“Drones World Tour”, il film-concerto dei Muse al cinema il 12 e 13 luglio: un bombardamento audio-visivo – RECENSIONE

“Drones World Tour”, il film-concerto dei Muse al cinema il 12 e 13 luglio: un bombardamento audio-visivo – RECENSIONE

Riff mostruosi, grandi distorsioni, assoli d’altri tempi. Immagini sovrapposte, luci sparate, cambi d’inquadratura frenetici. Droni che volano e visuals che si fondono con le immagini dei musicisti. Il film “Muse: Drones World Tour”, nei cinema italiani solo il 12 e 13 luglio (distribuito da Nexo Digital: qui l’elenco delle sale), è un bombardamento visivo e sonoro che non lascia scampo. Il gran dispiego di mezzi serve a rappresentare in modo vivido i temi della sorveglianza e della paranoia, della libertà e della tecnologia, del controllo e della violenza che sono centrali alla produzione del trio inglese. “Vogliamo che sia il pubblico a chiedersi quale sia il ruolo della tecnologia nelle nostre vite e se sia una cosa buona o cattiva”, dice Matthew Bellamy a proposito dello show.

Da alcuni anni, ormai, nei grandi spettacoli pop si fa un uso creativo degli spazi. Il concerto tradizionale ha uno sviluppo frontale: il palco sistemato in fondo all’arena e il pubblico che guarda quel che accade là sopra, schermi ed effetti speciali compresi. Le produzioni più recenti somigliano invece ad esperienze immersive. Gli spazi dei palasport vengono ripensati per portare lo spettacolo “ovunque”, i palchi assumono forme fantasiose, cambiano aspetto durante gli show, si proiettano laddove un tempo c’era il pubblico. Sugli spalti, si ha la sensazione di essere parte dell’esperienza e non solo spettatori.

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Questo concerto dei Muse, arrivato in Italia nel 2016 e filmato proprio al Forum di Assago oltre che a Berlino e Amsterdam, rappresenta un passo rilevante in questa direzione. Il palco è al centro dell’arena e ruota in entrambi i sensi, ha due propaggini laterali ed è sovrastato da uno schermo circolare a 360°. Grandi teli scendono dall’alto per diventare schermi che possono essere visti da entrambi i lati. In più, una dozzina di droni a forma di sfera volteggiano nell’aria, sopra le teste del pubblico. E intanto il gruppo suona al massimo della potenza e dell’enfasi, per un effetto travolgente.

I registi Tom Kirk e Jan Willem Schram traducono questa esperienza attraverso un sovraccarico audio-visivo. Amplificano la potenza evocativa delle sfere volanti e ignorano gli schermi. O meglio, portano le proiezioni direttamente sul grande schermo, integrandole all’ambiente visivo. E soprattutto operano un montaggio frenetico reso ancora più eccessivo dalla sovrapposizione di immagini e dalla moltiplicazione dei punti di vista – una piccola camera è montata persino sulla mano con cui Matt Bellamy regge il microfono e lo indirizza verso il pubblico, per farlo cantare. A volte le immagini sono trattate digitalmente, per un effetto “graphic novel” che fa somigliare pubblico e musicisti a fumetti.

E poi naturalmente c’è la musica. Sempre suonata al massimo, assordante, epica e melodrammatica, muscolare e meccanica, pensata per creare uno stato d’eccitazione permanente, prodotto del lavoro incessante di Bellamy con il bassista Chris Wolstenholme, il batterista Dominic Howard e il musicista aggiunto Morgan Nicholls a tastiere e chitarra. Il suono evoca l’esperienza di un concerto, con applausi, urla e cori mixati in avanti per fare l’impressione di essere in un palasport e non in un cinema. Assumendo un tono oscillante fra incubo ed euforia, i Muse raccontano in chiave problematica la simbiosi fra uomo e tecnologia e intanto evocano la grandeur dei Queen, le paranoie dei Pink Floyd, il tecno-gigantismo degli U2.

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