'Volare': Michele Santoro ha capito la trap?

Il programma di Santoro su Rai2 ha provato a scavare a fondo nel fenomeno della trap italiana: sarà riuscito a comprenderlo?

'Volare': Michele Santoro ha capito la trap?

Partiamo da un presupposto, tanto semplice e per certi versi scontato, quanto spesso e volentieri dimenticato. È impossibile decidere di affrontare la trap come fenomeno culturale senza partire dagli Stati Uniti, dal paese in cui, da semplice corrente stilistica – le strofe in terzinato erano già presenti nel rap dei Bone Thugs-N-Armony, negli anni '90, mentre il dirty south aveva sonorità simili negli stessi anni - si è trasformata in una vera e propria matrice culturale, con l'epicentro ad Atlanta. Parlarne senza fare dei cenni a quelle situazioni, a quegli ambienti, a quell'humus socioculturale, semplicemente restituisce una visione completamente distorta del fenomeno.

“Volare” però, il programma in seconda serata di Michele Santoro sui Rai 2, lo ha fatto. Ha deciso di affrontare l'argomento “trap” in una declinazione completamente italiana, senza dare neanche un'infarinatura generale delle origini americane del fenomeno. La puntata quindi parte con un monologo dello stesso Santoro, un discorso a tratti difficile da decodificare, in cui termini come “tsunami” e “controcultura” si alternano in maniera ambigua, mentre lui descrive la trap – senza nominarla – proprio come un moto di risposta a questi tempi incerti, inserendo nel discorso anche l'elemento del razzismo, senza però dimenticarsi di parlare del rap – di nuovo, senza citarlo direttamente – come un genere musicale che si dimentica degli insegnamenti del conservatorio e che fa musica senza fare musica. Un genere nato per la pura necessità di esprimersi – e fino a qui, per certi versi, ci sarebbe anche della verità storica - ma che ad oggi è diventato un mezzo per esprimere la propria esistenza solo per mezzo dell'ostentazione dei soldi, che sembrerebbero essere il fine ultimo. Chiude poi il suo monologo parlando anche di come in realtà la trap – ancora una volta, senza nominarla – potrebbe essere un mezzo per combattere anche il razzismo, senza però chiarire bene il come o il perché.

Una volta chiuso il monologo, facciamo la conoscenza di alcuni dei protagonisti del servizio. I primi sono Chfnik e Yolo, entrambi geolocalizzati a Milano e nel suo hinterland. C'è una rapida panoramica sui ragazzi, sul loro trascorso, e nel caso di Yolo su situazioni di povertà, spaccio, abusi delle forze dell'ordine, storie di galera, situazioni familiari complicate, e stereotipi razziali sui quali lo stesso Yolo scherza. È quindi il turno di uno spezzone dello show di Ketama 126 durante lo scorso Rock in Rome, e il suo intervento lo mostra subito intento a parlare di droghe, confrontando l'approccio con queste sostanze nel passato e al giorno d'oggi; il rapper romano, che non ha mai lesinato i riferimenti alle sostanze stupefacenti nei suoi pezzi, è comunque piuttosto stupito quando fa notare che le nuove generazione trattano gli psicofarmaci come se non fossero droghe a tutti gli effetti, mentre per loro lo sono eccome.

Dopo 25 minuti di servizio, c'è la prima scena in uno studio di registrazione, con protagonisti i giovani rapper – ai quali si aggiunge il romano Jama Don, classe 2000. Pochi secondi dopo il focus si sposta su Side, rapper romano ex-membro della Dark Polo Gang, ripreso durante il live mentre inveisce contro la folla, perché qualcuno gli ha strappato una collana dal collo durante lo show. Subito dopo è proprio Side a fornire la prima definizione di trap presentata dall'intero programma: “La trap è il rap che parla dello spaccio nella trap, intesa come “trap house”, che poi riadatti alla tua zona, quella in cui fai i tuoi impicci”. Una definizione che, per quanto forse semplicistica per certi versi, in realtà è molto più veritiera di quanto si possa credere.

Nel frattempo si alternano riprese nelle quali uno dei giovani artisti rappa live una delle sue strofe, con la strumentale che suona dal cellulare di un amico, mentre la telecamera si sposta sul volta di uno degli anziani presenti nella stessa zona, quasi a voler evidenziare e spostare l'attenzione dello spettatore sul volto perplesso di qualcuno che evidentemente non ha la minima idea di cosa stia succedendo.

Il servizio mostra quindi lo spezzone del format di un noto youtuber, che si occupa di verificare quanto siano costosi i capi di abbigliamento indossati da persone che si fanno appositamente intervistare da lui. Il protagonista di una delle puntata diventate virali – che al momento conta più di due milioni e mezzo di visualizzazioni – è Christian King, rapper livornese, in una puntata in cui sfoggiava oltre 50.000 euro di outfit. Side parla di “casi umani” riferendosi al protagonista del video e al modo in cui ha speso i soldi all'età che ha nel video, mentre poi Ketama parla di quanto preferisca evitare le luci dei riflettori, e quindi vestiti appariscenti e costosi, prendendo Kurt Cobain come esempio. Christian King racconta invece di come venisse bullizzato in passato per la sua scelta di fare musica, e di come l'essere comparso in quel video gli abbia donato un sacco di visibilità inaspettata; contestualmente, Chfnik parla del fatto che i social hanno creato standard di fama e di bellezza completamente irrealizzabili e inutili da perseguire, mentre alcune ragazze – presenti ad un live rap in un beach club – raccontano di come i social abbiano trasformato tutto in un'affannosa rincorsa all'approvazione altrui, chiedendosi se ne valga la pena, o se serva a qualcosa. Nello stesso momento, Chfnik e un suo amico vengono fermati da alcune persone sui Navigli per delle foto, semplicemente perché seguiti dalle telecamere, poiché sono le stesse persone a chiedere loro chi fossero e cosa facessero.

Yolo, mentre è in studio con Dr. Cream e Quentin 40 – autori di uno dei progetti più interessanti dell'anno, “40” - fa notare come secondo lui “Una persona che spacca non è più quello conscious che fa lo storytelling, è quello che dice cazzate”. Torna invece a parlare Ketama, che tra le righe – senza volerlo, non ha idea di cosa si sia detto prima – sembrerebbe per certi versi ribaltare l'affermazione, offrendo però un punto di vista completamente diverso: “Me sarebbe piaciuto nasce negli anni '60, oggi la cosa più figa che puoi fare è quella che faccio io, nei '60 potevi fare un botto invece”. È difficile capire se il rapper della Love Gang stia circoscrivendo il discorso alla musica o se in generale stia parlando della vita, eppure è sicuro che l'ascesa incredibilmente rapida al successo sia un problema: “La gente non ha tempo di abituarsi alla fama e fa cazzate”. Continua poi con una chiusa provocatoria, ma tutt'altro che priva di fondamento, soprattutto se ci si ferma ad analizzare l'impatto culturale dei rispettivi movimenti, e il modo in cui entrambi sono stati recepiti dal'enstablishmennt preesistente. “La trap non è altro che il rock'n'roll fatto nel 2020. Ai tempi le chitarre erano l'unico strumento, ora hai il computer, ma l'obiettivo resta sempre quello di divertirsi e far muovere il culo alle tipe”. Sarebbe il caso di intervistare i primi bluesman o di fare un giro nella New Orleans degli anni che furono, ma il timore che Ketama abbia effettivamente ragione potrebbe far paura a troppi.

Ecco perché la chiusura del servizio mostra Side intento a chiudere una canna, mentre i giovani rapper emergenti parlano di come gli piacerebbe abbandonare il loro quartiere grazie alla musica. Perché riflettere su quanto detto da Ketama probabilmente solleverebbe un vaso di Pandora per il quale l'Italia non è ancora pronta, e questo servizio ne è la riprova.

(Riccardo Primavera)

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