"Ghali è caduto. Ad aiutarlo a rialzarsi è arrivato un altro Ghali": l'intervista

L’artista presenta il suo nuovo disco “DNA”, a tre anni di distanza da “Album”: “Sono canzoni che ho scritto in larga parte all’estero, ma non dimentico le mie radici, a cui mi sono aggrappato dopo essere caduto”
"Ghali è caduto. Ad aiutarlo a rialzarsi è arrivato un altro Ghali": l'intervista
Credits: Mr. Watson

Ghali è seduto negli studi di registrazione della sua casa discografica, a Milano: indossa un completo rosa venato da un arcobaleno di colori. L’abito è lo specchio del suo attuale stato d’animo e soprattutto dell’identità multiforme di “DNA”. Un progetto che ha radici in diverse parti del mondo, strutturato con collaborazioni e produzioni che sanciscono la nascita di un nuovo Ghali, “che si rialza grazie ai sogni, alla fantasia e ai suoi valori di sempre”, racconta l’artista italo-tunisino di 26 anni. 

Partiamo dal Festival di Sanremo. Erano girate voci su una tua presenza nella competizione, poi sei stato chiamato come ospite. Ti avrebbe fatto piacere essere in gara?
Onestamente no. Penso che la mia gara sia fuori da lì, ma ci tenevo tantissimo a fare bella figura e a rispettare la storia del Festival.  È stato un onore essere chiamato come ospite. La mia musica, non solo per me, ma anche per chi mi segue, è fierezza. Cantare un brano come “Wili Wili” sul palco dell’Ariston, che ha delle parti in slang tunisino, vuol dire essere libero di raccontare il proprio mondo.

Salmo ha fatto bene a rifiutare l’invito?
Il pubblico di Salmo è diverso dal mio. Abbiamo dei territori comuni, ma anche fette di fan che non si assomigliano. Potrebbe aver fatto la scelta giusta? Sì, perché il suo racconto è lontano da quel palco.

In “DNA” uno dei feat è proprio con lui.
Proprio perché su diversi aspetti siamo diversi, lavorare insieme a un pezzo come “Boogieman” è stato interessante. È una canzone distante dal mio mondo, ma anche dal suo. L’arte, quando unisce degli “opposti”, può generare qualche cosa di totalmente inaspettato. 

La caduta dalla scale, a Sanremo, era una metafora?
Esattamente. L’ho pensata con il mio team. Non è stata una performance fine a se stessa. Ghali è caduto. Ad aiutarlo a rialzarsi è arrivato un altro Ghali, con una maschera intrisa di sogni e speranze, che è quella della copertina del nuovo album. Sono un Gemelli, ho più personalità. Inoltre ho capito che solo noi possiamo salvarci.

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Che cosa ti ha fatto cadere?
Spesso sono molto severo con me stesso, non mi perdono i piccoli errori. Sono un ragazzo di 26 anni che è passato dal non avere niente all’avere tutto. Sono stato travolto dal successo. Un successo che, paradossalmente a volte, mi ha fatto sentire in caduta. Distante da quello che ero, distante dai miei amici, distante dal mio quartiere, distante da quella metro su cui scrivevo le prime canzoni. È una caduta emotiva che ha coinciso con il botto di questi ultimi tre anni.

Non è un caso che il tema del successo sia ricorrente in “DNA”. Lo vivi in modo conflittuale?
Sì e non è la prima volta. In “Ninna nanna”, canzone uscita diversi anni fa, già cantavo: “Vogliono conoscerti se fai successo, ma poi quando finisce dimmi ch'è successo? Io non lo so manco se volevo questo”. Credo che questa paura di allontanarsi dal proprio io, sull’onda del successo, sia comune a tanti artisti.

L’ultimo tour nei palazzetti non è andato secondo le aspettative. Anche quella è stata una caduta?
Non è vero che non è andato secondo le aspettative. I fan erano felici, ho trasmesso il mio modo di fare arte a chi mi segue, l’ho fatto attraverso uno show complesso. I biglietti venduti per me non contano. Sì, avrei potuto fare meno palazzetti, ma non importa. Ho lavorato a quel tour come se fosse stato l’ultimo della mia vita e in tanti lo hanno amato perché hanno percepito una mia crescita personale.

In “DNA” c’è un produttore diverso per ogni canzone. Ci sono quattro feat: Salmo, tha Supreme, Soolking e MrEazi. È una rivoluzione?
Sì, nel mio primo album non c’erano feat ed era quasi tutto curato da un solo produttore. Questo è un disco “multicolor”, si nutre di tanti mondi, ma mette in luce anche le mie radici. È la risposta che cercavo a quel malessere di cui parlavo. È successo tutto viaggiando, ho scritto pezzi ad Atlanta, Parigi, Londra, Marrakech, in tantissime parti del pianeta. Ho anche lavorato in studi lontanissimi uno dall’altro per poi rifinire tutto a Milano. Soolking è un rapper algerino da tempo nell’olimpo francese, MrEazi è un artista nigeriano fra i più iconici esponenti della nuova musica africana. Salmo e tha Supreme sono due numeri uno, in Italia non hanno bisogno di presentazioni.

C’è un viaggio che ti ha cambiato la vita?
Ibiza. Ma non quella delle discoteche. Parlo dell’entroterra, del suo fascino mistico. Ci sono andato con mia madre, abbiamo affittato una casa. Restavo tutta la notte sul balcone a guardare il mare e a scrivere.

Nella title track canti: “È già tutto scritto nel Dna”.
Quando mi sentivo cadere non riuscivo neppure a scrivere. Avevo l’ansia. In questi anni ho fatto uscire pezzi di successo, sapevo che superarli non sarebbe stato facile. Dopo i palazzetti mi sono preso del tempo per vivere e mi sono accorto che l’equilibrio lo stavo ritrovando nei miei affetti. Sono ripartito da quello che sono. 

Anche per questo l’album ha tanti suoni medio-orientali?
Vengono dalla voglia di mischiare tutto al mio mondo arabo. Dentro c’è questo, ma anche musiche da clubbing e da musical. “Fallito” è un pezzo teatrale. Ci sono canzoni da cantare con l’asta in mano, alla vecchia maniera, altre da dj set. È contaminato da tutto quello che ho vissuto e sono.

L’8, il 9 e il 10 maggio sarai al Fabrique di Milano. La resa live?
Aumenteremo la realtà di tutte la tracce. Sarà uno show di teatro, musica, moda, luci e visual.

“Barcellona” è una canzone d’amore diversa dalle altre.
Nel tempo ho cambiato il mio modo di scrivere, anche in questo il viaggiare mi ha permesso di vedere le situazioni da altre prospettive. Parlo dell’amore, ma non più nella sua fase di corteggiamento, ma quando è già sbocciato il sentimento.  

Ti senti di appartenere a un genere?
No, non mi sono mai inserito su un’onda precisa. Mi sento sempre in evoluzione.

In “Fast food” canti: “Odio la guerra, ma anche chi non si schiera”.
Parlo della guerra vera, ma anche di quella di tutti i giorni. Chi non si schiera è uno stratega, ha qualche cosa da nascondere. Preferisco chi ha idee diverse dalle mie a chi rimane in silenzio. Nel confronto ci può essere cambiamento, nell’indifferenza no.

Il concerto che ti è piaciuto di più?
Stromae al Forum di Milano. Dopo averlo visto, nulla è stato più come prima. In molti dicono che sia sparito, in realtà non è vero, ha una casa di produzione video dalla qualità incredibile.

Tu spariresti mai?
Io fra dieci anni mi vedo a fare questo lavoro. Ma se sentissi la necessità di mollare tutto, lo farei. Non faccio musica in modo meccanico.

Quest’estate dove sarai?
In giro per l’Europa a presentare il disco. Proprio perché è figlio di tanti viaggi, ha una dimensione internazionale che vorrei valorizzare.

(Claudio Cabona)

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