NEWS   |   Italia / 19/05/2019

Tolo Marton, intervista con il chitarrista

Il musicista compie 68 anni a settembre e si racconta: dalle Orme a Ian Paice e Roger Glover dei Deep Purple

Tolo Marton, intervista con il chitarrista

In questa conversazione, il chitarrista trevigiano ripercorre i suoi tanti anni “appeso alle corde di una chitarra”.

Chi ti ha insegnato a suonare?
Il mio orecchio. Non ho mai preso lezioni, ascoltavo solo la musica e la decifravo con una certa sicurezza. Ascoltavo una canzone e poi la replicavo. Per capire le tonalità di un brano mi aiutava molto ascoltare le note del basso.

Perché la chitarra e non un altro strumento?
In realtà la chitarra è stata casuale. Mio fratello Paolo mi faceva ascoltare Beethoven, Bach, Schubert, Chopin e altri compositori perché capiva che avevo talento e una grande sensibilità per la musica. Desideravo suonare il piano, ma in casa non ne avevamo uno.
Poi un giorno, al Ginnasio, un compagno portò a scuola una chitarra e durante la ricreazione me la fece provare; fu amore a prima vista.  

Prima di intraprendere la tua carriera solista hai fatto parte di molti gruppi musicali.
Sì. Negli anni della scuola ho suonato con diversi gruppi; i primi li ho costituiti io, suonavamo nei garage e nelle cantine. Poi sono arrivati La Nuova Generazione, i Bestia, Le Impressioni e I Puppies. Suonavamo tutte le domeniche davanti a ottocento, mille persone. A quei tempi più che fare concerti, si suonava in queste sale per la gente che veniva apposta per ballare. Proponevamo canzoni in voga, musica rock, cover dei brani che più ci piacevano. In sette anni credo di aver eseguito almeno duecento cover.

Come sei entrato a far parte de Le Orme?
Nel 1975 Le Orme erano alla ricerca di un chitarrista. Vennero ad ascoltarmi a Jesolo e mi proposero di fare una prova con loro. Ci ritrovammo a settembre e in quell’occasione venne ad ascoltarmi anche il loro produttore, Gianpiero Reverberi. Dopo la prova mi disse che avrei fatto parte del gruppo e sarei partito per l’America per andare ad incidere il nuovo disco.


La tua esperienza con Le Orme è durata solo il tempo di un album.
Diciamo che è durata sei mesi. Il tempo di conoscerci, andare a Los Angeles ad incidere Smogmagica, tornare a casa e dirsi addio una settimana prima del tour che promuoveva il disco.
Comunque sia "Smogmagica" contiene due brani belli e ben riusciti: "Amico di ieri", dove anch’io ci ho messo del mio con la chitarra e l’armonica, e "Los Angeles", un brano la cui struttura centrale era già stata abbozzata dagli altri componenti, mentre l’inizio e la fine li abbiamo pensati a Los Angeles. In questo brano la chitarra svolge una parte molto importante.

Cosa ha significato per te questa esperienza?
È stata indimenticabile! L’America per me era un mito. Non avevo mai preso un aereo, ero il più giovane del gruppo e mi ritrovai a Los Angeles a vivere per due mesi in una delle più belle ville di Laurel Canyon, un quartiere nella zona di Hollywood. Di giorno c’erano il lavoro in studio e i servizi fotografici, ma alla sera, specie con Tony Pagliuca, si andava a vedere concerti importanti, come quello di Bruce Springsteen.

E dopo Le Orme?
Nel 1977 iniziai ad organizzarmi i primi concerti da solo: suonavo nel cinema parrocchiale, nelle sagre paesane e nei posti più disparati. Nel frattempo cominciarono a nascere i primi music-club, locali dove si proponeva l’ascolto di musica dal vivo. Formai il mio primo gruppo, i Super Blue, e cominciai a proporre pezzi miei. Contemporaneamente fui invitato da Guido Toffoletti a suonare con la sua Blues Society e per due anni suonai con lui partecipando anche alla prima edizione di Pistoia Blues.   

Il tuo primo disco solista è del 1981.
Sì, è un extended play composto da quattro brani: ebbe buone recensioni e passò anche nelle radio RAI. Qui si può dire che iniziò la mia carriera. Seguirono poi altri due dischi, "Let me be" (1982) e "One guitar band" (1983). Poi iniziarono a giungere richieste di concerti per Festival e sagre paesane (oggi “Feste della birra”) che volevano musica per i giovani, e lì cominciai anche a guadagnare e fare della musica il mio lavoro.

C’è un chitarrista che ti ha influenzato di più?
Molti. Per fare la musica che faccio io, ho dovuto e voluto ascoltare tutti i chitarristi che hanno fatto la storia della musica: Jimi Hendrix, Eric Clapton, Alvin Lee, Johnny Winter, B.B. King, Muddy Waters, Carlos Santana, Rory Gallagher, Nils Lofgren, solo per elencarne alcuni.

Tra questi ce n’è uno che ti piace di più?
Rory Gallagher. Dal punto di vista umano lui è stato il mio chitarrista di riferimento. Il suo carattere un po’ timido, schivo e introverso, me lo faceva sentire vicino. Però ce n’è anche un altro: Jimi Hendrix. Non si può prescindere da lui per suonare la chitarra. Genio e innovatore della chitarra elettrica, ha rivoluzionato la musica. Uno spartiacque: per me esiste un prima e un dopo Hendrix.

Con quale musicista ti sarebbe piaciuto suonare?
Con Steve Winwood, l’ex tastierista dei Traffic. La sua classe, il suo buon gusto musicale, mai fuori dalle righe, la sua capacità compositiva, ne fanno un grandissimo musicista.

Prima Ian Paice, poi Roger Glover, il batterista e il bassista dei Deep Purple, ti hanno invitato a  suonare con loro. Come ti sei trovato?
Benissimo. Ma anche con Don Airey, il tastierista del gruppo. Sono musicisti dai quali si ha solo da imparare. Ogni volta che ho suonato con loro ho proposto brani miei, oltre ai successi dei Deep Purple, e il fatto che abbiano accettato di buon grado ha significato molto per me.

Spesso ti definiscono un chitarrista rock-blues; in realtà con la tua musica ti sei avventurato anche nel country, nel rock psichedelico, nelle melodie, nelle ballate e forse anche in altre sonorità.
È vero. Propongo sempre musica diversa perché, musicalmente parlando, sono molto curioso. Mi piace proporre suoni e stili nuovi, altrimenti mi annoierei a fare sempre la stessa musica. Nutrirsi di musica diversa è normale. Altrimenti sarebbe come mangiare per tutta la vita pastasciutta e bistecca.  

Suonando la chitarra elettrica fai largo uso di “feedback”, “wah wah”, distorsioni, “bending” o altre modalità per ricavarne suoni particolari?
Diciamo che faccio largo uso delle sonorità che posso ricavare con le mie dita. Poi, se voglio enfatizzare una sonorità attraverso una distorsione, non escludo l’utilizzo dei pedali. Ma nel mio caso si può proprio dire che suono con le mani. Comunque sia è la fantasia del musicista che gli detta dove deve muoversi con le mani. Non sono uno che si prepara uno schema, improvviso molto pur viaggiando attraverso canoni molto semplici.  

Quale dei tuoi dischi ritieni il più riuscito?
L’ultimo, "My cup of music", ma ci aggiungerei anche "One guitar band". Sono quelli che ritengo più sinceri, personali e intimi, perché li ho realizzati a casa mia e sono quelli ai quali ho dedicato più tempo. In comune hanno che tutta la musica che si sente l’ho suonata io senza l’utilizzo della batteria.  

E il tuo brano migliore?
"Alpine valley", che mi è venuto durante un sogno mentre ero in Texas, ma anche "Two-five-two-four-o", il mio vecchio numero telefonico, "See the time" e "Flamica", brano con sonorità da film.

Il concerto che ricordi con più piacere?
Di concerti belli ne ho fatti tanti, ma vivendo molto il momento tendo sempre a ricordare l’ultimo. Potrei citare quello a Londra quando spaccai tre corde della chitarra perché ero troppo teso per la paura. Dopo aver rotto tre corde, all’inizio del quarto pezzo mi dissi: “Ma io sono venuto a Londra per rompere le corde? No, sono venuto per farmi ascoltare”. Da quel momento ho ripreso a suonare bene e la gente non smetteva più di chiedermi dei bis.

Cosa hai provato quando nel 1998 hai ricevuto dalle mani del papà di Jimi Hendrix il 1° premio per la tua composizione "Alpine Valley" e come miglior interprete di Hendrix?
Un senso di imbarazzo unito a una gioia indescrivibile. L’imbarazzo e anche il disagio sono sentimenti che provo quando vengo festeggiato: sono innati in me. Quando ero a Seattle non sapevo che sarei stato premiato, e quando ho sentito il mio nome, la prima cosa che ho detto è stata: “Oh, no…” . Poi però è prevalsa la gioia.

Cos’è per te la musica?
La musica è il territorio, l’ambiente in cui riesco ad orientarmi meglio. Quando suono so dove sono e dove devo andare, so cosa devo fare, come reagire, so tirarmi fuori da una difficoltà, posso cambiare direzione all’istante, navigare a vista. Per me la musica è un viaggio, è la mia vita.

Riesci a immaginarti senza la musica?
Impossibile! Ho dato tanto alla musica, ma anche lei ha dato tanto a me. È una questione di sopravvivenza. Posso rimanere anche giorni senza suonare, ma nella vita il mio rapporto con le altre persone non può prescindere dalla musica. La musica mi ha guidato e aiutato nei rapporti con gli altri. Con il mio carattere timido, non so come sarebbe andata senza la musica.

Vittorino Mason

 

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