute, in seguito abortite, di "Smile" dei Beach Boys, Van Dyke Parks giunge al suo primo lavoro solista. Il suo viaggio attraverso la storia della musica americana inizia da “Vine Street” di Randy Newman, e già da questa prima traccia ci si trova di fronte a qualcosa di assolutamente mai sentito prima. Il formato canzone è l’illusoria punta dell’iceberg che unisce le sonorità di tutta una serie di allusioni e citazioni alle più disparate musiche americane, con continue occhiate verso la cultura europea. Detta così, potrebbe sembrare che "Song Cycle" sia un mero esercizio di stile, ma non è così. Sonorità, generi e stili si amalgamano e si sovrappongono in politonalità, poliritmi ed elementi concreti in un’ottica alla Charles Ives, ma con la sensibilità del compositore e arrangiatore Pop aperto di vedute e dotato di una discreta dose di follia. Ce n'è davvero per tutti, e sorprende come Parks sia in grado di creare suggestioni e ricordi non solo per mezzo di citazioni tematiche più o meno esplicite, ma anche grazie a una sapiente organizzazione di sonorità e timbri.

Il risultato è stupefacente se si considera che all’epoca delle registrazioni Parks aveva solo venticinque anni. Ovviamente, malgrado l’immenso sforzo produttivo e il risultato superlativo, il disco si rivelò troppo complesso anche per i palati della neonata comunità psichedelica, che benché si proclamasse all’avanguardia, di fatto non era davvero pronta a novità estranee ai linguaggi acquisiti. In seguito agli scarsi successi di vendita Parks attenderà altri quattro anni prima di tornare in studio con un progetto a nome proprio. Nel tempo però "Song Cycle" sarebbe comunque diventato un riferimento per molti artisti che partendo dalla combinazione con elementi tradizionali, cercavano nuove vie per la propria musica, Ry Cooder in testa.

Enrico Merlin


Questa scheda è tratta da "1000 dischi per un secolo. 1900-2000", di Enrico Merlin (Il Saggiatore), per gentile concessione dell'autore e dell'editore.

Enrico Merlin, musicista e musicologo, nella composizione e scrittura del volume ha cercato di tracciare la storia della musica occidentale registrata, attraverso la selezione di 1000 opere sonore che fossero innovative in almeno uno dei sei parametri di cui la musica è composta: melodia-armonia-ritmo-timbro-dinamica-espressività. Per ognuna di esse ha realizzato una sorta di guida all'ascolto in cui vengono raccontate le motivazioni per cui quel disco è di fatto una pietra miliare. Mancano diversi dischi famosi, mentre vi sono opere seminali, ma di nicchia, che malgrado uno scarso successo di pubblico hanno lasciato un segno profondo in altri artisti contemporanei o successivi. Le schede non sono quindi delle recensioni, quanto piuttosto dei suggerimenti d'ascolto, dei trampolini di lancio per andare alla scoperta di nuovi mondi sonori e, perché no, trovare qualche conferma.


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