Il chitarrista dei Metallica e Peter Green hanno un progetto comune
Il chitarrista dei Metallica Kirk Hammett ha registrato nei celebri Abbey Road Studios londinesi della musica legata a un progetto che coinvolge l’ex Fleetwood Mac Peter Green. Ne scrive Planet Rock, riferendo che i due si stanno dedicando a un lavoro comune che include anche un libro, stando alle dichiarazioni dell’editore Rufus Publications. Ad alimentare la notizia è poi un’immagine pubblicata nei giorni scorsi dallo stesso Hammett sulla sua pagina Instagram che ritrae l’addetto alle sei corde della band di “Enter Sandman” insieme a Green nell’abitazione di quest’ultimo. Tra loro, una chitarra, la Les Paul 1959 del co-fondatore dei Fleetwood Mac che l’artista ha venduto a Gary Moore 47 anni fa e che ora appartiene ad Hammett.
“Il chitarrista dei Fleetwood Mac Peter Green, che ora ha 73 anni, è una schiva leggenda della musica, che ora vive in pensione nel sud dell’Inghilterra”, fa sapere Rufus Publications nella nota ripresa da Planet Rock. Proseguendo:
Trascorre la maggior parte delle sue giornate suonando la chitarra o disegnando e ha creato negli ultimi anni un buon numero di opere. Recentemente ha lavorato con Rufus Publications a un libro speciale e a un progetto musicale, che sarà pubblicato nel corso di quest’anno.
Quanto al coinvolgimento di Hammett, si legge:
È stato un sorprendente incontro tra due grandi, ma molti diversi, musicisti che hanno trascorso la maggior parte del pomeriggio a parlare delle chitarre e della musica che li ispira. Kirk ha suonato a Peter la traccia di chitarra registrata ad Abbey Road e la giornata è finita con Kirk che prometteva a Peter che gli avrebbe mandato un set completo dei dischi dei Metallica perché potesse ascoltarli.
Sembra però che Kirk Hammett non sia il solo a essere stato coinvolto nel progetto al fianco di Green: l’editore cita infatti “diversi grandi musicisti che suonano alcune registrazioni uniche”.
Un paio di mesi fa Hammett si è espresso anche a proposito del prossimo disco dei Metallica, ovvero di quello che per i Four Horsemen andrebbe a configurarsi come il seguito di “Hardwired…to Self-Destruct”, spiegando di aver prodotto qualcosa di “davvero grandioso”, anche per compensare gli scarsi contributi che il chitarrista aveva dato al precedente lavoro del gruppo dopo aver sfortunatamente perso il telefono che raccoglieva le sue idee.