NEWS   |   Recensioni concerti / 10/07/2018

Iron Maiden: la recensione del concerto di Milano

Iron Maiden: la recensione del concerto di Milano

Se non avesse fatto il cantante a tempo pieno, la fortuna si sarebbe presentata comunque alla porta di Bruce Dickinson in altre vesti. Già, perché il mestiere di attore, il frontman degli Iron Maiden sembra avercelo cucito addosso, tanto che nel suo già esagerato curriculum questa voce, accostata a quelle di pilota di aereo, mastro birraio e schermidore professionista, sembra quasi un’inezia.
 
Eppure la formidabile presenza scenica del vocalist, unita al muro di suono dei compagni d’arme, ha generato uno spettacolo sbalorditivo, dove in poco meno di due ore ogni singolo movimento dei protagonisti, al pari di una rigorosa coreografia, ha garantito il successo di uno show dall’allestimento colossale, che, tra fumi, fiamme, esplosioni, spade, pupazzoni, lanterne e mille altre trovate, ha portato all’Ippodromo San Siro di Milano l’epica dei Maiden, alla seconda data italiana del loro “Legacy of the Beast Tour” dopo quella di Firenze dello scorso 16 giugno e la prossima tappa di Trieste, attesa per il 17 luglio.
 

Poco prima della 21, il discorso tenuto da Churchill in piena Seconda Guerra Mondiale per incitare il suo popolo a difendere la Patria contro la minaccia nazista ha aperto l’incredibile varietà di proposte spettacolari della formazione britannica. Sulle note introduttive di “Aces high”, fumi e sbuffi di un vecchio motore hanno salutato l'arrivo di un enorme aereo da battaglia libero di svolazzare a mezz’aria per tutta la durata del brano, esibendosi in diverse virate prima di perdersi dietro le quinte. È chiaro fin da subito che il gruppo con questo tour ha puntato a spettacolarizzare il proprio repertorio con una esibizione fuori dalle righe, in cui i brani sono stati rappresentati visivamente da sorprendenti messinscene, ma, soprattutto, interpretati fisicamente dalla spiccata teatralità di Dickinson, perfetto nel suo ruolo di commediante e trascinatore di folle.
 

Solo un paio di scambi di battute con il pubblico - si parla di diciassettemila spettatori, ma le cifre, si sa, sono sempre pronte per essere smentite - hanno lasciato tutto lo spazio possibile ai pezzi in scaletta, in larga parte risalenti agli anni Ottanta, anche se non sono mancati episodi più recenti, così come la rilettura di “Sign of the cross” a testimonianza del breve passaggio di Blaze Bayley alla voce a sostituire il difficile vuoto lasciato dalla temporanea defezione del pluriosannato Bruce. Del resto è proprio il frontman a mostrare tutta l’inossidabile energia di cui è capace, correndo senza sosta lungo le due grandi pedane sopraelevate che sovrastano il palco, inscenando ad arte le diverse narrazioni dei brani, con carisma e navigato mestiere e, cosa non da poco, una voce che, nonostante i trascorsi brutti problemi di salute, sembra aver acquisito nuovo invidiabile smalto. Ogni sua uscita corrisponde a un cambio d’abito e di fondale, andando a pescare a piene mani nei quarant’anni di storia dei Maiden. Non avendo un nuovo album da promuovere, la band celebra in questo modo se stessa e il suo ricco canzoniere da stadio, ancora pronta a dare battaglia senza tenere in alcuna considerazione il passare del tempo.
 

I presenti assistono così al duello con un grosso Eddie - la mascotte protagonista di tutte le copertine del gruppo - in versione giubba rossa nella trascinante “The trooper”, alle vampe di un lanciafiamme puntato ai danni di un gigantesco Icaro per “Flight of Icarus” e ancora, a un Dickinson perfettamente a suo agio nei panni di un personaggio vittoriano, nella storia da brivido di “Fear of the dark”. La corazzata inglese ha ingranato subito le marce alte con tecnica e istrionismo, senza mai cedere di un millimetro, con muscoli e sudore bene in vista. Mentre McBrain è rimasto praticamente inglobato nella scenografia rimanendo quasi invisibile per tutta la performance, Steve Harris si è rivelato come sempre il motore dinamico del gruppo, gamba sinistra piazzata sul monitor di palco, aria torva e basso in costante azione a sostenere la spinta delle chitarre. Il terzetto schierato in prima linea composto da Dave Murray, Adrian Smith e Janick Gers si è rimbalzato oneri e onori di assoli e virtuosismi, ma se i primi due musicisti hanno mostrato una certa staticità e un ruolo più definito nella struttura delle canzoni, a Gers invece è spettata la parte del giullare, instancabile nel suo incessante zompettare da una parte all’altra.
 

A fine serata non resta che prendere atto di un teatro Gran Guignol in grado di viaggiare a una velocità senza pari, in linea più con le produzioni televisive che non con le esibizioni live, capace sì di far strabuzzare gli occhi con folli esagerazioni, ma anche di entusiasmare gli animi con il suo ricco assortimento Iron Maiden di epiche cavalcate, cambi di tempo e linee melodiche da cantare insieme a un pubblico che ha tutta la consapevolezza di quanto quei sessantenni lì si stiano divertendo ancora tantissimo.
 

 

(Marco Di Milia)
 

 

SETLIST
 

“Aces high”
“Where eagles dare”
“2 minutes to midnight”
“The clansman”
“The trooper”
“Revelations”
“For the greater good of God”
“The wicker man”
“Sign of the cross”
“Flight of Icarus”
“Fear of the dark”
“The number of the Beast”
“Iron maiden”
 

“The evil that men do”
“Hallowed be thy name”
“Run to the hills”

 

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