“Decamerock”: la storia di Janis Joplin

Un estratto dal nuovo libro di Massimo Cotto, “sulle tracce di vite maledette e affascinanti, centouno storie di fortune e sconfitte, tragedie e amori, rovinose cadute e incredibili resurrezioni, passioni sregolate e altri eccessi”
“Decamerock”: la storia di Janis Joplin

Il ritratto di Janis Joplin dal libro “Decamerock” di Massimo Cotto

Quello che è successo all’inizio lo sappiamo. Lei che cerca di evadere da Port Arthur, che tenta disperatamente di essere accettata, amata, convinta che la musica possa essere l’ancora e la nave, il porto e la navigazione.

Sappiamo quello che è successo alla fine, il 4 ottobre 1970. Lei che voleva sposarsi e che, chissà perché, aveva cambiato il testamento, lasciando metà dei suoi beni ai genitori e l’altra metà a fratello e sorella. Lei incastrata tra il tavolino e il letto, in una stanza anonima del Landmark Motor Hotel, in Franklin Avenue, in quella Città degli Angeli che spesso si erano dimenticati di lei.

Sappiamo anche quello che è successo durante il cammino, la sua voglia di comportarsi come un uomo, di prendere e dare liberamente, anche a letto. Lei che fa l’amore con Leonard Cohen al Chelsea Hotel, cinque minuti dopo averlo incontrato, davanti all’ascensore. Poi ci sono gli altri, quasi in fila indiana, uomini e donne, da Jimi Hendrix a Peggy Caserta. La voglia di avere tutto, perché non aveva mai avuto niente. Tutti meno Jim Morrison, perché un minimo di decenza ci vuole e non è accettabile che lui le prenda la testa davanti a tutti e la indirizzi dove sarebbe arrivata con gioia se solo gliel’avesse chiesto. Rod Stewart e Ron Wood si nascondevano dietro le piante per non farsi trovare, perché il suo appetito era insaziabile. Era alla ricerca di sesso come si insegue a volte la felicità: con disperazione. Una volta invitò a cena George Harrison e Pattie Boyd sperando in uno dei tanti ménage à trois che la eccitavano, guardò lui dritto negli occhi e poi disse: “Ho sempre desiderato scoparti”. L’ex Beatle se la cavò con un: “Se mi dici così, non credo sarei all’altezza delle tue aspettative”.

Tutto sappiamo di Janis Joplin, ma non quello che è successo il giorno prima di morire, il 3 ottobre 1970. Molto rimane avvolto nel mistero. Questa è la versione di Bobby Womack, che è solo nella sua villa di Los Angeles quando riceve una telefonata. È lei, Janis Joplin. Vuole una canzone da Womack. “Tutti i miei amici hanno registrato un tuo brano. Posso averne uno anch’io?”. Lui sorride, si dice onorato che la voce della più grande cantante dei suoi tempi possa vestire una sua composizione. La raggiunge ai Sunset Sound Studios. Quando la vede fatica a non ridere: “Sul cappello che aveva in testa, c’era un’intera bancarella di frutta”. In mano, Janis ha una campanella. “Tu fammi sentire i tuoi pezzi. Se non mi piacciono, faccio suonare la campanella”.

Bobby Womack attacca “Trust Me”. Janis non suona la campanella. Ha già trovato il brano che fa per lei. Per le due ore successive continua ad ascoltare altre canzoni, ma suona sempre la campanella prima della fine. E nel frattempo beve. Beve così tanto che preferisce lasciare la sua Porsche parcheggiata e chiede a Bobby di accompagnarla al Landmark Hotel. E si apre. Con tutta la sua vulnerabilità. “Voglio solo essere amata”, ripete stancamente. Womack le chiede perché si rovini in quel modo con la droga e con l’alcol. Janis risponde: “Per seppellire i pensieri”.

Arriva una telefonata. È lo spacciatore. Janis Joplin chiede a Bobby Womack di andarsene. I due musicisti si abbracciano. Janis va a prendersi la sua dose, per seppellire i pensieri. Sarà l’ultima. Per una volta, riesce nel suo intento. Seppellisce i suoi pensieri. E se stessa con loro.

 

Domani racconteremo la storia di Richey Edwards

Le storie già pubblicate:

“Decamerock”: la storia di Nick Drake

Tratto, per gentile concessione dell’autore e dell’editore Marsilio, dal libro “Decamerock”, sul quale potrete leggere altre 100 storie di vite rock.

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