Come i Depeche Mode si sono guadagnati il successo

Nel 1990 la band raccontò la difficile conquista della credibilità presso il pubblico rock: 'Ci dicevano: 'Credete davvero che la vostra sia vera musica?''

Come i Depeche Mode si sono guadagnati il successo

La storia del rock è sempre stata più prodiga di porte in faccia che di pacche sulle spalle. Dalla famosa audizione di quattro giovani promesse di Liverpool il primo gennaio di '62 presso gli uffici londinesi della Decca - quando McCartney, Lennon, Harrison e Best furono messi alla porta senza troppi complimenti perché "i gruppi con le chitarre stanno passando di moda", e di conseguenza "i Beatles non hanno futuro nel mondo dello spettacolo" - in poi anche i grandissimi sono stati costretti a decolli difficili, perché il mondo dello spettacolo, si sa, i tappeti rossi te li srotola davanti solo quando ormai non ne hai più bisogno.

Nel 1990 i Depeche Mode non erano ancora le leggende che oggi tutti conosciamo, ma ci era già molto vicini: a metà marzo era uscito "Violator", album dove erano inclusi due dei brani che avrebbero fatto la storia del gruppo capitanato da Dave Gahan - "Personal Jesus", tra l'altro registrata a Milano, e "Enjoy the Silence", e che sarebbe stato promosso con un tour da 88 date in partenza a fine maggio da Pensacola, in Florida. Il gruppo, per le prove, sceglie il locale Civic Center, arena da circa 10mila posti al 201 di Gregory Street.

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Dal quartier generale di New York la redazione di Rolling Stone spedisce il reporter Jeff Giles sulle sponde del Golfo del Messico a incontrare i gruppo, e il primo impatto con la formazione inglese non fotografa una situazione esattamente idilliaca: "Mi avranno chiamato frocio una ventina di volte, oggi", racconta Alan Wilder a margine di una session di prova, riferendosi ai redneck locali che, sporgendosi dai finestrini dei loro pick-up, non trovavano meglio da fare se non sfottere il musicista inglese per il suo taglio di capelli. Anche con un piede nella porta del pantheon del rock, la vita per i Depeche Mode era tutt'altro che semplice. Non che prima le cose andassero meglio. Anzi.

"Eravamo una band che tutti amavano odiare", racconta Dave Gahan: "Anche adesso, che abbiamo successo, tutti ci chiedono: perché? Per quale ragione avete tutto questo successo? Fondamentalmente: perché esistete. Eravamo arrivati al punto, nelle interviste, di dire a chi ci faceva queste domanda 'vaffanculo' e ad andarcene'". Perché l'atteggiamento, nei loro confronti, era rimasto quello dei primissimi tempi, del 1980, quando di Depeche Mode erano un gruppo che stava muovendo i primi passi alla ricerca di un contratto discografico. "Dov'è il batterista? E le chitarre? Davvero questa voi la considerate vera musica?", sono le domande che - assicura Martin Gore - la band si è sentita ripetere più spesso.

Nel 1980 il gruppo aveva stabilito il proprio quartier generale negli spazi messi a disposizione da una chiesa di Basildon, piccolo centro a una trentina di chilometri a est di Londra: "Facevamo le prove lì, il prete ci aveva dato il permesso. Basta essere gentili ed educati, e non suonare troppo forte". Il volume non era un problema, dato che il sound del gruppo era basato sulle tastiere: "Senza saperlo abbiamo iniziato a fare qualcosa di completamente diverso. Avevamo scelto quel genere di strumenti perché erano comodi", spiega Gahan, "Potevi prendere un synth, mettertelo sotto braccio e andare a un concerto, dove potevi attaccarlo direttamente all'impianto senza passare da un amplificatore. E non avendo amplificatori, non ci serviva un furgone: a suonare ai concerti andavamo in treno".

Dopo un paio di concerti nei pub, i Depeche Mode decidono di registrare una demo per sottoporla ai discografici. Invece della più pratica musicassetta, il gruppo sceglie di presentare i brani su nastro a bobina. Clarke - che due anni dopo avrebbe lasciato il gruppo - e Gahan iniziano il giro delle sette chiese alla ricerca di un contratto: "Vince e io andavamo dalle etichette e chiedevamo di suonarlo tutto, lì, subito. La maggior parte ci avrebbe mandato affanculo. Ci dicevano: 'Lasciaci il nastro'. E noi: 'No, abbiamo solo questo'. E ce ne andavamo".

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E anche una volta trovato qualcuno interessato alla proposta, i Depeche Mode scelgono la strada all'apparenza più difficile: dopo aver rifiutato un contratto con la Phonogram - che al gruppo aveva offerto "tanti di quei soldi che mai avremmo immaginato, robe assurde, tipo indennità extra per comprarci i vestiti" - la band firma con l'indipendente Mute, con la quale è ancora sotto contratto oggi.

Quello di Gahan e Gore è un gruppo che ha dovuto lottare, per ragioni più culturali che squisitamente musicali: "Martin una volta ha detto che se ci fossimo definiti una rock band fin dall'inizio, avremmo avuto da subito più credibilità", spiega il frontman, "Ma ci siamo fissati nel definirci una pop band, e la credibilità l'abbiamo guadagnata con successo, fino a quando la gente non ha più potuto ignorarci". Perché fare breccia nel rock con i sintetizzatori è stata dura, ma è stata anche una sfida servita a convincersi ancora di più che ribaltare le regole del gioco avrebbe pagato: "C'era una nota di copertina in un disco degli Human League che io ho trovato del tutto ridicola: diceva 'per registrare questo disco non sono stati utilizzati sequencer'. C'è ancora un sacco di gente condizionata da questa storia della 'vera musica'. Pensano che non si possa fare musica con un'anima usando computer, synth e campionatori, cosa che noi pensiamo essere del tutto sbagliata. Noi crediamo che l'anima, nella musica, venga dalla canzone. Gli strumenti che usi per registrarla non sono affatto importanti". "Il bello dell'elettronica è che adesso puoi fare musica anche nella tua camera da letto", commenta, in chiusura, Andy Fletcher: "Non devi prenderle quattro persone e metterle nella stessa stanza per fare le prove. Non sei costretto ad avere quattro virtuosi che si danno battaglia strumenti alla mano. Puoi fare tutto a casa tua, e tutto dipende dalle idee che hai. Certo, è triste vedere il tramonto del gruppo rock tradizionale. Ma in questo circo ci sarà sempre posto per tutti".
 

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