Jesto racconta ‘Buongiorno Italia’: ‘Ho avuto per la prima volta l’impressione di fare davvero musica’ - INTERVISTA

Jesto racconta ‘Buongiorno Italia’: ‘Ho avuto per la prima volta l’impressione di fare davvero musica’ - INTERVISTA

Per uno che viene dalla trap e sperimenta “a cannone” il genere da anni, un disco come “Buongiorno Italia” è, parola di Jesto, una novità. E lo è per diverse ragioni, che Justin Rosso, romano, classe 1984, illustra con la cura di chi ha ben chiaro ciò che vuole trasmettere. In primo luogo, è il sound a parlare, una mescolanza della tradizione cantautorale italiana – su tutte, quella degli anni Settanta, della quale è stato protagonista anche il padre di Jesto, il cantautore Stefano Rosso, con canzoni come “Una storia disonesta” – con il filone rap: “Ho fuso le radici di mio padre con il mio background di rapper, unendo i due diversi approcci musicali e culturali, in un momento in cui la musica è svuotata di contenuti”, spiega Justin, che ai bassi, ai sintetizzatori e all’Autotune della trap aggiunge, nella sua ultima fatica in uscita domani, venerdì 11 maggio, i mandolini e le chitarre. E attenzione, non si tratta di campionamenti, cari all’hip-hop, ma di un suono originale nato dall’incontro tra Jesto e una squadra di musicisti da lui riunita nel suo studio per arrivare a un genere nuovo, “jestiano”, che ha dato alla luce brani ibridi come, per citarne uno, il valzer trap di “Mio figlio”.

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“Ho avuto per la prima volta l’impressione di fare davvero musica”, spiega l’artista, e prosegue: “Ho lavorato con musicisti di 40/45 anni e temevo che ci sarebbe stato un grosso gap generazionale e, invece, io ho dato a loro il giro di basso della trap e loro hanno dato a me il gusto dell’improvvisazione. Il suono del disco lo abbiamo creato insieme”. Jesto non manca di sottolineare come tutto ciò sia avvenuto in maniera molto spontanea e come l’”istantanea grottesca sull’Italia di oggi” che è “Buongiorno Italia” sia stata influenzata prima di tutto dai suoi ascolti, da De André a Eminem, dal Belpaese a Oltreoceano, assimilati con la naturalezza con cui i bambini assimilano le lingue. Il recupero del passato non è un aspetto da poco nelle produzioni di Jesto, che, anche se, ci dice, non si considera più nemmeno un rapper, resta legato alle origini di quell’hip-hop che “prendeva la musica dei padri e ci metteva un beat per creare un linguaggio nuovo”. “Lo stesso penso di averlo fatto io”, conclude, ribadendo la continuità mai smarrita: “Questo materiale ha in sé quello che mi fece innamorare dell’hip hop quando ero pischello”. Il rapper, come lui stesso spiega, non ha conciliato solo due diversi orientamenti musicali, ma anche e soprattutto due diversi orientamenti culturali: l’ago della bilancia, però, perlomeno dal punto di vista dei contenuti, pende senza dubbio da un lato, quello della narrazione corale che caratterizza gli anni dei grandi cantautori del passato e che poco ha a che fare con l’egocentrismo e l’autocelebrazione del linguaggio rap. Lo racconta così Jesto: “L’album prima di questo s’intitolava “Justin” ed era basato sull’io, sull’ego. I rapper sono molto concentrati su questa autocelebrazione e su questo egocentrismo estremo. Ora passo al noi, mi sono proiettato nel noi e guardo alla società. Ora non dico più “io sto a disagio”, ma “noi stiamo a disagio” nella società”. Il “noi” di cui parla il rapper è fatto di tante voci, che Justin interpreta calandosi nei diversi personaggi che colorano il disco, come sua madre in "Mio figlio", un cane in "Amore cane" o i suoi fan nel brano “Note vocali”. Emerge così un nuovo elemento, quello della teatralità: “Una cosa di cui sono molto orgoglioso, poi, è la teatralità che c’è dentro alle canzoni. È molto divertente da fare”. 

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Qualsiasi cosa Jesto faccia è segnata, allo stesso tempo, dalla malinconia e dall’ironia – “di quando non sai se ridere o piangere, hai presente?” – e nel caso specifico di “Buongiorno Italia” questo tratto distintivo assume la forma di un concept album, dove l’inizio e la fine sono collegati tra loro dal filo conduttore che attraversa l’intero lavoro: “Tutto il disco è un concept album che gira sul discorso di “dobbiamo svegliarci”. Quando l’album finisce riparte dall’inizio, dalla sveglia e dal russare. È un loop infinito in cui siamo imprigionati in questo sogno/incubo che è la situazione in Italia, una specie di “Inception” all’Italiana”. In tempi nei quali le singole canzoni da playlist hanno sempre più valore e gli interi album ne hanno sempre meno, Jesto va controcorrente: “L’ho concepito all’antica questo disco, non è un insieme di singoli, va ascoltato dall’inizio alla fine, seguendo l’ordine dalla tracklist”. “Sono maniacale nello strutturare l’ordine delle canzoni”, confessa il rapper, che all’università ha studiato Filosofia e ne porta ancora i segni quando racconta le difficoltà di tenere in vita l’arte e la creatività in un sistema - quello della promozione, del mercato, dei like e dei followers – che fa di tutto per soffocarne l’essenza: “L’hip-hop nasce come ribellione e minoranza che si sente oppressa, nasce come critica sociale. Per me l’impulso che ha un creativo nel buttare fuori qualcosa dovrebbe essere già di per sé ribelle, perché se hai qualcosa da dire questo guizzo è fuori dal coro, già di base è rivoluzionario. È compito dell’artista dare un punto di vista originale, non in linea con il resto. Poi, sai, il sistema ammazza tutto: tutto quello che è riprodotto, solo per il fatto di essere, appunto, una riproduzione uccide il guizzo dell’arte”.

Salutiamo il rapper filosofo, che intanto, forte di un’iperproduttività scandita da cinque album in studio, undici mixtape, nove EP, quattro raccolte e un numero incalcolabile di singoli e collaborazioni, si prepara a dare alle stampe il quarto capito della serie “Supershallo”, già pronto sul suo pc per i fan in attesa della nuova puntata della “serie culto” inaugurata nel 2013.

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