Fabrizio De André, la storia di “Cantico dei drogati” (1968). ASCOLTA

Una canzone al giorno da riscoprire durante le vacanze di Natale
Fabrizio De André, la storia di “Cantico dei drogati” (1968). ASCOLTA

“Cantico dei drogati” di Fabrizio De André (musica di Fabrizio De André e Gian Piero Reverberi, parole di Fabrizio De André e Riccardo Mannerini)

“Ho licenziato Dio, gettato via un amore / per costruirmi il vuoto nell’anima e nel cuore / le parole che dico non han più forma né accento / si trasformano i suoni in un sordo lamento”.

Così comincia “Cantico dei drogati”, ouverture disperata dell’album disperato “Tutti morimmo a stento”, col sottotitolo “Cantata in si minore per solo, coro e orchestra”. Ce n’è abbastanza per intristirsi e darsi alla fuga. Gli italiani non lo hanno fatto, dimostrando maturità e gusto e promuovendo il 33 giri di Fabrizio De André al primo posto assoluto di vendite del 1968, nonostante sia stato stampato solo nel mese di settembre. Al secondo posto, ancora lui, De André, con l’album che contiene “Preghiera in gennaio”, “Bocca di rosa” e “Via del Campo”. Dietro, solo dietro, Mina, Patty Pravo, Bee Gees, Gianni Morandi, Frank Sinatra e i Doors.

“Tutti morimmo a stento”, che lo stesso autore definisce “polveroso e barocco”, è tra i primi concept album italiani, un disco che segue un tema in un intreccio che non si esaurisce alla fine di ogni singola canzone ma che si elabora e si rafforza traccia dopo traccia.

In questo caso, il filo conduttore è la morte, anche quella consumata in vita. Riccardo Mannerini è l’ispirazione: un “vero poeta” come lo definisce l’amico Fabrizio. Si impiccherà nel 1980, a 53 anni, cieco, dopo una vita di orgoglio e anarchia, un autentico libertario. «Quando qualche ricercato bussava alla sua porta lui lo nascondeva in casa sua e magari gli curava le ferite e gli estraeva i proiettili che aveva in corpo» ricorda De André. Mannerini è dipendente dalla droga e proprio dalla sua poesia “Eroina” nasce il “cantico”: “Come potrò dire a mia madre che ho paura?. Ho licenziato Iddio / e buttato via una donna. / Ho voluto il vuoto / Ho fatto il vuoto / Sono solo e ho freddo / e gli altri nudi ridono forte / mentre io striscio / verso un fuoco che non mi scalda”. Terreno fertile per Fabrizio De André, a sua volta “drogato” dall’alcol. «Bevevo da una a due bottiglie di whisky al giorno» confessa il cantautore genovese. «E questo da quando avevo diciott’anni». Una dipendenza che dura 27 anni, fino al 1985 quando Fabrizio è costretto a promettere al padre, in punto di morte, di smettere. «Ma porca di una vacca maiala, ma proprio questo mi devi chiedere?» gli dice. Manterrà la promessa.

“Cantico dei drogati”, secondo la compagna Dori Ghezzi, è stato il paradigma della filosofia di Faber, in particolare quando conclude: “Tu che m’ascolti insegnami un alfabeto che sia / differente da quello della mia vigliaccheria”. Il brano, arrangiato e musicato insieme al concittadino Gian Piero Reverberi, artista che ha nobilitato la canzone italiana (da Paoli a Battisti, da Tenco a Dalla), si apre su una base desolata e solenne di archi a disegnare uno scenario di distruzione, di apocalisse. Il fuoco si sposta lentamente sull’intimità del dramma di un uomo che riflette sul senso di una vita senza dio e senza redenzione: “Chi sarà mai il buttafuori del sole / che lo spinge ogni giorno sulla scena alle prime ore / e soprattutto chi e perché mi ha messo al mondo / dove vivo la mia morte con un anticipo tremendo?”. E quei “folletti di vetro che mi spiano davanti e mi ridono dietro” non possono che essere le bottiglie del suo oblio.

Estratto da "I migliori anni della nostra musica. Un secolo di cantautori in 200 canzoni" di Federico Pistone, Arcana edizioni. (C) Lit edizioni di Pietro D'Amore s.a.s. Per gentile concessione
 

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