Dai Litfiba a Ferretti ed Edda: Gianni Maroccolo racconta la sua carriera

Una vita musicale di collaborazioni: Timoria, Franco Battiato e il sodalizio con Pelù e il cantante di CCCP, CSI e PGR. Dopo il 4° volume di "Alone" e alla vigilia del disco con Edda, Maroccolo si racconta attraverso gli incontri

Dai Litfiba a Ferretti ed Edda: Gianni Maroccolo racconta la sua carriera

È come se avessimo messo un mucchietto di fotografie su un tavolo e le avessimo sparpagliate in modo disordinato, lasciando generare il racconto da una pesca casuale. Istantanee di vita, colonna sonora di un lungo viaggio che ha portato Gianni Maroccolo a suonare in band fondamentali, a scoprire talenti e a produrre album, diventati poi pietre miliari. I suoi ultimi progetti sono “Alone volume IV” e “Noio; volevam suonar”, album realizzato con il cantautore Edda in uscita il 30 giugno. Siamo partiti da lì per poi affrontare, senza un preciso ordine, un viaggio lungo 40 anni di musica.

Alone
È un progetto strambo, parte dall’idea di un “disco perpetuo”. Un percorso iniziato nel 2018 proprio per sperimentare e collaborare. Le prime due persone a cui pensai furono Iosonouncane ed Edda. Di quest’ultimo ho sempre apprezzato la vocalità, la rinascita dopo la fine dei Ritmo Tribale. Dentro i vari capitoli di Alone, compreso quest’ultimo quarto volume, ho cercato di lavorare con artisti che potessero davvero lasciare un’impronta speciale. Chi delicata, chi violenta, chi sognante: Don Backy, Matilde Benvenuti, Giorgio Canali, Flavio Ferri (Delta V), Umberto Maria Giardini, L'Aura, Luca Martelli, Edda, Teho Teardo, tutti hanno contribuito a quest’ultimo progetto, un grande laboratorio aperto. Il quarto capitolo è incentrato sulla genialità e sulla pazzia, su quella dualità anche dannosa. Chi decide chi è normale e chi no?

Edda
Quando ci siamo incontrati, anni fa, ci dicemmo: “Dobbiamo andare al Festival di Sanremo insieme”. Consapevoli che non sarebbe mai accaduto, il tempo è passato fino ad arrivare al lockdown. Lui, durante quel periodo, non era nella sua casa in Toscana, ma a Milano ad accudire suo padre, eppure decidemmo di scrivere il disco “Noio; volevam suonar” proprio in quel momento storico, a distanza, in un clima surreale. Edda registrava le voci con il microfonino del tablet. Eppure, nel giro di qualche giorno, iniziarono a uscire pezzi sorprendenti. Volevamo realizzare un album insieme da tempo, ma la verità è che siamo due timidoni. Sorrisi, cazzate, non detto, alchimia, tutto racchiuso in una strana forma, a distanza, che ci ha permesso di lavorare sulle canzoni. 

Deproducers
La prima parola che mi viene in mente è “maturità”. Per realizzare un progetto, formato da musicisti e produttori così diversi, bisogna essere in pace con se stessi. La svolta geniale alla band (formato oltre che da Maroccolo, anche da Max Casacci, Riccardo Sinigallia e Vittorio Cosma) la diede Vittorio, che ci disse: “raccontiamo la scienza in modo poetico”. Cementificò l’idea. Prima di quel momento le sessioni non andarono come ci immaginavamo. Io ebbi subito uno scazzo assurdo con Riccardo, che poi abbiamo ricucito. La bellezza dei Deproducers risiede proprio nella “musica come arte dell’incontro”. Per far rendere al meglio un progetto così bisogna tutti fare un passo indietro.

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Timoria
Fu il periodo più rischioso della mia vita, ero da poco uscito dai Litfiba, siamo alla fine degli anni ottanta. Francesco Caprini mi chiamò e mi disse che avrebbe voluto presentarmi una band di ragazzi in gamba, erano i Timoria. Ascoltai una loro cassettina e rimasi colpito dai testi. Sempre Francesco mi disse che la Polygram era interessata a produrre il loro primo disco e mi spronò a curarne la produzione. Io fino a quel momento avevo lavorato solo su produzioni indipendenti, mai con etichette importanti. Tentennai, ma poi accettai. Mi trovai fra due fuochi: da una parte l’etichetta che chiedeva singoli freschi per le radio, dall’altra quei ragazzi che volevano solo sentirsi liberi. Per un po’ cercai un equilibrio, poi me ne fregai e abbracciai la linea del gruppo. Volevo solo che fossero felici e ancora oggi Omar Pedrini, Francesco Renga e gli altri mi riconoscono quella scelta. Uscì il loro primo disco, “Colori che esplodono”.

Litfiba
È la mia giovinezza, forse il periodo più bello della mia vita. Dai 19 ai 30 anni. Volevamo che il mondo cambiasse e stava cambiando. Eravamo felici, come tutti i giovani, ma poi ci siamo accorti che la realtà non era mutata in meglio. Quando penso ai Litfiba mi viene in mente Cloud, una francese, restauratrice di mobili a Firenze, che ci portò in Francia con lei. Avevamo inciso “Desaparecido” e grazie al suo incredibile supporto, iniziammo a suonare in Francia e poi in tutta Europa. È come se ci avesse aperto le porte di un mondo, mostrandoci la strada. Quel tour fu un inno alla libertà. “17 re”, per me, rimane uno dei dischi più belli e significativi di quegli anni. Quando me ne andai lo feci perché sentivo, dentro di me, che quello che realmente desideravo, non era più lì.

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Statuto
Lavorai con loro nel 1992 per il brano “Abbiamo vinto il Festival di Sanremo”, canzone che presentammo sul palco dell’Ariston. Gli Statuto sono l’unica band in Italia che è rimasta davvero fedele alla linea. L’unica. Quando mi chiamarono rimasi senza parole. “Io faccio rock, voi ska. Perché dovremmo lavorare insieme?”, domandai. Insistettero molto e alla fine accettai. Quel Sanremo fu un’esperienza strana, non si era mai visto un gruppo così su quel palco, nonostante il pezzo fosse abbastanza adatto a quel genere di pubblico. Ricordo il grande imbarazzo nel confrontarmi con quell’ambiente.

Franco Battiato
Uno dei primi dischi che comprai fu “Paranoid” dei Black Sabbath. Sono sempre stato appassionato della musica del mondo, quella italiana mi lasciò a lungo indifferente. Ma ci furono subito due eccezioni: Franco Battiato e Claudio Rocchi, che vidi al Banana Moon di Firenze alla fine degli anni ’70. Ebbi poi la fortuna di collaborare con tutti e due. Battiato lo cercai per la mia canzone “Night and storms” del 2004. È uno di quegli artisti che aprono il cuore e la mente, che ti fanno capire come la realtà possa essere vista anche da altre angolazioni. Gli mandai due brani, lui volle così, per instaurare la nostra collaborazione. Scelse lo stesso brano che avrebbe voluto anche Ginevra Di Marco a cui implorai di cambiare idea. Franco mi rimandò, tempo dopo, la canzone con la voce registrata: mi fece vibrare la pelle. Ci misi un mese a capire il testo. La sua voce sembrava provenire da un altro mondo. Semplicemente magnifico. Quando diventammo poi amici, incontrandoci, mi ricordo che mi disse: “smettila di chiamarmi maestro”. Ironico, leggero, profondo: è unico.

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Diaframma
Con loro lavorai sul disco “Il ritorno dei desideri” a metà degli anni novanta. Un album fantastico. Mi sono sempre piaciuti, Federico Fiumani ha un modo di scrivere speciale. Lavorammo su quel progetto quasi interamente in studio, anche 13-14 ore consecutive. Federico mi diceva: “dai, restiamo ancora un po’”. È uno stacanovista folle. Fu un grande orgoglio lavorare con un collega dello stesso giro e della stessa terra, la Toscana. C’è sempre stato un grandissimo rispetto fra noi.

Giovanni Lindo Ferretti
Una persona difficile e speciale, che ho seguito in tutti i suoi progetti. Lasciami dire che, nel cammino che abbiamo intrapreso insieme, gli aspetti complicati del suo modo di essere sono stati ampiamente superati dalla bellezza che ha saputo generare. Nessuno ha saputo rifare quello che ha fatto lui, in quel modo. Lo conobbi in treno, in Russia (nel 1989 CCCP e Litfiba fecero un tour in Russia). Lui e Massimo Zamboni mi fecero ascoltare alcune canzoni con delle cuffiette. Quando arrivò “Madre” ricordo che mi scesero le lacrime. Parlammo poi di musica, di vita. Dissi loro che io, di lì a non molto, avrei lasciato i Litfiba. Mi proposero di lavorare insieme a “Epica Etica Etnica Pathos”, mettendo subito le cose in chiaro: “non lavoreremo mai in uno studio”. E così fu: quel disco fu registrato e suonato in una cascina. Mi ricordo che nella chiesetta sconsacrata affianco, sull’altare, avevamo piazzato un mixer. Una sera Ferretti chiamò tutti a raccolta e comunicò che quello sarebbe stato l’ultimo disco dei CCCP. Zamboni si mise a piangere. Non sapevamo che quello sì, era l’ultimo disco dei CCCP, ma in realtà il primo dei CSI, per metodo di lavoro, per intensità e cura. La musica era entrata dentro quella band, che fino ad allora era stata più istintiva e meno densa di suoni. Nei CSI assunsi il ruolo di mediatore, tenevo coeso il gruppo, formato da artisti spessi e tutti diversissimi fra loro. Ancora oggi non so spiegare il perché di quell’unione, ma finché è durata ha prodotto canzoni senza tempo.

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Marlene Kuntz
Ho lavorato su diversi dei loro dischi e recentemente ho contribuito anche alla realizzazione del disco solista di Cristiano Godano. Il nostro rapporto ha radici profonde, risale agli inizi degli anni novanta quando li lanciai. C’era di mezzo di nuovo Francesco Caprini. Io in quel periodo producevo la compilation “Rock targato Italia”, eravamo sempre alla ricerca di band agli esordi, interessanti. Mi chiamò Caprini e mi disse: “Una delle band si è ritirata, ti mando la cassetta di quelli che si sono classificati undicesimi nel concorso”. Era la prima posizione utile per il ripescaggio. Ascoltai la cassetta e rimasi colpito: i Marlene erano sangue e irruenza. Decisi di incontrarli e mi ritrovai davanti a tre tipi silenziosi, vestiti da fighetti. Tutto quello che non era la loro musica. Mi ricordo le prime cene insieme, non ci dicevamo praticamente nulla. C’erano silenzi interminabili. Poi, però, in studio si trasformavano in belve. Averla supportata, scommettendoci sopra, è un grande orgoglio perché rimane una delle band che di più hanno segnato la storia del rock italiano.

(Claudio Cabona)

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