Chi sono i SAULT?

Nu-soul e r&b di qualità alta e sorprendente, e un mistero sull'identità. 
Chi sono i SAULT?

E' da quando è nato il pop che esistono gli artisti e le band fantasma. Il più delle volte però dietro all'atto di nascondersi e non rivelare i propri nomi c'è spesso una strategia di marketing e commerciale del manager o della casa discografica e quindi ogni mossa viene ben pianificata. L'impressione però è che fin qui la breve e fulminante carriera dei SAULT non sia stata studiata a tavolino con un piano d'azione strategico. Ma in fondo poco ci importa, se in compenso continuano a realizzare nu-soul e r&b di qualità così alta e sorprendente. 
Ma quindi...

Chi sono i SAULT?
Le informazioni sono poche e dedotte dalle scarsissime note contenute nei credit dei loro dischi in vinile o in cd - peraltro poco e mal distribuiti e con continui ritardi nelle consegne dalla loro pagina Bandcamp https://saultglobal.bandcamp.com/, per fortuna che sono presenti sulle piattaforme streaming. 
Innanzitutto è un gruppo che risiede a Londra, ma su questo ci torneremo più tardi. Forse è più logico chiamarlo collettivo, piuttosto che band, proprio per la sfumatura dei ruoli e per le persone che entrano ed escono. 
Se il produttore può essere definito il capo progetto allora il leader qui è Dean Josiah Cover (aka Inflo) già dietro i banchi delle più interessanti produzioni inglesi r&b degli ultimi anni come i Jungle, Little Simz e l'ultimo disco di Michael Kiwanuka che qui collabora nelle retrovie. Poi c'è Cleo Sol (Cleopatra Nikolic), autrice e voce femminile della maggior parte delle canzoni dei SAULT, in giro da almeno otto e nove anni, anche lei collaboratrice di Little Simz. Infine c'è Kid Sister (Melisa Young), l'unica che arriva da Chicago, conscious rapper a cui vengono affidati i “messaggi” e la parti più parlate. Gli unici featuring in quattro dischi sono stati quelli di Michael Kiwanuka e di una certa Laurette Josiah.
Altro non si sa. Anche l'origine del nome è piuttosto misteriosa: Gilles Peterson, dj e produttore musicale  che per primi li ha scoperti, sostiene che SAULT sia un acronimo.

La storia fin qui
In poco più di un anno i SAULT hanno realizzato e distribuito ben quattro album. Tutti i dischi sono accomunati dall'avere una cover dal fondo nero e un'immagine al centro, figure minimali costruite con gli stuzzicadenti o una mano. L'altra caratteristica, forse l'unico elemento davvero studiato dal collettivo, è quello di far uscire una coppia di dischi a pochi mesi di distanza tra la fine della primavera e l'inizio dell'autunno. E' successo con i primi due dischi del 2019 - “5” e “7” - ed è successo quest'anno con “Untitled (Black is)” uscito a giugno e “Untitled (Rise)” arrivato pochi giorni fa. 

Perché sono rilevanti
Dentro le loro canzoni scorre, secondo chi scrive, oltre 50 anni di black music: c'è il miglior neo-soul, l'r&b più puro, il funk più torrido, reminiscenze disco, l'influenza afrobeat, il messaggio delle spoken words, la dolcezza del pop, la solennità del gospel e il fascino delle rare grooves anni 80 ma sottotraccia si respira anche il basso ruvido post-punk, la dub, e qua e là un po' di elettronica. Tutto questo senza risultare post-moderni o citazionisti, ma costruendo canzoni dall'arrangiamento essenziale e fortemente contemporaneo con testi elementari che vanno dal messaggio spirituale alla denuncia verso la polizia. Capite bene perché è piuttosto facile perderci la testa. 

La scena inglese 
I SAULT si inseriscono nel pieno di una rinascita della musica black londinese. Musicisti, producer, dj e jazzisti della capitale inglese che, ognuno con un proprio percorso separato, senza nessuna volontà di formare una scena o con mire di scalare le classifiche, stanno portando avanti proposte sonore che si riappropriano del passato – che sia il jazz come Moses Boyd o Nubya Garcia, l'afrobeat come Shabaka & The Ancestors o al songwriting folk come Michael Kiwanuka – e lo rileggono tornando radicalmente alle radici. Era dai tempi dei Soul to Soul e del primo acid jazz che Londra non viveva questa sensazione sul versante soul e r&b.
In tutto questo i SAULT rappresentano la parte più viscerale e soul, ed è davvero un peccato che non si siano mai esibiti dal vivo. 


L'ultimo disco “Untitled (Rise)”  
Non solo “Rise” è una sorpresa perché è arrivato solo dopo solo 12 settimane dal precedente  “Black is” (4,5 stelle qui su Rockol), ma perché, se possibile, è ancora più bello dell'ultimo, in una sorta di escalation qualitativa inesorabile. 
Se “Black is” raccontava geograficamente da lontano, ma vicinissimo con il cuore, le violenze della polizia teppista e razzista in USA, denunciando gli abusi e chiamando il popolo afro-americano a una reazione, in questo “Rise” si parla di nuova consapevolezza, con molti rimandi a Dio e a una salvezza che il popolo di radici africane presto raggiungerà. 
Musicalmente è ancora più eclettico con molti cambi di atmosfera. L'iniziale “Strong” è il perfetto biglietto da visita: una serie di idee e spunti lanciati come guanto di sfida a chi ancora non li conosce o dubita delle loro qualità: archi sognanti, una perfetta linea di basso e di rullante, special melodici irresistibili, inframezzati da un intervallo di percussioni bahiane che risentiremo lungo tutto il disco e cori africani che ripetono “We're moving forward tonight / Gotta fight, gotta fight”.
Rispetto agli altri dischi la produzione è più ricca – pur essendo sempre molto basilari – e in alcuni pezzi (“Son Shine”) sembra di sentire il tocco di Quincy Jones di “Off the wall” ma con un basso budget.
In “Fearless” gli archi si scontrano con il basso feroce (che ricorda molto da vicino quello delle ESG, band newyorkese no wave nata nei primi anni 80) mentre le parole cantante da Cleo Sol si fanno sempre più edificanti e vagamente seventies ("Sii te stesso in ogni momento / Non aver paura di niente e di nessuno / Sii impavido / È tutto nella tua mente") come pure gli sppech di Kid Sister in “Rise” e in "The Beginning & The End" piene di saggezza e speranza.
Ma ogni canzone meriterebbe un capitolo a parte dall'inno alla danza ristoratrice di “I just wanna dance” (ancora con le efficacissime percussioni bahiane) al funky di “Free”, fino alle più dure “Unconfortable” rivolta ai bianchi ("Forse sei a disagio con il fatto che ci stiamo svegliando / Perché continui a spararci, come si trasforma l'odio in amore? ") e “Scary times”. 
Fin qui il miglior disco del 2020 per la band più interessante dell'anno.

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