Massimo Zamboni: 'Il viaggio con Vasco Brondi è stato un’avventura mentale'

Il già chitarrista dei CCCP e CSI racconta a Rockol il viaggio intrapreso con il cantautore ferrarese, con il quale prenderà parte al festival ideato e diretto da Vinicio Capossela.

Massimo Zamboni: 'Il viaggio con Vasco Brondi è stato un’avventura mentale'
Credits: Paolo Degan

Alle sirene delle ambulanze, lo Sponz Fest, il festival ideato e diretto dall’istrionico Vinicio Capossela, quest’anno contrappone quelle dello spirito, da ricercare lungo le vie d’acqua che richiama fin dal nome. Ribattezzata Sponz AcQuà, l’edizione del 2020, l’ottava, al via dal 25 al 30 agosto, è soprattutto un’occasione speciale che lega idealmente l’Irpinia del cantautore al mar Mediterraneo, per affrontare temi ambientali e sociali, alla ricerca di una forza purificatrice di cui si avverte impellente il bisogno. Una sfida ai mali del nostro tempo che, in una versione per forza di cose diversa dalle precedenti, cerca paradossalmente di eliminare le distanze costruendo ponti fatti di “sogni, sentimenti e buon contagio”. Ne abbiamo parlato con Massimo Zamboni, in scena insieme a Vasco Brondi, per raccontare il viaggio esplorativo e sensoriale intrapreso dai due musicisti a bordo di una piccola zattera, alla riscoperta del mitologico Canale Tartaro.

“Anime Galleggianti” è stato scritto a quattro mani con Vasco Brondi per raccontare di un viaggio da Mantova verso il mare. Com’è stato per te intraprendere il viaggio che ha portato alla nascita del libro? 

Un’avventura mentale più che pratica, perché in realtà non c’è nulla di avventuroso in questo viaggio. L’idea di percorrere il Canale Tartaro è stato un sogno dissennato, un po’ da bambino: gettarsi con qualcosa che galleggia in una via d’acqua per capire dove va a finire. Quello che non mi sarei mai aspettato è di vedere Vasco Brondi al mio fianco su una zattera di alluminio in rotta verso il Mare Adriatico. E, invece, parlandone insieme dopo un concerto, abbiamo scoperto di avere lo stesso genere di passioni e siamo partiti pochissimo tempo dopo la nostra prima chiacchierata. Pensavamo di ottenere una prospettiva diversa delle terre che osservavamo da sempre, ma ci siamo resi conto subito che il canale con le sue sponde molto alte non lasciava alcuna visione del paesaggio circostante e di ciò che conoscevamo ne avvertivamo solo l’eco, i suoni e i riverberi. Percepisci la presenza dei paesi che attraversi, ma non puoi vederli. 

Un ribaltamento di percezioni quindi. 

Totalmente, perché sei in un’oasi, in mezzo a un movimento convulso, ma in un silenzio quasi assoluto. E questo è bello, perché ti lascia liberare sensazioni, ricordi e tutte quelle presenze che affollano il tuo immaginario: quelli che hanno parlato della pianura, da Zavattini, Ghirri, Celati, fino a Antonioni, ti si riaffollano addosso e sembra di vivere qualcosa di già vissuto, creando un piccolo aggiornamento, un nuovo anello di questa catena. Quando sei in mezzo a queste canne altissime, che non ti fanno vedere niente, potresti essere davvero ovunque: su un fiume del Sud America come in un film di Herzog o in un qualunque altro luogo della fantasia. 

Questa geografia delle prospettive potrebbe quindi collegare l’altopiano irpino dello Sponz Fest al Delta del Po? 

In un certo senso i posti ti dicono tutti la stessa cosa, per quanto il paesaggio sia così radicalmente diverso. Luoghi fatti di terra, di gente che vive in quella terra e che, di fatto, assomiglia a quella stessa terra. I territori alla fine sono rivelatori sia delle catene familiari che delle catene intellettuali, e capisci quanto ti compongono e quanto tu stesso contribuisci a questa composizione. È una scoperta continua. 

È quindi un gioco a incastri in cui ci si completa a vicenda? 

Ci completa e ci modifica inconsapevolmente. Si finisce per partecipare a dei modelli che in qualche modo ti possiedono anche. Così ti trovi legato a catene che scioccamente vorresti sconfiggere, ma che sono la nostra libertà, alla fine: ovvero di essere parte di una terra, di una popolazione e di aderire a quelli che ci sono stati prima e a quelli che verranno dopo. Conoscere e testare il nostro momento e il nostro luogo con una semplice gita, perché per quello che abbiamo fatto noi “viaggio” è una parola forse troppo impegnativa, è un’esperienza tutta di sorpresa. Noi siamo stati soli in questa scoperta. Fantasticamente soli. 

Dei pionieri che hanno riscoperto una via d’acqua, quindi? 

Una via d’acqua che potrebbe essere praticata: un meccanismo perfetto con tanto di chiuse comandate tramite una semplice telefonata, un sistema ben oliato che però non ha funzionalità. Doveva portare il traffico mercantile da Milano fino al mare, ma si interrompe a Mantova perché un tratto non è mai stato realizzato, preferendo il trasporto su gomma. 

Il tema portante del Festival di quest’anno è proprio quello dell’acqua come elemento di purificazione in un periodo ancora adesso del tutto incerto. L’acqua ci salverà? 

È un gioco di elementi che potrà salvarci. Fino a qualche mese fa se ne parlava in termini di scioglimento dei ghiacciai, di innalzamento del livello del mare o di tempeste tropicali che finiscono per abbattersi sempre con maggiore frequenza. Questo squilibrio generale può essere risolto solo dagli uomini e dal loro impegno. Eppure molto spesso sono proprio queste caratteristiche la condanna del genere umano anziché la sua ancora di salvezza. L’ambiente naturale non ha bisogno della nostra presenza perché si salva benissimo da solo. Dalla nostra scomparsa inizieranno nuovi cicli che noi non possiamo minimamente supporre, ma che non hanno nessun interesse alla presenza degli uomini. Non siamo che una formichina arrivata nell’ultimo milione di anni, quando prima ci sono state cifre e durate che non sono neppure concepibili. 

Le tue parole danno corpo molto spesso a ricordi che si portano dietro un mondo perso nel tempo, eppure oggi la memoria sembra essere sempre troppo corta. 

Noi siamo abituati ad attribuire l’idea della memoria alle vicende storiche in senso stretto. Cose spesso sacrosante, che però perdono moltissime altre sfaccettature. Non si deve perdere di vista il nostro posto sulla Terra, né dimenticare che gli uomini sono sempre stati divisi tra sfruttati e sfruttatori e lo saranno ancora per lungo tempo. E poi, bisogna ricordare che non c’è niente di più incerto del passato, perché è soggetto a variazioni continue, molto spesso di comodo. Quindi quello che è stato, che dovrebbe essere effettivamente attestato, non lo è per nulla e si muove fluido come l’acqua. 

Queste parole riportano alle tensioni di “Tabula Rasa Elettrificata”! 

Mentalmente una parte di me continua a vivere in quel mondo: quest’anno è uscita la trilogia de “La Macchia Mongolica”, l’album, il libro e il film-documentario. In qualche modo continuo a rapportarmi con quella realtà. Questo mi serve moltissimo per equilibrare dei conti che altrimenti sarebbero davvero fuori asse nel mondo su cui comunemente poggio i piedi. 

Riavvolgere il filo del tempo aiuta ad avere uno sguardo nuovo sul mondo? 

Sicuramente lo sguardo consumato, avvilito e desolato che appongono gli esseri umani alla loro vita quotidiana è la soluzione peggiore ai problemi perché non permette possibilità di scampo. La schiavitù del lavoro, del guaio giornaliero, del pettegolezzo, del consumo non porta da nessuna parte: sono gli sguardi lunghi che aiutano ad astrarsi e afferrare meglio la complessità delle cose. 

Per te che hai messo al centro della tua narrativa l’esperienza di viaggio, l’isolamento imposto ha cambiato le tue prospettive? 

Forse no, perché vivo già in isolamento da 25 anni. Tra i monti con la mia famiglia ci siamo liberati dalla presenza degli aerei, ma d’altra parte mi rendo conto di che fatica, e di che paura, ci sia stata a pochi chilometri di distanza dalla mia realtà. Spero, senza contarci troppo, che questi grandi bisogni abbiano aiutato a riflettere. Credo nel mutamento nella vita delle persone, ma per ora non se ne vede molto la traccia. 

Hai dovuto sospendere il progetto di vicinanza tra artista e pubblico ideato per gli spettacoli de “La Macchia Mongolica”, il tuo ultimo lavoro musicale e letterario. È ancora presto per parlarne? 

È un tentativo di fratellanza, di consonanza tra venti persone in una tenda della tradizione nomade mongola, la cosiddetta gher, che adesso è assolutamente impraticabile. Ma come tutte le cose sospese potrebbe anche ritornare a terra. In realtà ci conto, perché sarebbe stata una bella esperienza di condivisione in un luogo molto piccolo. 

Un po’ come in Mongolia, Vinicio Capossela ha dato allo Sponz l’idea di una modernità ancora non del tutto compiuta, dove non mancano di certo ampi spazi agli elementi naturali. È così? 

Vinicio non è certo un artista che sguazza nella modernità. Direi che ha almeno un braccio radicato in modo fisico e viscerale in un passato assolutamente autentico. Questa è proprio la sua forza. 

Sei uno degli artisti che più ha caratterizzato questo Festival, portando in scena negli anni il tuo bagaglio di suggestioni e di umori dei luoghi che ti sono appartenuti e che ancora ti appartengono: l’Emilia, la Berlino che non esiste più, e ora le vie d’acqua. Il tuo è un viaggio in continuo divenire? 

In un certo senso sto perdendo l’idea del fascino del viaggio. L’ultima esperienza in Mongolia mi ha fatto comprendere le cose da una prospettiva diversa, soprattutto grazie a mia figlia che ha scritto con me il libro. L’idea avida degli anni Settanta di viaggiare per accumulare in modo sconsiderato esperienze e vite altrui ha mostrato abbastanza la corda. In realtà mi ha fatto riflettere l’idea di non dovere sempre correre dietro alle situazioni. Quest’anno poi, amplificato ancora di più dall’assenza di concerti, ho realizzato che è di gran lunga più tangibile uno sprofondamento verticale nei luoghi rispetto a quello orizzontale. Il che è molto più sensato. 

C’è ancora uno spirito punk in tutto questo? 

Secondo me sì, perché sostanzialmente ancora“m’importa nasega”. Non mi interessa quello che viene detto e che viene fatto, delle opinioni degli altri, del parere degli esperti, di ciò che si deve o non si deve fare. Io continuo a scrivere, suonare e cantare senza calcoli, senza studi o proporzioni, seguendo sempre un’esigenza che spinge da sotto e che ha bisogno di essere conclusa. 

Tornare in pubblico con un limite di presenze e più regole come ti fa sentire?  

Sono molto miope, non ho mai visto più in là della terza o quarta fila. Chiaramente la presenza del pubblico tira fuori delle potenze nascoste che ora per forza di cose devi cercare dentro di te. Questo permette di rapportarsi in modo differente con le canzoni e i significati. 

Quindi Massimo Zamboni e Vasco Brondi insieme sul palco, chitarre e voci per raccontare di una nuova essenzialità?  

Come tornare sulla nostra zattera! 

Chi sono oggi le anime galleggianti?  

Siamo tutti anime galleggianti: abbiamo così radicato in noi il bisogno di governare il nostro destino e di aver sempre il timone in mano che alla fine si traduce in una grossa sciocchezza. Nei giorni passati sul canale abbiamo incontrato alcune persone, anziani in particolare, che sembrano essere trasportati dalla corrente. Non necessariamente furiosa, ma che, come quella propria del canale, ha una sua destinazione, non governabile o preventivabile. Quindi, questa idea delle anime che galleggiano siamo tutti noi. 

C’è un certo fatalismo in tutto questo, però… 

No, basta guardare fuori dalla finestra per rendersi conto che tutto è già scritto in questo paesaggio. Il fatalismo è un’invenzione degli uomini, perché qui si tratta di movimenti dettati dai tempi della Natura. 

Marco Di Milia

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