Post Malone: recensione e scaletta del concerto allo Sziget Festival

Il rapper di Syracuse si è esibito a Budapest l'11 agosto

Post Malone: recensione e scaletta del concerto allo Sziget Festival

I grandi maestri dell’argilla, di generazione in generazione, trasmettono per prima cosa l’importanza della scelta. L’argilla, infatti, prima di essere lavorata va innanzitutto selezionata per la produzione che si intende portare avanti. Questo perché ne esistono diversi tipi. Solo così, dicono, si potrà dare anima alla materia. Post Malone fa con la voce, quello che questi grandi artigiani, fanno con il sedimento composto da minerali. Il risultato, in fondo, è lo stesso: forme d'arte. E sul palco dello Sziget festival, a Budapest, nella sua seconda data europea dopo quella in Portogallo, il rapper di Syracuse lo ha dimostrato davanti a oltre 90 mila persone, mettendo in mostra tutta la sua eterogeneità accompagnata da una presenza scenica da rockstar del futuro.

Sceglie, modella e plasma le tonalità e la forza della voce a seconda dell’obiettivo espressivo che vuole raggiungere. Dietro ovviamente c’è tecnica ed esercizio, ma anche una sorta di innata capacità di fare surf sulle emozioni delle persone. E anche quando il fuoco di quella voce incredibile sembra leggermente affievolirsi, Posty recupera e sale come uno shuttle a riprendersi la linea vocale che stava seguendo. Energico, ruvido e cristallino, capace di tenere la scena completamente da solo per quasi un’ora e mezza. Sul palco non c’è neppure il dj. Alle sue spalle un grande schermo, lui è vestito con una tuta azzurra con disegnati dei coltelli e griffata “Post Malone”.  

Vanno in sequenza “Too young”, “Over now”, “Betternow”, “No option”, tutti brani che oscillano fra i due album realizzati, “Stoney” del 2016 e “Beerbongs&Bentleys” del 2018, pezzi ricchi di sfumature, suoni e incastri. Non manca anche il singolone “Goodbyes”, uscito un mese fa e arrivato ai vertici delle classifiche americane. Si balla e si salta sull’onda sonora creata dall’artista che in diversi dei suoi brani, nonostante i sorrisi e i richiami all’“essere liberi” e al “fare quello che si desidera nella vita”, tratta amori inquieti e rapporti conflittuali con la realtà. Sì, soldi, donne e droga non mancano, ma tutto va di pari passo con una sorta di turbamento e anche il tema del successo in alcuni frangenti non è intriso di spacconeria rap, ma è vissuto con apprensione come in “Paranoid”. Trasposizioni più morbide della scuola “emo-rap” di Lil Peep, il “Kurt Cobain del rap” morto suicida nel 2017, e a cui Malone ha dedicato un grande tatuaggio sul braccio, ritenendolo un rivoluzionario della musica. C’è anche un tuffo nel passato con “White Iverson”, il brano che lo ha lanciato nel 2015: “forse è l’unica mia canzone davvero bella”, scherza dal palco. In alcuni live si è presentato con la voce roca (c’è chi dice siano le sigarette e le birre consumate anche durante i concerti), a Budapest invece è lucidissimo, la voce a tratti è indomabile. Fuma una sigaretta durante “Go flex” e stop.

Malone è il figlio perfetto dei tempi in cui viviamo, un meltingpot di stili che è il suo grande marchio di fabbrica. Dentro il mondo di Posty trovano spazio il rap, il pop, l’elettronica, l’r&b, perfino una specie di country, evocato con pezzi con la chitarra acustica. Il tutto si fonde grazie a un’attitudine rock e a un modo di scrivere viscerale e profondo, un songwriting che lo distanzia molto dalla massa omologata dell’attuale rap americano, il “SoundCloud rappartorito dalla rete. È lui stesso a rivendicarlo: “non sono un rapper, sono un artista”. Uno dei picchi del live è la sequenza di “I fallapart” e “Stay”. Per quest’ultimo pezzo Austin Richard Post, questo il vero nome di Post Malone, si siede su uno sgabello e imbraccia la chitarra acustica. Le basi elettroniche si spengono. L’artista rimane ancora più solo davanti al suo pubblico e regala un’interpretazione da brividi, magnetica.

Il concerto si chiude con le due hit, l'esagerata “rockstar”, fra lingue di fuoco e una chitarra distrutta su cui versa una birra come estrema unzione, e l’inno “Congratulations”. Il pubblico urla “Theysaid i wouldn't be nothing, nowtheyalwayssaycongratulations”(Dissero che non sarei stato niente, ora dicono sempre congratulazioni), lui si inchina e il rito si compie. “Tutti possiamo essere qualcuno. Io ho imparato a fare rap e a suonare la chitarra in una città in cui molti ragazzi si arrendono – dice Posty, prima di chiudere il live – non permettete a nessuno di buttarvi giù, potete spaccare tutto se lo volete. Tutto. Provateci e non mettetevi limiti”.

Post Malone ha annunciato che il nuovo e terzo album è finito. Durante lo show televisivo dell’amico Jimmy Fallon ha aggiunto che uscirà a settembre. Ne ha già dato un assaggio con l’inedito “Circles”, che dai primi ascolti sembra lontanissimo dall’universo rap e trap. Anche per questo, band come i Red Hot Chili Peppers (con cui ha suonato ai Grammy Awards dello scorso febbraio) e artisti del calibro di DaveGrohl dei Foo Fighters, hanno sempre parlato di Malone con entusiasmo. L’Italia lo ha abbracciato nell’unica data, per ora, a Roma, lo scorso anno. Ma brama di rivederlo, ora che è al top.

Malone è l’icona di una musica difficile da incasellare in modo preciso. I maestri dell’argilla da una massa informe mirano a creare infinite sfumature: passano dal caos a un ordine, mai uguale a quello precedente. Un ordine molteplice. Come le anime di questo ragazzo di 24 anni che ha l’ambizione di non essere uguale agli altri, ma soprattutto di non essere mai troppo simile a se stesso. 

(Claudio Cabona)

Scaletta:

Too Young

Over Now

Better Now

No Option

Goodbyes

Sugar Wraith

Candy Paint

Wow.

Psycho

Paranoid

I Fall Apart

Stay

Go Flex

White Iverson

Sunflower

rockstar

Congratulations

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