NEWS   |   Recensioni concerti / 28/06/2018

St. Vincent in concerto al Magnolia di Milano: il pop come arma di seduzione di massa – RECENSIONE E SCALETTA

St. Vincent in concerto al Magnolia di Milano: il pop come arma di seduzione di massa – RECENSIONE E SCALETTA

St. Vincent ci sta seducendo o ci sta manipolando? O siamo noi a spingerla a ipersessualizzarsi? Il concerto andato in scena ieri sera al Magnolia di Milano, parte del tour I Am a Lot Like You!, è giocato su questo tipo di contrasto. Rimbalza continuamente fra distacco ed empatia. Dice cose forti, sia dal punto di vista personale che collettivo, ma le dice facendo uso di musicisti inespressivi, letteralmente, che manovrano gli strumenti con gesti meccanici. E pure la sensualità della cantante è talmente debordante da risultare inquietante, forse persino parodistica. È un contrasto simile a quello esposto in musica. Le scansioni digitali, gli 1 e gli 0 messi in fila con freddezza spersonalizzante s’intrecciano al canto melodico e preciso di Annie Clark e a quel suo modo viscerale di suonare la chitarra. È un magnifico concerto, simile e diverso da ogni altro recente di St. Vincent, la dimostrazione che il pop-rock può ancora dire qualcosa d’interessante e attuale, e può dirlo in modo originale.

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Annie Clark sale sul palco poco dopo le 22 coperta a malapena da un minivestito arancione. Sulla sua destra, una sfilza di chitarre Ernie Ball dai colori fluo: ne cambierà una a canzone, o quasi. Gli altri musicisti sono disposti al suo fianco in linea orizzontale, a partire dalla bassista, tastierista e corista Toko Yasuda. I due uomini della band, Daniel Mintseris (tastiere e programmazione) e Matt Johnson (batteria), indossano tute, hanno la faccia velata e sulla testa portano una parrucca, sembrano robot o manichini da crash test. A partire da “Sugarboy”, dallo strepitoso finale quasi industrial, gran parte del concerto sarà giocato sulla contrapposizione fra parti programmate e suonate, fra macchine e uomini, con Clark che cava dalla chitarra elettrica timbri favolosi. Anche le vecchie canzoni s’adeguano a questo format, perfettamente coerente con la produzione dell’ultimo album dell'americana.

Lo spaesamento creato dai contrasti portati sul palco s’intreccia a una narrazione anche politica. E così “Masseduction”, manifesto del nuovo corso dell’artista, è presentata come una canzone per combattere il potere e viene cantata col pugno alzato, mentre “Fast slow disco” è dedicata ai ragazzi, alle ragazze e a chi non rientra in queste categorie. L’artista usa il corpo come arma di seduzione e distrazione, evoca un mondo in cui siamo sedotti dal potere e assieme dall’arte. St. Vincent incarna il potere, seduce ed è sedotta dal pubblico, espone la sessualità in modo anche perturbante, come quando durante “Huey Newton” un roadie, dal viso cancellato come quello dei musicisti, la carezza da dietro, prima di passarle la chitarra. Attrazione e repulsione sono i meccanismi su cui è costruito lo spettacolo.

E così Annie Clark si getta a terra evocando i guitar heroes di un’epoca passata, però poi si muove come un robot mentre suona “Year of the tiger”, abbina la sua voce a parti musicali impersonali per sovrastarle in seguito con magnifiche distorsioni. Nei bis, prima d’interpretare “New York”, cui manca forse l’impalpabile delicatezza dell’originale, intona a cappella un accenno della melodia della canzone inserendo nel testo con riferimenti a Milano, al quartiere Ticinese, al Plastic. Chiude dopo un’ora e mezza con l’inattesa “Severed crossed fingers”, ma la canzone precedente ci è parsa più appropriata come finale: “Happy birthday, Johnny”, così graziosa, così spietata.

(Claudio Todesco)


SET LIST

Sugarboy
Los Ageless
Masseduction
Savior
Huey Newton
Year of the Tiger
Marrow
Pills
Hysterical Strength
Cruel
Cheerleader
Digital Witness
Rattlesneake
Young Lover
Fear the Future
Fast Slow Disco
New York
Hang on Me
Happy Birthday, Johnny
Severed Crossed Fingers

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